Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons di Silvia Federici


In questo capitolo del libro di Silvia Federici Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, vengono narrate una ricca serie di esperienze di donne che, in America Latina, fanno della riproduzione sociale terreno politico e di lotta.

Una lotta che si contrappone in maniera concreta e materiale al sistema neoliberista, che si manifesta in tutta la sua violenza e miopia in particolare in questi territori. La difesa della terra, la resistenza nello spazio che si occupa, l’autorganizzazione della vita, sia nelle zone rurali che urbane del continente, diventano la sfida per rompere le relazioni di dominazione patriarcale da un lato, e dall’altro per costruire una vita dignitosa per tutte e tutti. Le lotte delle donne indicano con grande forza il modello di sviluppo capitalista come responsabile della devastazione, dell’estrattivismo, dell’espropriazione, risignificando il concetto di “comune” e dimostrando materialmente il legame che esiste con la propria storia e la possibilità di avanzare senza riprodurre le dinamiche patriarcali e di sfruttamento dalle quali ci si vuole liberare.

Laddove una lotta dura negli anni, nei decenni, dove si esperisce la realtà di una comunità che si attiva per resistere agli attacchi che hanno come solo obiettivo il profitto, per difendere la propria terra come luogo in cui sperimentare nuove forme di organizzazione sociale, allora lì le donne saranno in prima fila. Ce lo insegnano le donne in America Latina, ce lo insegnano le donne in Val di Susa. 

Di seguito la traduzione di un estratto dal capitolo 11 di “Reencantar el mundo” apparso sul sito Red Latinas Sin Fronteras, qui il link all’articolo originale https://redlatinasinfronteras.wordpress.com/2020/10/16/silvia-federici-libro-reencantar-el-mundo-el-feminismo-y-la-politica-de-los-comunes/

La lotta delle donne per la terra e per i commons in America Latina

Come sostengo in questo testo, le donne sono le principali protagoniste del cambiamento. Senza dubbio, l’attivismo femminile è oggi la forza più importante per il cambiamento sociale in America Latina. Nel 2017, 70.000 donne provenienti da diverse aree della regione si sono riunite a Chaco, in Argentina, per celebrare il 32° Incontro Nazionale delle Donne, che si tiene ogni anno nella settimana dell’11 ottobre, in cui hanno discusso di cosa fare e le strategie da adottare per cambiare il mondo. Queste massicce mobilitazioni che compaiono in un momento in cui la politica istituzionale latinoamericana sta subendo un riallineamento non sono una sorpresa. Le donne svolgono un ruolo chiave nelle lotte sociali perché sono le più colpite dall’espropriazione e dalla devastazione ambientale e subiscono direttamente nella loro vita quotidiana gli effetti delle politiche pubbliche. Sono le donne che si prendono cura delle persone che si ammalano per l’inquinamento da idrocarburi o perché l’acqua che usano per cucinare, lavare e pulire è tossica; non possono nutrire le loro famiglie perché la terra viene loro espropriata e l’ agricoltura locale viene distrutta. Questo è il motivo per cui le donne sono in prima linea nella lotta contro le corporazioni minerarie e le multinazionali agroalimentari che invadono le aree rurali e devastano l’ambiente naturale. Come sottolinea l’attivista e ricercatrice ecuadoriana Lisset Coba Meja, le donne stanno guidando la lotta per difendere l’acqua nella regione amazzonica.

Le donne sono anche le principali oppositrici all’estrazione del petrolio perché sanno che ciò influisce sulle attività produttive e, prendendo in prestito le parole dell’attivista ecuadoriana Esperanza Martínez, di Acción Ecológica, “acuisce il maschilismo”; il salario offerto dalle compagnie petrolifere agli uomini che lavorano per loro approfondisce la disuguaglianza di genere, stimolando il consumo di alcol e intensificando la violenza contro le donne. Le sue parole trovano eco nelle proteste di molte donne amazzoniche che lottano contro l’estrazione del petrolio. “Non possiamo nutrire i nostri figli con il petrolio”, dice Patricia Gualinga, una leader Kichwa di Sarayaku, un popolo della foresta pluviale amazzonica. “Non vogliamo l’alcolismo, non vogliamo la prostituzione, non vogliamo che gli uomini ci picchino. Non vogliamo questa vita che, per quanto ci diano le scuole, le fognature o le case, non è una vita dignitosa”.

