Insurrezione popolare e politica nordamericana in Nicaragua


Tomas Andino Mencía

Dopo il massacro del Giorno della Madre (30 maggio), quando la polizia e i gruppi di scontro di Daniel Ortega spararono su una delle manifestazioni più grandi della storia del Nicaragua, il corso del conflitto è passato ad una seconda fase, più di confronto.

Prima di quella data, l’Alleanza Civica per la Democrazia e la Giustizia era disposta ad accettare un accordo con il quale Daniel Ortega e Rosario Murillo avrebbero ceduto lasciando il potere mediante elezioni anticipate, con un meccanismo democratico per eleggere un nuovo governo. Per questo hanno accettato di partecipare al “Tavolo di Dialogo” convocato dal governo e moderato dalla Chiesa Cattolica; c’è stato anche un momento in cui sono giunti a sospendere tutte le occupazioni a livello nazionale, sperando in una proposta di un’uscita pacifica del governante. Nonostante ciò, la repressione è continuata in tutto il paese.

Il massacro del 30 maggio ha fatto comprendere al Popolo che il governante non è disposto ad uscire di proprio conto e che bisogna tirarlo fuori con azioni più efficaci. Da allora le occupazioni di strade (o “blocchi”), le occupazioni di quartieri e di centri di studio con misure di autodifesa rudimentali, sono diventate il metodo principale di lotta popolare, sostituendo le manifestazioni di strada della prima fase. Il principio continua ad essere il medesimo, fare una disobbedienza civile attiva e pacifica, ma non più indifesa.

Allo stesso tempo, l’esperienza ha insegnato al Popolo che il “Tavolo di Dialogo” è servito solo a distrarre l’attenzione delle organizzazioni dell’opposizione e a dare tempo al governo di prendere l’offensiva nelle strade. Ogni volta che il movimento è in auge, Daniel convoca detto Tavolo, ma quando quello si attenua, il governo l’abbandona ed esacerba la repressione. A seguito di ciò la risposta del Popolo è stata contundente.

Al momento di scrivere queste considerazioni, in Nicaragua ci sono 131 blocchi popolari indefiniti, che sono assediati e attaccati con violenza dalla polizia e da una gioventù utilizzata come carne da cannone dal governo, accompagnati da paramilitari fortemente armati. I e le giovani e gli abitanti si difendono con armi posticce (mortai, fionde, armi da fuoco di fabbricazione artigianale) e in alcuni casi con armi da fuoco leggere, in una lotta diseguale contro un avversario molto meglio equipaggiato e più esperto in campo militare.

È deplorevole che muoiano dei giovani e non tanto giovani di ambedue le fazioni. Nessuno dovrebbe rallegrarsi di questo, ma se c’è un responsabile è il governo dittatoriale che arma gruppi di scontro utilizzando i propri seguaci per farli scontrare con i propri fratelli. È la sua ostinazione che fa più dolorosa la sua uscita. Così agiscono i dittatori. Un democratico fermerebbe le ostilità per cercare un’altra via d’uscita che non sia il sangue tra compatrioti, ma lui non è una tale cosa.

La grande maggioranza dei caduti sono dal lato dell’opposizione. Qui, chi mette i morti, sono i e le giovani dei quartieri, contadini(e), studenti, lavoratori, piccoli commercianti, disoccupati e, certamente, non mancano i lumpen o i disadattati, ognuno con le proprie motivazioni e con le proprie caratteristiche condotte sociali. È una costellazione di classi sociali unite intorno all’obiettivo comune di scacciare la dittatura, che non sempre è facile da accettare, allo stesso modo che in Honduras ogni tipo di gruppi sociali è sceso ad occupare le strade contro la dittatura di qui.

Bisogna evidenziare che la propaganda di alcuni settori della sinistra pro-orteghista, compromessa per differenti ragioni con quel governo, cerca di far apparire questa insurrezione popolare poli-classista, come una rivolta di “vandali e delinquenti” che chiama dispregiativamente “piaga”, per introdurre nell’immaginario collettivo una giustificazione del massacro che è stato portato a termine contro di loro. Se fosse una sollevazione di “vandali”, non si spiegherebbe come mai questo movimento abbia aggregato tante persone per tanto tempo in tutto il paese, incluse intere città, mobilitando tutte le università; ed effettuando le manifestazioni sociali più frequentate degli ultimi tempi in Nicaragua.

