L’ultima intervista a Bayer di Página/12


Silvina Friera

“Mi sono proposto di non avere pietà con gli spietati”.

Venendo ristampata parte della sua opera, il 14 agosto 2016 Página/12 pubblicò una conversazione con lo scrittore. Qui, alcuni estratti: la dittatura, l’esilio, le sue ricerche, il governo di Macri e, certamente, l’anarchia.

“Il Tugurio” -così si chiama la casa di Osvaldo Bayer in via Arcos, quasi all’angolo con la Monroe- è una casa dalle porte aperte, che corrisponde agli ideali di un sincero anarchico che riceve scrittori, giornalisti, studenti, amici e artisti. Bisogna attraversare un esiguo corridoio per giungere ad un cortile coperto, dove si dispiega un banchetto ottico di pothos che ricoprono da cima a fondo una delle pareti. Il suo tavolo da lavoro e lettura è un grande caos di pile di quotidiani che non crollano per miracoli libertari, di file di libri tra i quali si distinguono i racconti completi di Haroldo Conti e carte manoscritte. A 89 anni, lo scrittore, storico e giornalista continua a viaggiare e a fare conferenze per tutto il paese. Non rifiuta mai un invito. “La salute mi risponde -dice mentre beve il suo primo bicchiere di Campari con ghiaccio-. Bisogna vivere profondamente la vita, l’amore, i figli, lo studio, le letture… bisogna agire sempre, non rinchiudersi, mostrare il viso nella società”. Osvaldo sorride ed enumera con orgoglio di avere 4 figli, 10 nipoti, 6 pronipoti e 11 libri pubblicati; quattro stanno finendo di essere ristampati dall’editrice Planeta nella collezione Biblioteca Bayer: ‘Rebeldía y esperanza’ (Ribellione e speranza), ‘En camino al paraíso’ (In cammino verso il paradiso), ‘Ventana a Plaza de Mayo’ (Finestra su Plaza de Mayo) e ‘Fútbol argentino’ (Football argentino). Quasi un anno fa, a settembre dell’anno passato, morì Marlies Joos, per 67 anni la sua inseparabile compagna. Lo spirito combattivo di Bayer si prepara a vecchie-nuove battaglie. Se prima denunciò lo sfruttamento e la morte di braccianti rurali in Patagonia e accompagnò le Madri di Plaza de Mayo, ora sa che bisogna mettere il corpo nelle strade per protestare contro l’assoggettamento neoliberale dei diritti umani e sociali. “Il governo di (Mauricio) Macri è come tornare al Medio Evo”, afferma lo scrittore nell’intervista a Página/12.

“Fui prigioniero, bruciarono i miei libri, mi perseguitarono, ma qui stiamo. Non mi pento di nulla, ripeterei la mia vita tale e quale la vissi. Mi ricordo che ad Ezeiza il militare che mi fece partire per l’esilio, mi disse: ‘lei non calpesterà mai più il suolo della patria’. E nonostante ciò sono tornato a calpestare il suolo della patria. E come, in ogni attività. Bisogna avere fede nel futuro. Vivrò fino ai 100 anni, mi rimangono 11 anni di vita per scrivere le mie memorie e ricevere tutti i giorni la gente che viene a visitarmi. Non mi lamento, penso a tutti quegli scrittori che furono fatti scomparire e non poterono vedere la rinascita della democrazia, come Rodolfo Walsh, mio grande amico”.

All’improvviso, lo sguardo di Osvaldo si eclissa, come se tornasse il dolore per una vecchia ferita che non si è mai cicatrizzata. “La dittatura fu il momento più duro della mia vita, dovetti abbandonare il paese dopo tanti anni di lavoro, dovetti abbandonare tutte le mie posizioni, i miei luoghi di insegnamento, e incominciare di nuovo in Germania. Fu molto duro. Portai via tutta la mia famiglia perché avevo paura che sequestrassero qualcuno dei miei quattro figli. La dittatura fu il periodo più triste della mia vita”, ripete lo scrittore. “‘La Patagonia rebelde’ è la mia opera fondamentale, tardai quasi dieci anni a scrivere questi quattro volumi e rimase per sempre nella storia di Santa Cruz. Per la prima volta si scrisse su questi fatti ed è stato preso come libro di lettura nelle scuole. Mi piacque molto scrivere ‘Severino Di Giovanni’, l’idealista della violenza, la storia di un bandito assolutamente simpatico che divideva il denaro tra i poveri. Non si è mai potuto filmare perché nessun governo lo ha permesso”, chiarisce lo scrittore.

