Conflitto e politica sudamericana


Salvador Schavelzon

Il conflitto è presente nella politica Latinoamericana senza una determinata direzione. Occupazioni di terra vicino alle grandi città, scioperi, forti mobilitazioni come recentemente in Colombia e prima della pandemia anche in Cile ed Ecuador. La crisi, la fame, la morte in molti casi si processano silenziosamente, e gruppi di destra non sono estranei alla mobilitazione.

Da una certa tradizione politica, la crisi era concepita come opportunità per la trasformazione sociale. Ora questa possibilità non si intravede. La crisi permane senza interruzione di continuità né un orizzonte di via d’uscita. Che fare, allora? Aspettare? Prepararsi? Prepararsi per cosa? Rinunciare al mandato morale di dover fare qualcosa? Distrarci nel frattempo? Cercare un cambiamento interiore? Agire ugualmente anche se non sappiamo dove andare? Ci sono coloro che sembra che non si rendano conto dove stiamo e continuano a comportarsi come se sapessero dove vanno. L’azione politica si trasforma in un rituale autocompiacente o in ibridi di opportunismo, volontarismo e ingenuità.

Il termine “conflitto” per intendere la vita sociale ha alcuni problemi. Presuppone che ci sia una normalità di “pace sociale” che viene eventualmente sovvertita, quando ci sono proteste, interruzione della vita economica, o anche insurrezioni, atti di sollevazione, rivolte o qualsiasi disordine che richiami l’attenzione. Parte da un’idea tradizionale di “società”, che si immagina come una macchina o un’organismo che “funziona” quando le sue istituzioni sono in ordine, la gente che lavora o anche nelle proprie case.

Nonostante ciò, ogni ordine sociale deve convivere con il conflitto e la contestazione, che sono permanenti. L’idea di società che funziona sempre è stata un’illusione, ma prima era convincente e ora non più. La critica al ruolo dell’umano e della società occidentale sono definitivi e senza molte possibilità di scappatoia. Si parla più della fine del mondo, del collasso e dell’apocalisse che di rivoluzione, socialismo e benessere. Il teatro elettorale, con sorrisi da campagna elettorale, promesse, immagini di società organizzata, popolo unito, e il bene che trionfa sul male, sono sempre più meno convincenti o con convincimenti effimeri e di limitata funzionalità, molto poco duraturi al di là dell’istante del voto.

Il conflitto è ambiguo. Conseguenza di modi ingiusti di funzionamento sociale, contiene disperazione, violenza, ma apre anche cammini, crea scenari. Se le cose stanno male il conflitto è qualcosa che dobbiamo studiare, pensare e, se troviamo il modo, farne parte. Di fronte alla barbarie che viviamo la cosa peggiore è che non succeda nulla. In questa indagine militante noi ci facciamo domande sui diversi tipi di conflitto, non tutti sono scenario di lotta emancipativa. Ma questo lo possiamo valutare solo a posteriori. Non ci sono manuali né nessuna guida di cui possiamo aver fiducia o delegare.

Il conflitto e le lotte sono energia che muove cose, e vediamo che l’intervento collettivo può cambiare il corso degli avvenimenti. I conflitti sono di classe, di civilizzazioni, di incontri multispecifici o mondi ontologici che non separano natura e società, di regimi di accumulazione, o di consensi sui quali si appoggiano i governi. La resistenza è non quasi umana, non quasi di lavoratori, anche di popolazioni locali, di borghesie spurie e mandati religiosi mobilitatori.

L’America Latina si trova in uno dei questi momenti in cui il potere politico ed economico non riesce a contenere lo scontento sociale. Conflitto politico classico, nel quale le strade rendono conto del malessere. I cicli di crisi e ripresa macroeconomica, di fatto, stanno accorciandosi. La ripresa, in realtà, non cancella la crisi che è più di fondo.