Si tratta di uno scontro disuguale, tra un movimento sociale con armamento difensivo rudimentale e, di regola, inesperto nella lotta, contro un avversario ben rifornito e sperimentato. Ma la determinazione del Popolo è tale che, tra più proiettili e mitragliate che ricevono, più “blocchi” si uniscono alla lotta. È specialmente notevole il caso dell’eroica città di Masaya dove i suoi abitanti hanno eretto centinaia di barricate nella maggioranza dei quartieri, ora imitata da Jinotepe e León, dove recentemente è stato effettuato uno sciopero municipale di successo. Si sono sollevati anche molti quartieri di Managua, che hanno sostenuto per 24 ore le occupazioni di quartieri e strade, prima di fare un temporaneo ripiegamento.

Per questo motivo, nelle ultime due settimane, il conflitto è aumentato in violenza, senza che il governo abbia conseguito l’obbiettivo di far retrocedere il Popolo; ma è aumentato anche in estensione, al punto che più località si uniscono ai blocchi delle strade e il commercio interno ed internazionale si trova praticamente paralizzato.

L’ondata insurrezionale è così forte che importanti attori che prima avevano un atteggiamento complice o timoroso, hanno cominciato ad essere mossi dalla pressione sociale. È il caso delle centinaia di membri del FSLN e di ex funzionari orteghisti, così come i figli di militari e poliziotti, che si vergognano della politica repressiva del proprio governo e ora accompagnano le occupazioni; è il caso di settori di medi commercianti e produttori dell’area rurale, che mettono di traverso nelle strade i loro trattori, molti di loro “impresari patriottici” che prima erano beneficiati dal regime; è il caso di commercianti urbani del Mercato Orientale di Managua, il maggior centro commerciale del Centroamerica che si sono dichiarati in disobbedienza civile. Tutti sanno che i giorni del regime sono contati e preferiscono unirsi per mettere fine alla causa della crisi.

Tuttavia la grande assente è la potente classe lavoratrice nicaraguense, anche se si comprende che il controllo politico e la repressione lavorativa su coloro che osano sfidare i propri padroni orteghisti semini sempre timore, a causa della collaborazione dei sindacati controllati dal governo. Ma ci sono sintomi che questa si unisca confusa nell’anonimato delle gigantesche manifestazioni che ha fatto l’opposizione. Un esempio di questo è stato l’enorme differenza tra la mobilitazione del Giorno della Madre fatta dall’orteghismo e la gigantesca manifestazione fatta dall’Alleanza Civica. Questa differenza non ha altra spiegazione, perché il FSLN ha perso migliaia di simpatizzanti, anche tra i suoi impiegati pubblici. Quando la classe operaia entrerà come classe in questo processo, sarà quella che definirà la sorte del regime.

Delle parole a parte merita lo sciopero convocato ieri, 14 giugno, dal Consiglio Superiore dell’Impresa Privata e la Camera di Commercio Americana del Nicaragua (AMCHAM). Queste associazioni imprenditoriali hanno seguito una rotta differente da quella del movimento popolare dato che non sono sostenitori che Ortega se ne vada a seguito di una Rivoluzione popolare, ma di un processo elettorale, come vogliono gli americani. Questa alternativa gli permette di sostenere i propri tradizionali candidati liberali, come hanno sempre fatto. Per questo lo sciopero è stato solo di 24 ore e aveva come principale richiesta quella di chiedere l’insediamento del truffaldino Dialogo del governo, che non conduce a nient’altro che a perdere tempo.

Non è strana questa posizione dei grandi imprenditori, giacché si sa che il COSEP ha molti interessi in comune con Ortega e perché l’AMCHAM è l’associazione padronale delle imprese americane, delle quali Laura F. Dogu, Ambasciatrice degli Stati Uniti, è membra onoraria. Le ragioni di questa posizione si comprenderanno più avanti in questo testo. Ma indipendentemente dalle loro motivazioni, il solo fatto che questo sciopero sia stato deciso e abbia avuto un successo totale, indica che Ortega è stato abbandonato dal grosso della borghesia che nel recente passato è stata la sua principale alleata.