-Che pensa di quello che ha detto il presidente Mauricio Macri, che non sa se furono 30.000 gli scomparsi?

-Non sapere che furono 30.000 scomparsi, che è uno dei fatti fondamentali della politica dei diritti umani del paese, è di una ignoranza che non si può perdonare, non si può giustificare. Non sapere questo è come non sapere che successe il 9 luglio 1816 perché è fondamentale per la storia. I 30.000 scomparsi saranno sempre la vergogna più grande della storia argentina.

-Che spiegazione trova a questa presunta ignoranza di Macri?

-Macri disprezza la lotta per i diritti umani. Lui non è mai intervenuto nella lotta contro la dittatura. Al contrario, loro fecero buoni affari con la dittatura, cosicché ne ha il miglior ricordo. In nessun momento gli è accaduto nulla, né lui fece assolutamente nulla per i diritti umani; politicamente è un uomo incapace. E nonostante ciò è stato eletto… cose degli argentini.

-Che pensa di fare Osvaldo Bayer come lottatore e anarchico?

-Bisogna continuare a lottare per più democrazia, a denunciare gli errori e i passi indietro che il governo farà riguardo alla vera democrazia. Lotterò per non perdere nessuno dei vantaggi democratici che abbiamo ottenuto durante tanti anni di lotta. Ho 89 anni e non ho mai pensato che sarei tornato a vedere un governo di destra. Non abbiamo assolutamente appreso nulla, abbiamo avuto governi di destra fino alla sazietà. Ora torniamo al decennio del 30 con un candidato della cosiddetta aristocrazia di Recoleta, come avevamo prima del 45.

La voce di Osvaldo si solleva contro l’oblio e l’impunità. Nella controcopertina di uno dei libri ristampati, ‘En camino al paraíso’, lo stesso storico “che tira la pietra e mai nasconde la mano” spiega la sua ideologia. “Mi sono proposto di non aver pietà con gli spietati. Mi manca la pietà con gli assassini, con gli aguzzini che agiscono dal potere, si riduce a scoprirli, lasciarli nudi di fronte alla storia e alla società e riabilitare in qualche modo quelli in basso, quelli che in tutte le epoche scesero in strada a fare grida di protesta e furono massacrati, trattati come delinquenti, torturati, derubati, gettati in qualche fossa comune”. Bayer sta scrivendo le sue memorie in questa medesima casa in cui giunse nel 1935, quando aveva 8 anni. Prima visse a Bernal, a Tucumán, a Concepción del Uruguay e Santa Fe, la città dove nacque nel 1927. Ancora non hanno un titolo le sue memorie, di cui ha scritto circa 120 pagine, ma crede che potrebbe essere qualcosa come: “In un paese difficile”…

-Qual è l’ideale di un governo anarchico? Come lo immagina?

-Il governo attraverso un’assemblea, tutto il popolo deve intervenire. Ho potuto comprovare quanto di positivo erano le assemblee nell’assemblea di Belgrano. Con quanta sapienza si parlò; perfino le vecchiette che mai avevano parlato in tutta la loro vita parlavano. Era un bello spettacolo ascoltare i vicini che mai nella loro vita avevano parlato e dicevano quello che pensavano. Che periodo carino fu questa democrazia di quartiere.

-È possibile recuperare questo tipo di esperienze democratiche?

-Questo è un momento difficile e complicato, la gente ha votato niente meno che Macri, un ultraconservatore, un uomo che lavorò con le dittature. Incredibile… vedremo ciò che succede, prima di abbandonare il potere per la reazione popolare. Se Macri continua a governare niente più per il quartiere Norte, non durerà molto.

Foto: Pablo Piovano

26 dicembre 2018

Página/12

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Silvina Friera, La última entrevista a Bayer de Página/12” pubblicato il 26/12/2018 in Página/12, su [https://www.pagina12.com.ar/164466-me-he-propuesto-no-tener-piedad-con-los-despiadados?fbclid=IwAR3tXONpJ1wULOnVNmLgkWRqADgLL-JAXzbH8YVSFycQdK3B10k6-POQpJg] ultimo accesso 28-12-2018.

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