Negli ultimi anni, questa opposizione delle donne si è direttamente confrontata con l’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, un conflitto che ha raggiunto il suo culmine il 16 ottobre 2013, quando un centinaio di esponenti di organizzazioni femminili indigene se ne sono andate dalle loro terre attraversando la foresta verso Quito, con i loro figli in braccio, per rispondere alla decisione di Correa di abbandonare il piano di conservazione del territorio e avviare l’estrazione di petrolio nel Parco Nazionale di Yasuní che ospita uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Hanno seguito l’esempio delle migliaia di donne che, l’anno precedente, avevano marciato nella capitale per difendere l’acqua nelle loro terre contro il progetto minerario che vedeva l’accordo del governo di Correa con la società cinese EcuaCorriente. Ciononostante, in uno spettacolo di arroganza e insolenza, coerente con la sua reputazione di presidente più misogino dell’Ecuador, Correa si rifiutò di riceverle.

In Bolivia le donne hanno anche messo in discussione il “progressismo” del governo e, soprattutto, la difesa della Pachamama (madre natura) proclamata da Evo Morales; nel 2011 e nel 2012 hanno guidato i cortei contro la costruzione di un’autostrada che, secondo il piano del governo, avrebbe attraversato il Parco Nazionale Isiboro Sécure, situato in territorio indigeno. Come spesso accade, le donne hanno fornito le infrastrutture necessarie alla buona riuscita dei cortei, dal cibo alle coperte, e hanno organizzato la pulizia dei campi allestiti lungo la strada in modo tale da garantire che gli uomini che vi partecipavano facessero la loro parte. Le donne contadine/indigene, insieme a reti femministe come la Marcia Mondiale delle Donne, sono state anche al centro del Vertice dei Popoli, un raduno di movimenti sociali che si è tenuto a Rio de Janeiro nel giugno 2012, in occasione di Rio+20, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile tenutasi vent’anni dopo il Summit delle Nazioni Unite sulla Terra, tenutosi nel 1992. Una delle caratteristiche di questi nuovi movimenti femminili è che riflettono un processo di radicalizzazione politica. Le donne sono sempre più consapevoli che il loro attivismo non deve solo proteggere la vita delle loro comunità dall’attività delle multinazionali e lottare per la sovranità alimentare o, ad esempio, contro la manipolazione genetica dei semi creando un banca dei semi. Sono consapevoli che la lotta deve anche trasformare il modello di sviluppo economico in un modello rispettoso dell’uomo e della terra. Sanno che i problemi che devono affrontare non derivano solo da una politica specifica o dalle aziende, ma hanno origine nella logica mercenaria dell’accumulazione capitalista che, anche quando promuove una “economia verde”, sta trasformando il rispetto dell’ambiente in un nuovo campo per la speculazione e per ottenere benefici.

Un’altra caratteristica di questa radicalizzazione è che le donne rurali/autoctone stanno progressivamente assimilando le questioni più diffuse sollevate dal femminismo, come la svalutazione del lavoro domestico, il diritto delle donne a gestire il proprio corpo e la propria capacità riproduttiva o la necessità di resistere al crescendo di violenza che subiscono. È un processo che non è stato innescato da considerazioni ideologiche, ma dalle contraddizioni che le donne hanno vissuto nella loro vita quotidiana, incluse le organizzazioni di cui fanno parte. Un caso tipico è quello delle donne zapatiste, il cui ruolo cruciale nella de-patriarcalizzazione delle loro comunità è sempre più evidente. Come ben documentano le opere “Compañeras”, di Hilary Klein (2015), e “De-ordenando el género / ¿Des centrado la naciòn?”, Di Márgara Millán (2014), le donne hanno segnato il corso dello zapatismo sin dai primi giorni della sua esistenza; si sono unite ai primi gruppi formatisi sulle montagne del Chiapas, quando il movimento muoveva i primi passi con l’obiettivo di cambiare le proprie condizioni di esistenza e di lottare contro l’oppressione istituzionale. Grazie alle loro iniziative, e sulla base delle loro idee e rivendicazioni, il movimento ha adottato nel 1993 la legge rivoluzionaria delle donne, una legge che, come sottolinea Klein, “data la situazione delle donne indigene nel Chiapas rurale in quel momento, fu un posizionamento radicale (…) che comportò una serie di cambiamenti drastici”. I dieci articoli che compongono la legge stabiliscono il diritto delle donne di partecipare alla lotta rivoluzionaria nella forma che decidono, secondo le loro capacità; il diritto di decidere il numero di figli che si desidera avere e crescere; il diritto di scegliere il proprio partner e di non sposarsi; di partecipare agli affari della comunità e di occupare posizioni di autorità, se elette liberamente e democraticamente; di occupare posizioni di leadership nell’organizzazione e avere un grado militare nelle forze armate rivoluzionarie. Citando Klein, l’approvazione di questa legge fu un “punto di svolta” che “trasformò la vita pubblica e privata delle comunità zapatiste”. In ogni caso, le donne si resero conto che il loro lavoro non sarebbe finito qui. Una volta promulgata la legge, alcune donne attraversarono i territori zapatisti per promuoverne l’applicazione e imporre il divieto di consumo di alcol sul territorio zapatista, convinte che questa fosse una delle principali cause di violenza nei loro confronti.