Relazioni idilliache tra l’impero e l’orteghismo

Contrariamente a quello che suppongono molti compagni(e), il governo nordamericano non è il grande organizzatore né il direttore di questa insurrezione, come tendenziosamente lo dipinge la sinistra pro-orteghista. Questa è una tesi il cui scopo è di indebolire la solidarietà con la lotta di questo popolo, che in realtà non ha un solido fondamento.

Cominciamo col dire che il governo di Ortega, a due mesi dall’inizio della crisi, non si è presentato pubblicamente né in qualche tribunale, per offrire prove convincenti, come studi scientifici, documenti filtrati verificabili, foto, video o testimonianze, che confermino questa supposizione; la qual cosa è strana dato che l’intelligence sandinista insieme a quella cubana sono le più efficienti del Latinoamerica. Al contrario di quello che è avvenuto in Venezuela, dove abbondano le prove dell’ingerenza nordamericana nelle reti sociali. Per l’orteghismo i processi giudiziari sono un intralcio; non hanno bisogno di prove; i proiettili dei suoi fucili decidono chi è colpevole e chi è innocente.

Ciò che l’informazione disponibile riporta, è che in questa crisi il ruolo degli Stati Uniti è atipico: lo stato nordamericano sta lavorando affinché Ortega sia sostituito nel lungo periodo in future elezioni, mediante una candidatura liberale fidata e stabile, ma non appoggiano l’idea che Ortega sia rovesciato dall’attuale movimento insurrezionale. Può sorprendere che un governo imperialista che promuove Colpi di Stato in varie parti del mondo, non sia interessato a rovesciare violentemente un governo che si dichiara di “sinistra” e “socialista”, ma in questo caso è così, proprio perché questo governo non è né l’una né l’altra cosa, e perché con la sua mentalità capitalista, il bilancio costi benefici gli indica che è preferibile mantenere il più possibile l’ordine stabilito da quello, facendogli questo e un altro accomodamento, che gettare giù tutto per un incerto progetto popolare.

Questa politica di sostegno occulto ad Ortega di fronte alla crisi non è recente, ma è stata una politica degli ultimi anni. Se no, si veda la storia; sono passati dodici anni, da quando nel 2006 il FSLN è ritornato al potere ad oggi, e in questo periodo non è stato molestato con il più minimo tentativo di golpe “soave” né “duro” da parte dei due successivi governi degli Stati Uniti. Questo contrasta con il fatto che, nel medesimo periodo, paesi come Honduras, Venezuela, Paraguay, Ecuador, Brasile e Bolivia, solo per citare quelli avvenuti in Latinoamerica, hanno subito tentativi golpisti di successo e falliti, mentre in Nicaragua, essendo questo il paese più povero dell’ALBA, Bush figlio e Obama non hanno molestato il suo governo durante il periodo 2006-2018.

Un altro indicatore delle eccellenti relazioni esistenti tra il governo di Ortega e gli americani fino a quest’anno è che Ortega ha permesso la presenza nordamericana a loro proprio agio in molti campi, alcuni molto sensibili per la sicurezza nazionale di questo piccolo paese. Per esempio, l’USAID ha finanziato molti programmi sociali dello stato; durante questo decennio l’Esercito del Nicaragua ha fatto manovre militari con forze del Comando Sud degli Stati Uniti, suo presunto “arci-nemico”, e il Dipartimento della Difesa americano dava sostegno diretto ai militari di questo paese con denaro ed equipaggiamenti. Tutto è documentato e può essere rintracciato nelle pagine web dell’USAID, dell’Esercito del Nicaragua e in articoli che da anni circolano al riguardo.

Le ragioni di questa condotta atipica dell’impero verso il Nicaragua, e di questo con quello, non sono così difficili da comprendere, se analizziamo il loro contesto e la loro storia.

In primo luogo, ci sono forti interessi economici di mezzo. Gli investimenti nordamericani sono il più importante, tanto nelle industrie delle Zone Franche, come negli investimenti finanziari, alberghieri, commerciali ecc. Gli investimenti statunitensi generano circa 300.000 posti di lavoro, fatto che rappresenta il 10% della Popolazione Economicamente Attiva.