In Brasile, Bolsonaro ha saputo capitalizzare lo scontento, la sinistra istituzionale finisce con il situarsi dalla parte dell’ordine. In Argentina, con un governo kirchnerista, è il votante progressista che rimane a casa mentre la crisi sociale deteriora il valore del salario e molti rimangono senza lavoro. Il conflitto politico si espande al di là dei limiti dell’istituzionale con richieste salariali che diventano ammutinamenti di polizia, rivolte dentro i luoghi di lavoro che escono in strada e aprono uno spazio per unire altri scontenti. Il furto con redistribuzione, la guerra di fazioni del narcotraffico, l’assassinio di dirigenti indigeni o contadini che difendono il territorio dall’attività mineraria o dall’agro-negozio, fa parte del funzionamento dell’attuale capitalismo.

Nella recente esperienza politica, in buona parte del Sudamerica si vive ancora la frustrazione dei governi progressisti. Non hanno portato molto lontano i desideri di superare il neoliberalismo e hanno agito come forze neutralizzatrici della mobilitazione. Lotte precedenti, che portavano ad immaginare che i governi con legami con i movimenti sociali avrebbero portato il conflitto o la lotta di classe sul piano istituzionale, sono rimasti come un ricordo o simbologia che nelle istituzioni hanno trovato barriere per un qualsiasi cambiamento. La fine dell’esperienza progressista nei governi della maggior parte della regione si è scontrata con mobilitazioni contro questi governi, che in molti casi hanno optato per la repressione, gli aggiustamenti, la manipolazione mediatica contro le proteste.

L’opposizione alla crescita della destra in vari paesi ridà protagonismo elettorale al progressismo, a volte con il rinnovamento dei candidati, ma non c’è un indirizzo politico che si presenti come alternativa di governo alla situazione attuale. Né la sinistra né la destra di partito trovano stabilità senza irrigidirsi o ricorrere ai blindati con gli idranti, come mostrano gli estremi di Cile o Venezuela, con governi di segno ideologico opposto. In Bolivia, la realizzazione di nuove elezioni, sospese dopo la rinuncia di Evo Morales e di tutta la sua linea successoria nel novembre del 2019, è vissuta con inquietudine ma senza nessuna aspettativa di cambiamenti concreti, che abbia aperto un processo di mobilitazione, qualsiasi sia il risultato. La disputa ideologica tra candidati non si unisce a nessuna disputa di modelli di società. I consensi politico-imprenditoriali prevalgono. Con i medesimi garantiti, la rotazione di dirigenti politici al potere mette in gioco un conflitto addomesticato.

Non c’è mancanza di conoscenza dei problemi relativi al modello di sviluppo depredatore, della precarietà regnante e delle forme di sfruttamento sempre più sofisticate, nemmeno delle priorità dello stato nel quale, con qualsiasi governo, prevalgono gli interessi capitalisti “dei mercati”. Sarebbe uno scenario propizio per l’apparizione di una forte organizzazione sociale contestataria, ma non sembra che sia la direzione degli avvenimenti nella regione. Le sinistre di partito amministrano il proprio capitale politico in modo anche imprenditoriale, e non sono attori rilevanti in nessuno scenario di conflitto sociale contro il potere.

Né l’opposizione di partito del progressismo allontanata in Bolivia o Brasile, né il governo dell’Argentina, né le nuove sinistre come il PSOL in Brasile, i Fronti Ampli di Perù e Cile, o i resti del correismo e del Fronte Amplio in Ecuador e Uruguay hanno generato una forza sociale che permetta d’immaginare la costruzione di una società differente. Tutte queste forze all’opposizione alimentano lo stato o governi che diventano amministratori senza un margine d’azione, o agiscono appena sul piano della denuncia discorsiva. La sfida è giustamente questa forza sociale che non sia governata, che sia lei stessa quella che decide per sé e mantiene il potere nelle mani di tutti.