Un altro segnale dello sviluppo di una coscienza femminista è l’emergere tra le donne indigene di una nuova posizione critica che mette in discussione le strutture patriarcali che governano le loro comunità, in particolare la trasmissione della terra, che spesso avviene attraverso l’affiliazione patrilineare. Questa “inclusione differenziata” ha delle conseguenze importanti, come sottolinea Gladys Tzul Tzul un’accademica/attivista dell’area di Totonicapán, in Guatemala, perché influenza “la registrazione della proprietà familiare, il potere sui bambini e il significato simbolico di avere figli fuori dal matrimonio”. Ad esempio, le donne che si sposano al di fuori dei loro gruppi etnici rischiano che i loro figli si vedano esclusi dall’accesso alla terra di proprietà pubblica del clan. La sfida, dice Tzul Tzul, è cambiare questa usanza tradizionale senza dover ricorrere alla proprietà individuale della terra che legittima la tendenza alla privatizzazione della stessa, strategia portata avanti dalla Banca Mondiale a partire dalla Conferenza di Beinjing del 1995.

Una delle strategie che le donne nei movimenti indigeni hanno usato per porre fine alla loro emarginazione è stata la creazione di spazi autonomi per le donne. Un esempio è Hijas del Maíz, definito come “un punto d’incontro per le donne che fanno parte di organizzazioni e di comunità indigene e contadine della costa ecuadoriana, degli altopiani e dell’Amazzonia”. “Quest’epoca ha trasformato la vita nei villaggi”, afferma Blanca Chancosa, una delle sue fondatrici. “Gli uomini sono emigrati […] e a rimanere sono state donne. Questo ha obbligato le donne ad aumentare le proprie conoscenze per continuare ad andare avanti […] ciò ha mostrato la necessità di uno spazio per le donne, dove si possa discutere a partire dal nostro punto di vista”. Una strategia simile per acquisire autonomia e promuovere la partecipazione sociale delle donne è stata la formazione di movimenti contadini composti esclusivamente da donne. Un esempio è il Movimento delle donne contadine brasiliane che, secondo Roxana Longo, “riprende la teoria e la pratica del movimento femminista”. Creato nel 1983, quando le popolazioni rurali iniziarono a sentire gli effetti negativi della “Rivoluzione verde”, questa alleanza di donne, legate in vario modo al lavoro agricolo, ha combattuto per modificare l’identità sociale delle contadine in modo che fossero riconosciute come lavoratrici e perché fosse loro garantito il diritto alla previdenza sociale.  Nel 1995 il movimento formò una rete nazionale di gruppi di contadine e donne appartenenti a movimenti contadini misti che ottenne il congedo di maternità retribuito e che lottò in difesa della sanità pubblica. Questa rete partecipò inoltre ad azioni di protesta contro l’attività corporativa di grandi aziende transnazionali dato che la loro presenza comporta la fine delle loro comunità. Con l’aumento della partecipazione politica, le donne sono diventate consapevoli del loro bisogno di autoformazione politica. Questa esigenza è comune oggi a molte organizzazioni femminili, in quanto dovendo affrontare forze sociali la cui razionalità si pone su un livello internazionale, ciò richiede una conoscenza della politica internazionale. Sommandosi alla fiducia in se stesse che si sviluppa grazie all’attivismo sociale, queste pratiche generano nuove forme di soggettività che sono in aperto contrasto con l’immagine delle donne rurali propagata dalle istituzioni internazionali ancorate nel passato, che hanno conoscenze obsolete che ormai vanno estinguendosi.