In secondo luogo, Ortega ha dato tutte le facilitazioni all’espansione degli investimenti imperialisti, a costo di un super sfruttamento della propria classe lavoratrice. Tant’è vero che l’industria della maquila, il principale settore produttivo del paese con una forte componente nordamericana, gode di enormi privilegi nelle cosiddette “Zone Franche”, dove più di 120 mila operaie e operai sono fruttati con il salario minimo più basso del Centroamerica, in condizioni precarie che non hanno nulla da invidiare a quelle che si presentano in Honduras o Haiti. A differenza del Venezuela, dove c’è stata una nazionalizzazione di alcune industrie strategiche e tagli ai profitti delle transnazionali, in Nicaragua l’industria imperialista è trattata come un’industria nazionale, e nelle zone franche, è trattata con ancora maggiori privilegi di questa.

In terzo luogo, il Nicaragua è un “buon pagatore” della suo oneroso debito estero che nel terzo trimestre del 2017 assommava a US€ 11,277 miliardi (simile a quello dell’Honduras) verso organizzazioni finanziarie controllate tutte dagli Stati Uniti, come la BM, BID e FMI. Tant’è vero che costantemente è lodato e posto come “esempio” di come deve comportarsi un buon governo neoliberale.

In cambio di questo, per vari anni il governo nordamericano ha concesso al Nicaragua uno status preferenziale chiamato Livello di Preferenza  Doganale (TPL) fino al 2014. Questo privilegio gli permetteva di vendere capi di vestiario prodotti con materie prime di altri paesi fuori dal DR-CAFTA senza pagare imposte nel mercato statunitense, una prerogativa che nessun paese come l’Honduras sono riusciti ad ottenere.

Se dal punto di vista economico gli affari andavano molto bene con Ortega perché l’impero si sarebbe preso il disturbo di creare crisi non necessarie per toglierlo dal potere? La stabilità che ha avuto il Nicaragua durante questo periodo e la sua buona fama di “crescita economica” è precisamente dovuta a questi fattori. Questo boom economico ha permesso all’orteghismo di portare avanti una serie di programmi assistenziali, che in buona misura hanno alleviato le condizioni di povertà di una parte della popolazione; ma è anche certo che i criteri con cui è stato distribuito questo sostegno sono sempre stati con l’obiettivo posto nel riunire una massa clientelare dipendente che garantisse il proprio progetto rielezionista, e non è stato diffuso su tutta la popolazione povera di cui ne aveva necessità, seguendo il modello di qualsiasi regime capitalista di questi paesi sottosviluppati. Se fosse stato il contrario, non starebbero nelle strade centinaia di migliaia di famiglie povere a manifestare e chiedere la sua uscita dal governo. Riassumendo: siamo di fronte a quello che è stato un ben amministrato sfruttamento capitalista neoliberale e pro statunitense, nelle mani di un presunto governo di “sinistra”.

La svolta moderata della politica nordamericana nel 2014

Nonostante ciò, dal 2014 un fattore geopolitico ha disturbato questa relazione. Ortega e Murillo, che già erano multimilionari con l’affare ALBANISA, hanno iniziato accordi con altre potenze capitaliste come Cina e Russia per diversificare le proprie fonti di arricchimento; con la prima, ha messo in moto l’idea di costruire il Canale interoceanico, un faraonico progetto di US€ 50 miliardi con il quale si darebbero in concessione 278 km della striscia per 116 anni ad un’impresa privata cinese. Con la Russia ha fatto un affare con l’acquisto di 50 carrarmati T-72b1, aerei Mig-29 ed equipaggiamenti militari. Questi legami commerciali e militari con queste potenze rivali degli Stati Uniti, hanno disturbato Washington che hanno compreso che era il momento di fare qualcosa per toglierlo dal potere per ragioni geopolitiche.

Per riuscirci avevano bisogno di qualcuno che lo potesse sostituire e che possa farlo in servitù verso l’impero e con stabilità. Lì incominciano i loro problemi: da un lato, in Nicaragua l’opposizione liberale è molto debole e non ha la forza e l’aggressività di quella venezuelana; è anche molto screditata di fronte al Popolo, per il ruolo che hanno giocato personaggi liberali nefasti come Arnoldo Alemán o Enrique Bolaños quando furono al governo. Da un altro lato, il ferreo controllo dell’orteghismo sui processi elettorali ha impedito che l’opposizione possa partecipare con sufficienti garanzie democratiche e senza subire delle frodi. Pertanto, prima di pensare di cambiare il governo nel breve periodo hanno visto che era necessario cambiare queste condizioni sfavorevoli nel lungo periodo.