Quando abbiamo visto scoppiare la mobilitazione sociale, è stato al di fuori delle strutture e dei gruppi dirigenti della sinistra che è stata governo, o di coloro che cercano di occupare il loro posto come rinnovamento. Le mobilitazioni in Ecuador hanno avuto come attore chiave il movimento indigeno, affrontato negli ultimi anni dal correismo come in Bolivia, dove l’alleanza con i popoli indigeni delle terre alte e basse è stata spezzata con la repressione, l’intervento di organizzazioni, le opere di sviluppo rifiutate dalle comunità. Lavoratori precari, immigrati minacciati di sgombero, popolazione indignata sono i protagonisti come nuovi personaggi in scena, invisibili per la sinistra o anche rifiutati per esprimere opzioni elettorali o visioni che non sono di sinistra, specialmente dove questa è stata al governo.

Dopo un arretramento del progressismo nel suo momento di auge, verso il 2015, oggi c’è un ritorno, perché nemmeno la destra trova l’egemonia. Ma nuovi ministri e segretari che provengono da traiettorie critiche nell’università e nella stampa o vicinanza con le lotte sociali non imprimono al governo una differente direzione che permetta di fare del conflitto permanente una forza di trasformazione. Nell’elezione boliviana, il candidato Luis Arce rappresenta qualcosa di simile ad Alberto Fernández, o Fernando Haddad in Brasile: responsabilità, garanzie per il funzionamento degli affari, al massimo lotte interne alla classe imprenditoriale, per chi governa ogni governo, senza messa in discussione dell’ordine sociale.

Anche il conflitto sfugge alla proposta di patto costituente che in Cile è stato pattuito dal governo di Piñera con forze progressiste della vecchia concertazione e della nuova sinistra “autonomista”, nata dalle mobilitazioni studentesche. Rappresentanti della destra in Cile hanno accettato un cambiamento costituzionale come modo per far diminuire la tensione politica. Ma le negoziazioni hanno fatto sì che non sia possibile avanzare fino ai cambiamenti che affrontano il potere economico, come sarebbe necessario per essere fedeli alla voce delle strade, e della maggioranza dei cileni.

Popoli indigeni, popolazione carceraria, quartieri che sono carenti, selve e fiumi, subiscono le conseguenze di un potere che accetta di costituirsi senza mezzi per cambiare la realtà. Varie lotte territoriali come Belo Monte, il TIPNIS, le cartiere dell’Uruguay, i prigionieri politici mapuche, la mega industria mineraria e contro la logica della Monsanto con la monocoltura transgenica sono avvenute con amministrazioni progressiste. La destra amplia questo orientamento, mentre si impone un ricatto per cui ogni critica all’esperienza di governo della sinistra è accusata di non dare un contributo a chi avrebbe più forza per affrontarlo.

Al medesimo tempo, nella regione cresce un’estrema destra che mette in discussione l’ordine sociale, e la repubblica corrotta senza risposte, approfittando della debolezza dei patti politici vigenti negli ultimi decenni. Sono il frutto del rafforzamento di settori reazionari che non erano estranei alla vicinanza del potere con il progressismo, ma che aumentano la propria influenza e il proprio legame con le istituzioni. Di fronte a questo avanzata, la sinistra propone un lotta ideologica e simbolica, o si unisce ai suoi vecchi avversari liberali o del vecchio conservatorismo politico regionale, in vani tentativi di fronti democratici. Il luogo dell’anti sistema, con cui simpatizzano persone estranee al gioco del potere, rimane così nelle mani di destre politicamente scorrette, che mettono in evidenza che mentre si parla di democrazia, la sinistra difende una legalità e un sistema che è giustamente il problema.

Lotte del passato mostrano che qualsiasi cammino di scontro fisico con le forze dell’ordine sarà duramente represso. Vie d’uscita individuali, cooperative, comunitarie mantengono in piedi il problema delle maggioranze e di un capitalismo che funziona anche se ci ritiriamo dai suoi centri di produzione e circolazione. Espressioni di appoggio al progressismo da parte della cultura o dei cittadini ben pensanti, sembra che abbiano disorientato qualsiasi capacità critica al di là della polarizzazione tra dirigenti che si oppongono al male, oltre ad essere totalmente separato dai settori popolari che cerca di rappresentare. Insieme a blog e giornalisti progressisti, molti artisti non si separano da ciò che è stata propaganda progressista statale.