Ovviamente, le contadine in America Latina non si preoccupano esclusivamente dei diritti agricoli locali o del benessere delle loro famiglie. Partecipano alle assemblee, sfidano il governo e la polizia e si considerano le guardiane della terra, poiché, al contrario degli uomini, non si lasciano infatuare dagli stipendi promessi dalle multinazionali; stipendi che implicano più potere sulle donne, alimentando una cultura maschilista che istiga alla violenza contro di esse. Un fattore che alimenta la figura delle donne come custodi della terra e della ricchezza comune è l’importanza del loro ruolo nella conservazione e trasmissione del sapere tradizionale. In quanto «tessitrici di memorie», come sostiene la teorica/attivista messicana Mina Navarro, le donne costituiscono un importante strumento di resistenza poiché la conoscenza che alimentano e che condividono, produce un’identità collettiva più forte e costruisce coesione di fronte all’espropriazione. La collaborazione con i nuovi movimenti delle donne indigene, portatori di una visione del futuro plasmata sul legame con il passato e su un forte senso di continuità tra esseri umani e natura, è cruciale in questo contesto. Riferendosi alla “visione del mondo” che caratterizza le culture indigene in America Latina, alcune femministe hanno coniato il termine “femminismo di comunità”, dove il concetto di comunità è espressione di una concezione specifica dello spazio, del tempo, della vita e del corpo umano. Come spiega Francesca Gargallo in “Feminismos desde Abya Yala” (2013), le “femministe di comunità”, come Xinka Lorena Cabnal del Guatemala, hanno contribuito al dibattito introducendo nuovi concetti come corpo-territorio, che concepisce il corpo in un continuum con la terra, dove spesso la placenta dei neonati viene sepolta, i quali sono anch’essi depositari di una memoria storica e sono ugualmente coinvolti nel processo di liberazione. Tuttavia, sebbene difendano la loro origine ancestrale, le femministe di comunità rifiutano il patriarcato di molte culture indigene tanto quanto quello che è stato impiantato dai colonizzatori, che descrivono come “fondamentalismo etnico”.

La lotta delle donne e la costruzione dei commons nelle aree urbane

La lotta che si determina nelle zone rurali continua in città; uomini e donne allontanati dalle loro terre creano nuove comunità nelle aree urbane. Assumono il controllo di aree nello spazio pubblico, costruiscono rifugi, nuovi sentieri e negozi di alimentari, tutto grazie al lavoro collettivo e decidendo comunemente. Ancora una volta, le donne assumono un ruolo di protagoniste. Come ho già spiegato in un altro testo, nelle periferie delle megalopoli in espansione dell’America Latina, in territori occupati dall’azione collettiva e nonostante la crisi economica permanente, le donne stanno creando una nuova economia politica, basata su forme cooperative di riproduzione sociale, stabilendo il loro “diritto alla città” e ponendo le basi per nuove forme di resistenza e di recupero delle terre.

La socializzazione delle attività riproduttive, come la spesa, la cucina e il cucito, è stata altrettanto importante. La storia di queste attività è lunga. In Cile, dopo il colpo di stato militare del 1973, le donne dei settori proletari, paralizzate dalla paura e sottoposte a un brutale programma di austerità, hanno unito il loro lavoro e le loro risorse. Cominciarono a fare la spesa e a cucinare insieme in gruppi di venti o più donne nei quartieri in cui vivevano. L’atto di riunirsi e rifiutare l’isolamento in cui il regime di Pinochet le stava costringendo ha trasformato qualitativamente le loro vite, ha dato loro autostima e ha posto fine alla paralisi indotta dalla strategia del terrore del governo. Ha inoltre riattivato la circolazione delle informazioni e delle conoscenze, indispensabile per poter resistere. E ha trasformato il concetto di cosa significhi essere una brava madre e moglie, aiutando a ridefinirsi uscendo di casa e partecipando alle lotte sociali. Il lavoro di riproduzione sociale ha cessato di essere un’attività puramente domestica e individuale; i lavori domestici scesero in strada insieme alle altre rivendicazioni, acquisendo una dimensione politica. Questa nuova dimensione non passò inosservata alle autorità, che arrivarono a considerare l’organizzazione delle mense per i poveri un’attività sovversiva e comunista. Per rispondere a questa minaccia, abusando del proprio potere, la polizia organizzò incursioni nelle mense popolari, distruggendo tutto. Alcune donne che hanno partecipato alla mensa dei poveri ricordano:

Sara: “Con 300 persone che partecipavano, era difficile nascondere cosa stava succedendo. Sono arrivati e hanno ribaltato le bancarelle di cibo, ci hanno costretti a smettere di cucinare e hanno portato in prigione tutti i capi […] Sono venuti molte volte, ma la sala da pranzo continuava […]”.