Per queste ragioni, né Bush figlio né Obama hanno pensato di fare un cambiamento brusco, ma hanno pensato di iniziare una certa pressione per forzare il governo di Ortega a fare delle riforme nelle sue leggi che permettessero all’opposizione liberale borghese di rafforzarsi e di partecipare con garanzie. Siccome gli affari marciavano bene, l’impero non ha avuto fretta e ha continuato a coltivare con Ortega buone relazioni economiche, politiche e militari, non senza prima eliminargli nel 2014 il privilegio del TPL per fargli sentire la propria avversione, mentre parallelamente ha sviluppato in modo silenzioso una certa influenza sulla leadership giovanile attraverso i programmi dell’USAID, del NED e del NDI, agenzie nordamericane che portano avanti programmi sociali e politici in Nicaragua.

Ma che dire di Trump? Ha rotto o ha dato continuità a questa politica di Bush e Obama?

Da che lato sta Trump?

Con Trump la strategia gringa verso il Nicaragua ha avuto certi cambiamenti. Come è suo stile, ha lanciato delle minacce di tagliare l’aiuto economico se non si facevano quelle riforme elettorali, ma, a dire la verità, non è andato molto avanti in questo processo. Le uniche misure di una certa importanza prese dalla sua amministrazione, specificatamente contro lo Stato del Nicaragua, sono state due:

– La Legge “Nicaraguan Investment Conditionality Act of 2017”, conosciuta come Legge “Nica Act”, uno strumento per soffocare di crediti il Nicaragua se non rispetta i suoi standard di democrazia e diritti umani, promulgata nella sua ultima versione nell’aprile del 2017 dall’ultra destra gringa; nonostante ciò, fino ad oggi e nonostante l’attuale crisi, questa legge non è stata ancora definitivamente approvata dal Senato degli USA, molto meno applicata, e magari mai lo sarà.

– L’altra misura è stata quella di applicare nel 2017 la Legge Global Magnitsky a Roberto Rivas, Presidente del Consiglio Supremo Elettorale (CSE) del Nicaragua, con accuse di corruzione, oltre ad altri 11 funzionari di diversi paesi, precisamente per fare pressione per le citate riforme elettorali.

La recente revoca del TPS, in realtà non rientra in questa categoria, dato che è una misura di applicazione regionale, orientata a colpire vari paesi e non solo il Nicaragua; è stata applicata anche all’Honduras e ad Haiti.

Come si può vedere, tutta la sceneggiata di Trump si riduce a molto timide azioni, che non si comparano alle aggressive misure che prende contro il Venezuela.

Ma la cosa non rimane qui. In mezzo all’attuale crisi politica, il governo di Trump invece di ridurre il suo sostegno ad Ortega, piuttosto sembra aumentarlo. Alcuni indicatori sono i seguenti:

1) Dal 17 al 21 maggio la Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha visitato il Nicaragua e ha constato gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo di Ortega, ma nonostante questo, il suo Segretario Generale, Luis Almagro, non ha promosso nessuna importante sanzione contro questo paese avvalendosi della Carta Democratica dell’OEA (come si fa nel caso del Venezuela); si è solo limitato a chiedere amabilmente al governo nicaraguense di iniziare di nuovo il processo di riforme che fu sollecitato dalla Missione di Osservazione Elettorale del 2016.

2) Lo scorso 24 maggio, la Camera dei Rappresentanti degli USA ha chiesto al Dipartimento della Difesa di consegnargli la lista dei funzionari centroamericani più corrotti, ma in quella lista non ha incluso il Nicaragua, nonostante le pressioni dei settori più oltranzisti della destra del Congresso gringo e che il Progetto della Legge Nica Act è stato riformato per includere il tema della corruzione.

3) Lo scorso 2 giugno, il cittadino statunitense Sixto Henry Viera, è stato assassinato nella città di Managua, in circostanze confuse, come risultato della violenza politica. In altre circostanze quell’incidente sarebbe bastato a Trump per iniziare una campagna per criminalizzare il governo di Ortega, ma non c’è stata nemmeno una reazione della sua Ambasciata al di fuori di questo paese.