Vecchi linguaggi della sinistra socialista o nazional-popolare, come simboli politici che hanno significato qualcosa nel passato, oggi si integrano senza conflitto nella lotta comunicativa di bolle di reti sociali, così come a rivendicazioni identitarie, in molti casi presentate in un mercato di identità per il consumo, pronunciando più un’intrapresa di sé e individualismo liberal narcisista, piuttosto che la lotta antirazzista o di qualsiasi luogo di differenza. In altri casi vecchie bandiere non sono altro che cascami burocratici incorporati al paesaggio del potere che tutto assimila.

Come possibilità latente, la rivolta minaccia di fatto il potere, che si organizza contro una sempre possibile esplosione sociale. Il conflitto turba gli affari, abbatte governi e altera definitivamente sistemi politici. Senza dirigenti, si espande meglio, impedendo l’inganno dei negoziati. Tutto conflitto o ribellione appare con ambiguità e contraddizioni, ma è forse dove oggi troviamo più chiaramente l’altra faccia di un capitalismo che non cessa di riformulare e perfezionare le forme di controllo e sfruttamento. Ordine e conflitto rimpiazza altre coppie come destra e sinistra, sindacati e padroni, fascismo e comunismo che non sempre mantengono la validità per cui sono invocati.

Rivolte popolari come l’Argentinazo del dicembre 2001, il Giugno 2013 in Brasile, l’ondata di mobilitazioni che ha abbracciato la primavera araba, il 15 Maggio in Spagna e Occupy, i gilet gialli in Francia, l’esplosione del Cile nell’Ottobre del 2019 e le rivolte antirazziste della Colombia e degli Stati Uniti, per parlare solo dell’Occidente, sono seguiti modelli differenti, sono irripetibili, ma senza dubbio hanno ossigenato la vita politica e sociale con cambiamenti che non si misurano nella sfera istituzionale -anche se anche lì hanno avuto conseguenze- ma in una ricerca continua, permanente, sotterranea, che ha come energia il conflitto, ed emerge non insieme ma contro i tentativi di governare, canalizzare e amministrare lo scontento.

Se questi scenari sono quelli che sembrano consolidarsi come forme d’azione che rispondono ad un capitalismo deterritorializzato, immateriale, diffuso, senza contratti, multilocalizzato, nel quale siamo coinvolti quasi senza rendercene conto, senza poterne uscire, perché produciamo per lui per il solo fatto di essere vivi, la risposta non sembra venire dalle burocrazie di partito, dalle candidature che sommano immagini di campagna elettorale ad un mondo già saturato di significati. Sì, sembra essere nell’incontro e nell’intransigenza di fronte a sinistre rituali impegnate a regolare il conflitto sociale.

Senza programmi né orizzonti dove si immagina già tutto risolto, sembra importante continuare ad agire, ad incontrarsi, ad organizzarsi e a reagire quando lo sentiamo necessario o diventa inevitabile. L’opzione che ci si presenta in Sudamerica o in qualsiasi luogo sembra essere allora quella di esser conflitto, unico luogo da dove è possibile immaginare una rottura con l’esistente. In altro modo saremo governo o governati da altri nella ricerca di neutralizzazione e cattura di ciò che è vivo.

28 settembre 2020

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Salvador Schavelzon, Conflicto y política sudamericana” pubblicato il 28/09/2020 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/conflicto-y-politica-sudamericana/?fbclid=IwAR2YFrwbQOQ0EpuHIhFozoNbHNHRDBWEjntQkBQx_q3Np7asgCn8uWaTu8g] ultimo accesso 06-10-2020.

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