Olga: “È arrivata la polizia: Cosa abbiamo qui? Una mensa popolare ? E perché lo fate se sapete che è vietato?  – Perché abbiamo fame – Smettila di cucinare!”.

“Hanno detto che era politico. I fagioli erano a metà cottura e abbiamo dovuto buttarli via […]”.

“La polizia è intervenuta molte volte, ma siamo riuscite a tenere aperta la cucina, una settimana in una casa, l’altra in un’altra”.

C’è accordo generale sul fatto che questo tipo di strategie di sopravvivenza abbiano rafforzato i sentimenti di solidarietà e identità e dimostrando la capacità delle donne di riprodurre la propria vita senza dover dipendere completamente dal mercato, contribuendo a mantenere vivo il movimento popolare che aveva messo Allende al potere durante la fase precedente al colpo di stato. Negli anni ’80, il movimento era abbastanza forte da organizzare una potente resistenza contro la dittatura.

Forme collettive di riproduzione sociale sono proliferate anche in Perù, Argentina e Venezuela. Secondo il teorico sociale uruguaiano Raúl Zibechi, negli anni ’90, nella sola Lima, c’erano già 15.000 organizzazioni popolari che distribuivano bicchieri di latte o colazioni tra i bambini e organizzavano mense per i poveri e riunioni di quartiere. In Argentina troviamo le piqueteras, donne proletarie che, insieme ai loro figli e a tanti giovani, hanno assunto un ruolo importante in risposta alla catastrofica crisi economica del 2001 che paralizzò il Paese per mesi. Hanno occupato le strade, allestito accampamenti e barricate, che talvolta duravano più di una settimana. Parafrasando Zibechi quando scrive delle famose Madri di Plaza de Mayo, possiamo dire che le piqueteras “hanno compreso l’importanza di occupare lo spazio pubblico”. Hanno riorganizzato le loro attività di riproduzione sociale per strada; Lì hanno cucinato, pulito, curato i bambini e mantenuto i rapporti sociali, e nel frattempo hanno trasmesso passione e coraggio che hanno rafforzato e arricchito la lotta. La testimonianza della ricercatrice cubana di scienze sociali Isabel Rauber è molto significativa: “sin dal primo momento, dai primi picchetti […] la presenza delle donne e dei loro figli nei picchetti è stata essenziale. Determinate a non tornare a casa a mani vuote e senza niente da “mettere nel piatto”, le donne vanno ai picchetti per difendere la vita con le unghie e con i denti. Determinate a raggiungere gli obiettivi stabiliti, partecipano sin dall’inizio con protagonismo, garantendo la stabilità e la quotidianità negli spazi occupati, che spesso duravano per più di un giorno. Se devi montare le tende per allestire i presidi, fare i turni di guardia, aiutare nella preparazione del cibo – insieme agli uomini (ovvio?!) – costruire le barricate e da lì difendere le posizioni assunte, le donne saranno presenti”.