4) Nel gennaio del 2018 Luis Almagro aveva la posizione di lasciare Daniel Ortega governare fino al 2021, mentre l’opposizione nicaraguense chiedeva un’anticipazione delle elezioni, ora che l’opposizione chiede l’immediata e senza condizioni uscita dal governo di Ortega e Murillo, Almagro chiede di organizzare delle elezioni anticipate. Come dire, Almagro sta sempre più vicino alle posizioni di Ortega-Murillo, che a quelle dell’Alleanza Civica per la Democrazia e la Giustizia. Non è casuale che le relazioni tra i primi siano di armonia e tra i secondi, di conflitto.

5) Nella recente Assemblea Generale dell’OEA del 4 e 5 giugno, la mutua lealtà dei governi degli Stati Uniti e del Nicaragua, si è manifestata in tre fatti che bisogna vedere per credere: a) il rappresentante del Nicaragua nel suo discorso di fronte al Plenum non ha pronunciato una sola parola per denunciare la “cospirazione” del governo gringo che è presuntamente “dietro” la rivolta popolare; b) i rappresentanti degli USA e del Nicaragua hanno firmato, trovandosi d’accordo, un progetto di dichiarazione che fa un appello alle parti a rifiutare la violenza (come se ci fosse uno scontro uguale) e ad affidarsi al menzognero Dialogo, senza menzionare per nulla le gravi violazioni dei Diritti Umani in cui è incorso il regime di Ortega-Murillo; progetto che è stato approvato per acclamazione; e, c) mancando la solidarietà con il governo venezuelano, il rappresentante del Nicaragua si è astenuto dal votare quando si è deciso se si espelleva o no il Venezuela dall’organizzazione.

6) In Nicaragua ci sono vari gruppi armati contrari a Ortega, come i “Rearmados” e simili, che, sebbene non siano un avversario militare per il temprato Esercito del Nicaragua, potrebbero ben essere utilizzati dal governo gringo come giustificazione per portare avanti un intervento militare in mezzo all’attuale conflitto, come fece in Libia e Siria (così come sta cercando l’ultradestra gringa). Al contrario di questo, i comunicati dell’Ambasciata fanno sempre appello al dialogo e alla riconciliazione e non c’è segno che Trump sia interessato a quella via. Speriamo che non gli salti mai in mente. Tenendo di vista questi fatti, può rimanere qualche dubbio che il governo nordamericano mantenga una linea generale di sostegno al governo di Ortega e che non sia interessato al suo rovesciamento violento approfittando dell’attuale processo insurrezionale in corso?

La domanda chiave è perché il governo di Trump agisca così. Certamente per quanto detto prima: perché se cade Ortega, nell’immediato non sarebbe sostituito da un politico liberale manovrabile e di sua fiducia, ma dall’Alleanza Civica per la Democrazia e la Giustizia, guidata dagli studenti, contadini, dirigenti comunitari, dirigenti dei “blocchi”, nel cui seno convergono molteplici ideologie e posizioni politiche, da settori di destra e di sinistra socialista, ma molto sensibili ad una democratizzazione senza ingerenze esterne. In altre parole, un governo di lottatori sociali che difficilmente potrebbe controllare.

Disaccordi all’interno dell’impero, che sfiorano il movimento

Orbene, il governo nordamericano non è omogeneo. Al suo interno ci sono differenti tendenze che lottano per imporre le proprie politiche e approcci. La menzionata politica del Dipartimento di Stato attualmente è quella ufficiale, ma è avversata all’interno degli Stati Uniti da settori radicali di destra che chiedono un atteggiamento più aggressivo contro Ortega. Abbiamo già menzionato il caso del settore più recalcitrante della destra rappresentato da Ileana Ross-Lehtinen e Marco Rubio, che chiedono a Trump l’applicazione della Legge Nica Act, senza che fino a questo momento abbia avuto successo. Ricordiamo che, durante l’epoca del Colpo di Stato in Honduras, questa medesima senatrice appoggiò pubblicamente e senza sotterfugi l’allora governante di fatto, Roberto Micheletti, mentre Obama criticava il Golpe e prendeva tiepide misure contro gli usurpatori.

