Di fronte all’abisso


Gustavo Esteva

Questo anno nuovo sembra già vecchio. Succederà qualcosa di più… o qualcosa di meno… ma saranno sempre le stesse cose.

Siamo in uno stato di incertezza radicale. Non sappiamo niente di quello che accadrà. Ignoriamo come sarà il clima che sostituirà quello in cui vivevamo. Il progressivo collasso del sistema dominante non è un’opportunità di emancipazione; ciò che prende il suo posto sembra anche peggiore. Ma non sappiamo in che direzione si muove.

Ha ragione Agamben. Non si può avere un futuro senza fede o fiducia. E viviamo in un tempo di poca o mala fede, di futuri vuoti, di false speranze. Il futuro ormai non ha futuro. La prima cosa da fare, dice (in un testo del 2012, ndt) Agamben, “è smetterla di guardare soltanto al futuro, come ci esortano a fare, per volgere invece lo sguardo al passato. Solo comprendendo che cosa è avvenuto e, soprattutto, cercando di capire come è potuto avvenire, sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L’archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente”.

L’analisi delle tendenze, che di solito permette una previsione più o meno affidabile, è oggi inutile, fuorviante.

Non sappiamo, ad esempio, fino a che punto Trump potrà spingere i suoi sforzi elettorali, né  in che misura, forse senza rimedio, il governo messicano continuerà a lasciarsi condurre da essi nell’abisso.

Ignoriamo completamente fino a che punto il collasso climatico estenderà e approfondirà la distruzione dell’ambiente naturale, con l’aiuto entusiastico di coloro che vi contribuiscono per ricavarne profitto.

Non possiamo prevedere fino a che punto il Presidente (Lopez Obrador, ndt) spingerà la sua compulsione distruttiva nel Sud-est. A quanto pare, egli è tuttora convinto che i progetti da lui promossi saranno una benedizione per la popolazione della regione e non danneggeranno l’ambiente. Contro ogni evidenza, insiste  nell’affermare che le consultazioni da lui organizzate erano previe, libere e informate, come previsto dalla legge, e che la gente accettava i suoi progetti. La massiccia campagna di propaganda che continua ad essere effettuata servirebbe soltanto ad estendere e ad approfondire il consenso favorevole e a facilitarne la realizzazione.

Sostenere che le popolazioni resisteranno non è una previsione. Sarebbe solo la continuazione di quello che già sono andate facendo e l’espressione di una decisione risoluta e pubblica, annunciata alcuni giorni or sono a San Cristóbal con gli zapatisti e con il Congresso Nazionale Indigeno. È del tutto incomprensibile per loro sentirsi dire ripetutamente che il debito storico nei loro confronti viene saldato con progetti che hanno lo stesso carattere di quelli che hanno generato quel debito. Non ha senso, per loro, che si insista nell’affermare che l’opportunità di essere servitori o di avere lavori degradanti giustifica la distruzione della dignità dei loro modi di vita autonomi e del loro ambiente naturale.

Quello che non possiamo prevedere è il grado di violenza che il governo sarà disposto a dispiegare di fronte alla resistenza che incontra e che diventa un ostacolo crescente ai suoi progetti. Il computo delle violenze che si stanno verificando contro i difensori dei territori e dei diritti in tutto il paese è un sintomo pericoloso di un atteggiamento per lo meno intimidatorio.

Nelle circostanze attuali non c’è spazio per l’ottimismo. Si vanno diffondendo in molti ambienti lo scoraggiamento e persino la disperazione di fronte a una prospettiva devastante. È comprensibile, quindi, che molte persone siano ancora aggrappate alla speranza che nutrono dal 2 luglio 2018, convinte che l’incubo degli ultimi decenni sia ormai giunto al termine. Fra loro ci sono molti fanatici, disposti a fare praticamente qualsiasi cosa per difendere ciò che dice e fa l’uomo che sono arrivati a considerare come il messia. Ci sono numerosi gruppi che hanno trovato una buona sistemazione nelle nuove strutture di potere e difendono i loro orientamenti in nome del proprio interesse. Ci sono molte più persone che adottano questa posizione perché ritengono che sia stato intrapreso un cammino promettente; costoro sostengono la popolarità del presidente, che è ancora molto ampia. Sembrano convinti che il mancato mantenimento delle promesse o l’assunzione di decisioni contrarie a quanto era stato proposto siano dovuti alle pressioni di gruppi che hanno interesse a che nulla cambi. Continuano a confidare che prima o poi si imporrà un pieno recupero di un cammino precedente, opportunamente ottimizzato, oppure si intraprenderà un percorso innovativo a beneficio delle maggioranze.

Queste speranze si vanno affievolendo a poco a poco. Appare evidente che il governo messicano continua ad essere al servizio del capitale e dei suoi seguaci. Anche se modera alcuni dei suoi eccessi più assurdi e arriva a limitare certi abusi distruttivi insopportabili, mantiene un evidente legame con il capitalismo. Lungi dal rendersi conto di ciò che sta accadendo con quel regime in tutto il mondo, attribuisce i problemi sempre più evidenti che il capitalismo ci ha creato ad una dose insufficiente di quella medicina. Ne vuole di più.

In tale prospettiva così nefasta, forse la cosa peggiore è che in questa guerra dovremo combattere contro molte di quelle persone speranzose, gran parte delle quali sono nostre sorelle e nostri fratelli.

30 dicembre 2019

La Jornada

Traduzione a cura di Camminardomandando

tratto da Comune-info

https://comune-info.net/di-fronte-allabisso/

Traduzione di Camminardomandando:
Gustavo Esteva, Frente al abismo” pubblicato il 30/12/2019 in La Jornada, su [https://www.jornada.com.mx/2019/12/30/opinion/010a1pol] ultimo accesso 11-02-2020.

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