Ciò che Rauber sottolinea, e direi che si applica a molte delle attuali lotte delle donne in America Latina e altrove, è che, poiché il neoliberismo dispiega un attacco genocida ai mezzi di sussistenza delle persone, il ruolo delle donne nella lotta assume un’importanza maggiore. Questa lotta deve nascere dalle attività che riproducono la nostra vita perché, dalle parole di un’attivista citata da Rauber: “Tutto inizia nella quotidianità e poi si traduce in termini politici. Laddove non c’è vita quotidiana, non c’è organizzazione, e dove non c’è organizzazione, non c’è politica”. Questo punto di vista viene confermato in un articolo da Natalia Quiroga e Verónica Gago sul movimento piqueteras; esse affermano che la crisi economica del 2001 ha indotto una “femminilizzazione della conoscenza dell’economia e, con essa, un forte avvicinamento ai mezzi per la riproduzione” . Quando l’economia ufficiale è crollata e molte aziende e persino banche hanno chiuso, impedendo ai cittadini di ritirare i propri risparmi, è emersa un’economia diversa, “femminile”. Si ispirava alla logica del lavoro domestico, ma era organizzata collettivamente e negli spazi pubblici in modo da rendere visibile il carattere politico e il valore sociale del lavoro riproduttivo. Mentre le donne occupavano le strade e portavano pentole e padelle ai picchetti e alle assemblee di quartiere, mentre venivano organizzate reti di scambio e di cooperazione di vario genere, emerse un’economia di sussistenza che consentì a migliaia di persone di sopravvivere e che, parallelamente, ha ridefinito cos’è il valore e dove viene prodotto, identificandolo sempre più con la capacità di gestire collettivamente la riproduzione della nostra vita, i cui ritmi e bisogni riconfigurano lo spazio e il tempo urbani. Sebbene i piqueteras da allora siano stati smobilitati, il loro insegnamento non è stato dimenticato. Anzi, quella che era una risposta a una crisi immediata è diventata una realtà sociale diffusa e che ora fa parte di un tessuto sociale più duraturo. Come ha documentato Marina Sitrin, anni dopo la sollevazione del 2002, le assemblee di quartiere e le forme di azione e cooperazione collettiva nate nei picchetti continuano a esistere.

Nelle baraccopoli di Buenos Aires possiamo vedere chiaramente come la resistenza all’impoverimento e all’espropriazione che ha dato vita ai picchetti può portare alla creazione di un nuovo mondo. Ci sono donne che vivono in una situazione tale per cui ogni momento della loro vita diventa un atto politico, poiché nulla è loro dovuto e nulla è garantito; tutto si ottiene tramite negoziazione o con la lotta e tutto deve essere continuamente difeso. L’acqua potabile e l’elettricità devono essere contrattate con lo stato, così come alcuni materiali necessari per pavimentare le strade e impedire che la pioggia le trasformi in fiumi di fango. Ma le donne che lottano per ottenere queste risorse non aspettano, anzi non permettono, che sia lo Stato a organizzare la loro vita. Cooperando tra di loro, determinate a non essere sconfitte e a sfuggire all’impoverimento sociale ed economico, creano nuovi spazi che non appartengono a nessun altro, in cui si prendono collettivamente decisioni che incidono sulla riproduzione della vita quotidiana, compresa la fornitura di servizi a tutti coloro che contribuiscono alla collettività.

Zibechi descrive la situazione di Villa Retiro Bis, uno dei 21 villaggi di Buenos Aires:

“Ci sono vicini che pranzano nella sala da pranzo popolare […] la sera studiano alle elementari o alle superiori, frequentano il centro per la salute e socializzano nella casa delle donne […] È vero che sono spazi precari, che non hanno alcun vincolo con il mercato o con lo Stato, ma questi legami sono minimi, marginali. L’importante è che siano imprese sostenute dal mutuo soccorso, dall’autogestione, dalla cooperazione e dal gemellaggio di persone. Quando ho visitato quello stesso villaggio nell’aprile 2015, le donne, che facevano parte del Corriente Villera Independiente, erano orgogliose di ciò che avevano ottenuto. – Tutto quello che vedi – , mi hanno detto, – lo abbiamo costruito con le nostre mani -. Quello che ho visto camminando per le strade che avevano aiutato a pavimentare, visitando le mense dove servivano centinaia di pasti ogni giorno, lavorando su turni, assistendo a uno spettacolo del Teatro degli Oppressi che avevano organizzato, è che questo spazio che percorrevo era il loro spazio, non un territorio alieno in cui siamo soliti vivere, in cui non abbiamo né autorità né mezzi per gestirlo. Quando, prima della mia visita, la città di Buenos Aires ha costruito un muro per impedire che la città si espandesse ulteriormente, le donne lo hanno subito demolito in parte perché, come hanno detto: – Vogliamo poterci muovere liberamente e ci rifiutiamo di essere rinchiuse -”.