Nell’attuale crisi politica del Nicaragua, e in contraddizione con la politica generale del governo nordamericano, questo settore dell’ultradestra punta piuttosto ad avvicinarsi ai settori dell’opposizione nicaraguense per influire su di loro con la propria agenda ultraconservatrice. Un esempio di questo atteggiamento è stato l’invito fatto dalla Fondazione “Freedom House” a 40 dirigenti studenteschi, trovati da loro, per visitare vari congressisti e senatori nordamericani per fare promozione a favore della propria causa. Ingenuamente molti studenti hanno accettato l’invito, ma non sono stati loro che hanno deciso l’agenda, ma questa gli è stata imposta, secondo quanto ha riferito un noto dirigente del movimento. Si sono riuniti con la Senatrice Ross-Lehtinen, Ted Cruz e Marco Rubio per chiedergli sostegno alla propria causa. Né ottusi né pigri, questi politici ultra hanno approfittato dell’occasione per organizzare una lobby nel Congresso gringo a favore di un atteggiamento più aggressivo di quello del governo verso Ortega, approfittando dell’attuale movimento. Allo stesso tempo, non hanno lesinato di farsi una quantità di fotografie con questi studenti, che ora fanno il giro del mondo. Fortunatamente, come rivela il reportage di Dick Emmanuelson, la maggioranza dei senatori e dei congressisti non hanno preso in considerazione la visita, allineati con la politica ufficiale del governo.

La sinistra pro-orteghista non ha sprecato questo incidente per rovesciare veleno, di quello peggiore, per indicare che quella visita “dimostra” che il movimento d’opposizione obbedisce all’agenda dell’ultradestra gringa, togliendo dal suo contesto i fatti che sono intorno e decontestualizzando anche l’insieme della politica nordamericana degli ultimi dodici anni.

Sono d’accordo con coloro che sanamente reagiscono criticando quella visita, merita la più dura critica e rifiuto. È inaccettabile andare nell’impero a sollecitarlo ad applicare gli strumenti interventisti che ha creato per soggiogare i nostri popoli, alla lunga qualsiasi via d’uscita che questo imporrà andrà a detrimento del Popolo del Nicaragua. Ugualmente è stata ripudiabile la visita che nel 2016 fece negli Stati Uniti l’allora coordinatrice del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), Ana Vigil, per riunirsi con senatori e congressisti -inclusa la senatrice Ross-Lehtinen- allo scopo di chiedere il loro intervento nel caso della frode realizzata da Ortega quell’anno.

Ma una cosa è criticare quel fatto e un’altra generalizzare facendo delle indebite conclusioni. È come se pretendessimo di generalizzare che gli abusi di Ortega sono una caratteristica di ogni sandinista; o che, per citare il caso dell’Honduras, diremmo la stessa cosa del Popolo Indignato per il fatto che Ariel e altri dirigenti di quel movimento andarono a Washington a fare simili visite di fronte a senatori americani. Sarebbe un’erronea istigazione. Un punto di vista obiettivo di questi casi, distinguerebbe tra, da un lato, l’atteggiamento opportunista di alcuni dirigenti che chiedono sostegno al medesimo Diavolo, indipendentemente dalle loro buone intenzioni, e dall’altra, la giustezza del movimento che intraprende il Popolo nicaraguense che si è rovesciato nelle strade a lottare contro una dittatura. Coloro che fanno una sana critica sanno fare questa differenza.

A seguito di quel caso, si aprì una controversia all’interno del movimento studentesco e popolare, dato che detta visita causò indignazione nei settori di sinistra e progressisti del movimento, che non si sentono rappresentati dagli studenti che si sono prestati a quello. Fortunatamente il movimento democratico popolare non ha una sola testa dirigente, ma è una gestione collettiva e questo permetterà che tali condotte siano corrette.

Non significa nemmeno che tutto sia armonia e color rosa in seno al movimento democratico popolare. Le contraddizioni di classe al suo interno, prima o poi affioreranno, e così continuerà il processo di progresso della società nicaraguense.