Mentre la crisi dell’agricoltura di sussistenza generata dalla politica neoliberista ha ottenuto come risultato la formazione di zone della città parzialmente autogestite, come quelle che si trovano in Argentina, in Bolivia il fenomeno più comune è stata la proliferazione di innumerevoli banchetti e chioschi per strada, che occupando lo spazio urbano hanno trasformato le città in “città mercati”, principalmente attraverso “il lavoro incessante di migliaia e migliaia di donne”. Per fare fronte all’espulsione dai territori rurali e all’impoverimento delle comunità, molte donne proletarie hanno portato il lavoro riproduttivo fuori dalle loro case e “le bancarelle del mercato si sono trasformate […] nel loro spazio di vita quotidiana”, dove “cucinano, si prendono cura dei loro figli, stirano, guardano la televisione , si fanno visita … tutti in mezzo al trambusto della vendita”. Come indica María Galindo, dell’organizzazione anarco-femminista boliviana Mujeres Creando, la lotta per la sopravvivenza delle donne boliviane ha spezzato l’universo della casa e della vita domestica, ha posto fine all’isolamento che caratterizza il lavoro domestico per trasformare la figura della donna chiusa in casa in un’immagine del passato. È emersa una cultura della resistenza in risposta alla precarietà del lavoro e alla crisi salariale maschile. Le donne hanno preso il controllo delle strade e trasformato “le città in spazi domestici che abbassano il costo della vita per l’intera popolazione”, dove trascorrono la maggior parte del loro tempo vendendo merci (cibo, prodotti di contrabbando, musica pirata, ecc.), organizzandosi con altre donne e facendo fronte alla polizia in un processo in cui stanno “reinventando i loro modi di relazionarsi con la società”. Mujeres Creando ha contribuito a questa nuova appropriazione femminile dello spazio pubblico con l’apertura di un centro sociale, La Virgen de los Deseos, che María Galindo definisce “una macchina riproduttiva” a fronte delle numerose attività che vi si svolgono. Il centro offre servizi pensati appositamente per le donne della strada, come un asilo nido, la vendita di cibo, una stazione radio attraverso la quale le donne trasmettono notizie sulle loro lotte o denunciano gli abusi subiti e pubblicano materiali di formazione politica.

Potrebbe sembrare che la vendita in strada di merce non sia un’attività radicale, ma chiunque abbia familiarità con le intricate relazioni sociali che si devono affrontare, in particolare nel nostro tempo, per poter occupare lo spazio pubblico in modi altri, che non sono quelli autorizzati dallo Stato, sa che quest’impressione è sbagliata. Le donne, che rappresentano la maggioranza dei venditori ambulanti, devono intraprendere una serie considerevole di trattative e transazioni politiche per creare le condizioni che permettano loro di trascorrere la maggior parte della giornata in strada, garantire la sicurezza della loro merce, soprattutto dagli attacchi dei polizia e lavorare insieme in pace, coordinando la condivisione dello spazio e del tempo, le attività di pulizia e concordando i prezzi. Una volta realizzato, questo impegno crea contropotere e le autorità non possono ignorarlo. Per questo motivo, i governi organizzano campagne di “pulizia” in tutti gli angoli del globo, ricorrendo all’argomento di dover migliorare le condizioni sanitarie e il decoro urbano per porre fine a queste esperienze che sfidano le pianificazioni urbane e che, per il fatto stesso di occupare lo spazio pubblico in maniera visibile, rappresentano una minaccia per l’autorità governamentale.

Un esempio dei rischi a cui sono esposti i venditori ambulanti è la criminalizzazione dell’Unione Popolare dei Venditori ambulanti 28 de Octubre, un’organizzazione fondata nella città messicana di Puebla e dichiarata nemico pubblico dall’allora presidente Enrique Peña Nieto. La maggior parte degli uomini in posizioni di leadership sono in prigione o minacciati di morte, in un paese come questo con una triste reputazione per il suo alto numero di omicidi politici, dunque sono le donne del 28 ottobre a portare avanti il lavoro politico oggi. Agiscono da madri, mogli e in qualità di venditrici ambulanti, si prendono cura dei detenuti e dei loro figli mentre lavorano ore e ore, aggiungendo a tutto questo lavoro di organizzazione politica. Condizioni queste che favoriscono una vita di continuo impegno, senza tempo per il riposo o lo svago. Tuttavia, come spesso accade nelle organizzazioni femminili, le loro parole rivelano orgoglio per ciò che stanno ottenendo, per la crescita personale e collettiva che stanno vivendo nel loro modo di intendere il mondo, nella loro capacità di resistere alle intimidazioni, e per il rispetto per se stesse e per le altre donne. Nelle parole di queste donne si vede la possibilità di un mondo diverso, in cui l’impegno per la giustizia sociale e la cooperazione convergono in una nuova concezione della politica che è l’antitesi di quella normalmente accettata. Un esempio di questa differenza sono le pratiche organizzative adottate dalle donne del 28 ottobre, che si ispirano al principio di orizzontalità e all’importanza data al processo decisionale collettivo, che spesso viene svolto in assemblee in cui possono partecipare tutti.

Questi nuovi movimenti di donne sapranno resistere all’attacco dovuto all’espansione delle relazioni capitaliste? Avranno il potere di rispondere ai tentativi di ricolonizzare le loro terre e comunità? Queste domande non hanno una risposta ovvia. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che in tempi di crisi acuta, quando i meccanismi dell’economia capitalista crollano, le donne si fanno avanti e, attraverso uno sforzo collettivo, garantiscono le forme fondamentali di riproduzione sociale e abbattono i muri della paura che circondano le loro comunità. Quando una crisi politica ed economica si “normalizza”, molte volte l’economia alternativa creata dalle donne viene gradualmente smantellata, ma lascia sempre dietro di sé nuove forme di organizzazione comunitaria e un orizzonte di possibilità più ampio. In definitiva, come Raúl Zibechi ha spesso sottolineato, nelle città dell’Argentina, del Messico o del Perù, come nel caso delle comunità contadine/indigene e afro-discendenti dell’America Latina, stanno prendendo forma un nuovo mondo e una nuova politica. Si tratta di un mondo che dona nuova vitalità al concetto tanto abusato di comune, contemporaneamente risignificandolo: non è solo una ricchezza da condividere, ma è partire dalla promessa che questa vita debba essere una vita dignitosa da essere vissuta.

Al suo centro, come ha scritto Raquel Gutiérrez, c’è la riproduzione e la cura della vita materiale e la riappropriazione della ricchezza prodotta collettivamente, organizzata in modo sovversivo perché basata sulla possibilità di “articolare creatività e attività umana per scopi autonomi”. Promotore di un gruppo di studio, ricerca e scrittura composto da accademici/attivisti dell’Università Autonoma di Puebla, Messico, attualmente Gutiérrez è uno dei principali promotori in America Latina dell’articolazione delle esperienze che ho descritto, con tutta la loro capacità di riconquistare le pratiche, le conoscenze, i valori e le visioni sedimentate da generazioni di comunità indigene e la continua produzione di nuovi significati e forme di esistenza. Il suo lavoro, così come quello del gruppo di donne con le quali ha collaborato, Mina Lorena Navarro, Gladys Tzul Tzul, Lucía Linsalata, sono una parte importante della lotta, un esempio di “sapere comune” poiché lavorano nel contesto accademico in maniera contraria ai principi di produzione del sapere imposti dall’Accademia, per la loro determinazione a dare voce a quella potente ma quasi invisibile matassa di affetti ed emozioni che costituiscono la sostanza e il terreno in cui si producono le relazioni comunitarie. Questo tipo di lavoro è oggi più essenziale che mai, in quanto rende visibile quanto siano radicate le relazioni che generano “comunità” nella nostra vita affettiva, quanto siano essenziali per la nostra sopravvivenza e per apprezzare la nostra vita, dandoci forza e coraggio di fronte all’attacco più violento e brutale che il capitalismo abbia lanciato a tutte le forme di solidarietà sociale dal culmine della colonizzazione ad oggi. Queste opere dimostrano che il commons è un aspetto indispensabile delle nostre vite, che la violenza non può distruggerci, e che sempre ricompare nella nostra esistenza come una necessità.

fonte: http://educacionyeconomiasocial.ning.com/forum/topics/reencantar-el-mundo-el-feminismo-y-la-pol-tica-de-los-comunes

link all’edizione completa in versione digitale:

https://www.traficantes.net/sites/default/files/pdfs/map60_Reencantar_interior_web.pdf

21 ottobre 2020

InfoAut

Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons di Silvia Federici” pubblicato il 21/10/2020 in InfoAut, su [https://www.infoaut.org/approfondimenti/reincantare-il-mondo-femminismo-e-politica-dei-commons-di-silvia-federici] ultimo accesso 25-10-2020.

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