Possibili opzioni e scenari

Detto quanto sopra, bisogna avvertire che l’impero può cambiare di posizione se gli avvenimenti precipitano e se è imminente il rovesciamento del governo e l’insediamento di un governo dell’opposizione popolare. Lo ha già fatto in altri paesi: nel 2011 appoggiò fino all’ultimo minuto il dittatore dell’Egitto, Hosni Mubarak, ma quando era inevitabile la sua caduta, i suoi sforzi furono indirizzati ad influenzare il nuovo governo. Se questo avvenisse, gli americani cambieranno la propria agenda, e settori come l’ultra destra di Ross-Lehtinen e compagnia potrebbero essere ascoltati di più nel governo gringo. Tutto dipenderà da quale sarà il passo successivo del Governo di Ortega-Murillo.

Sentendo che il suolo gli si muove, il governo nica ha di nuovo attivato la tattica dilatoria del “Tavolo di Dialogo”, promettendo di dare una risposta, oggi venerdì 15 giugno, alla richiesta di includere nell’agenda il tema della democratizzazione del paese. Nonostante ciò, in questa occasione, l’esperienza fatta con le false promesse del regime rende molto difficile che questa tattica dia un risultato. Tant’è vero che nemmeno la promessa di anticipare le elezioni potrebbe calmare la macchina di questa rivoluzione che è iniziata in Nicaragua. Il Popolo nelle barricate non vuole l’anticipazione delle elezioni ma che il governante se ne vada ora.

Se la sua manovra di influire sul movimento attraverso il Tavolo fallisse, al regime rimangono tre opzioni: una è mantenersi al potere ad oltranza continuando con la sua attuale politica repressiva con la polizia e i gruppi di scontro orteghisti; un’altra è fare un appello all’intervento dell’esercito affinché effettui una repressione ancor maggiore dell’attuale; e la terza è deporre il potere in onore di una transizione ordinata con l’appoggio del governo degli Stati Uniti.

La prima opzione è insostenibile, perché nella misura in cui aumenta la repressione poliziesca e parapoliziesca, la risposta del Popolo si amplifica, aggiungendo altri settori alla lotta. Questa strategia a lungo termine piuttosto stimola e rafforza la mobilitazione popolare, per cui è condannata al fallimento.

La seconda opzione è poco fattibile e peggiora le cose, dato che potrebbe condurre, o allo schiacciamento totale del movimento mediante un bagno di sangue peggiore di quello effettuato da Somoza nel 1979, o ad una guerra civile, in cui l’esercito sandinista potrebbe spaccarsi, giacché non è la stessa cosa lottare contro un esercito d’occupazione che contro il proprio stesso popolo.

In un’altra variante di questa medesima opzione, darebbe la scusa perfetta ai settori più radicali dell’impero nordamericano affinché le loro pressioni per un maggior intervento militare nordamericano abbiano successo, per cui il conflitto potrebbe degenerare, come è avvenuto in Siria.

La terza opzione è la più probabile, e di fatto ci sono segni di questo. L’influente presidente del Comitato delle Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti, Bob Corker, ha inviato fin dal 9 giugno Caleb McCarry, un esperto in temi di “transizione politica”. Ortega potrebbe considerare che imbarcarsi nel processo elettorale, disattiverebbe l’attuale mobilitazione e gli darebbe il respiro di cui ha bisogno per riorganizzare le proprie forze, anche se dopo non rispetterà tutti gli accordi.

La quarta opzione è riservata al Popolo, nel senso che il suo movimento insurrezionale trionfi su tutta la linea, Ortega sia rovesciato dal Popolo mobilitato, un governo dell’Alleanza operaia-studentesca-contadina e popolare si insedi e si apra per il Nicaragua un periodo di profonda democratizzazione dello stato e in cui siano gli interessi della popolazione sfruttata quelli che prevalgano, non quello della grande imprenditoria né dello stato nordamericano.

23 giugno 2018

Kaos en la Red

*Tomas Andino Mencía, Honduras: lavoratore sociale, con studi di sociologia e diritto. Difensore dei diritti umani, analista politico, attivista sociale, ricercatore ed educatore popolare.

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Tomas Andino MencíaInsurreccion popular y politica norteamericana en Nicaragua” pubblicato il 23-06-2018 in Kaos en la Red, su [http://kaosenlared.net/insurreccion-popular-y-politica-norteamericana-en-nicaragua/] ultimo accesso 06-07-2018.

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