L’Amazonia peruviana alle porte di una catastrofe


Luis Hallazi

Panshin Nete [1] è uno dei quattro mondi shipibo, quello che simbolizza il colore delle malattie, il colore delle disgrazie e della morte. Raccontano che il Panshin Nete è rappresentato dall’arcobaleno e che quando appare repentinamente in mezzo alle colline, il popolo Shipibo teme una tragedia. La pandemia del coronavirus è il presagio di questa tragedia che sta sferzando tutta l’umanità, ma che nelle fredde statistiche si accanisce con i più vulnerabili e indifesi di questo mondo drammaticamente disuguale nel quale, senza riflessione, continuiamo affannati a ritornare alla normalità.

I popoli indigeni dell’Amazonia peruviana sono 51, organizzati in circa 2.435 comunità native [2]. Di questi popoli si sa che per lo meno 15 di loro sarebbero contagiati dal SARS-CoV-2, conosciuto come Covid-19, tra questi le etnie: Awajún, Ashaninka, Achuar, Candoshi, Kichwa, Matses, Shipibo-Konibo, Urarina, Ticuna, Yine, Huni Kuin, Culina, ufficiosamente si calcola che ci sarebbero più di diecimila contagiati.

Tra loro il popolo Shipibo-Konibo con più di 35 mila persone, organizzato in 153 comunità native, principalmente insediate intorno al fiume Ucayali e i suoi affluenti, è quello che sta venendo colpito duramente dal Covid-19, si sono registrati più di 500 contagi e 58 morti [3]. Allo stesso modo, la comunità indigena urbana di Cantagallo a Lima, ha contagiati circa il 73% dei più di 2500 shipibi che vivono ammucchiati sulle rive del fiume Rimac, essendo state per il momento registrate tre morti. In ambedue le comunità sono i loro anziani e anziane, possessori della memoria ancestrale shipiba, quelli che sono in imminente pericolo, come molti dei suoi artisti contagiati o in stato di salute grave. La perdita culturale è già una realtà e solo dopo questa burrasca pandemica sapremo realmente la dimensione di quello che abbiamo perso.

Prove di una catastrofe

Sebbene nessuno stato si sia preparato per affrontare questa pandemia e rapidamente i suoi sistemi sanitari siano stati travolti, è necessario precisare che nel caso peruviano dall’inizio (gennaio) delle prime azioni per il contenimento di fronte all’arrivo del Covid-19, non si è tenuto contro della vulnerabilità epidemiologica dei popoli indigeni. Così sono passati 67 giorni dall’emergenza sanitaria, senza specifiche misure per curare detti popoli, omettendo come stato l’obbligo di adottare in tempo misure di prevenzione, cura e mitigazione di fronte al contagio della malattia, fatto che si concretizza nella violazione del diritto alla vita, salute e all’esistenza degna di questi popoli.

Come si sa, 56 giorni dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza, il Ministero della Cultura, ente che si occupa dei popoli indigeni, ha emesso una tardiva risposta attraverso il Decreto Legislativo N° 1489, decreto insufficiente  per attendere l’urgenza umanitaria di cui già avevano bisogno le comunità indigene. In questo ambito, 11 giorni dopo, viene approvato il “Piano di intervento del Ministero della Salute per le comunità indigene e i centri popolati rurali dell’Amazonia di fronte all’emergenza di Covid-19”.

Se uno riesamina l’informazione organizzata nel recente archivio sul Covid-19 e i Popoli Indigeni [4] trova che la prima richiesta dei popoli indigeni data dal 16 marzo, il medesimo giorno in cui incomincia la quarantena in tutto il territorio nazionale. Si tratta di un documento dell’Unione Indigena Asháninka Nomatsiguenga della Valle Pangoa (KANUJA) [5] che reagisce a detta dichiarazione d’emergenza e chiede un’attenzione specifica per le proprie comunità. Due giorni dopo l’AIDESEP [6], principale organizzazione indigena amazonica, si pronunciava ordinando la chiusura dei propri territori comunali e mettendo in evidenza la vulnerabilità delle comunità indigene di fronte alla minaccia del Covid-19.

A partire da lì, si registrano diverse dichiarazione, lettere e solleciti che contenevano informazioni su quello che stava avvenendo nei territori indigeni. Si identificavano mancanze delle autorità e delle istituzioni, ma, allo stesso tempo, si adottavano decisioni che le medesime organizzazioni indigene mettevano in atto. Tant’è vero che la misura di quarantena a livello nazionale è stata praticamente parallela alla chiusura dei territori indigeni, dimostrando l’efficacia dei popoli originari nel governare il territorio.

Mentre questo avveniva nei territori, gli organi preposti a prendersi cura dei popoli indigeni non hanno avuto capacità di reazione. Non è che abbiano agito in modo negligente, perché questo significa agire con mancanza di assistenza o attenzione nel rispettare i propri doveri, semplicemente non funzionava questa parte dello stato che dovrebbe rispondere opportunamente alla situazione che nelle comunità indigene si stava aggravando. Anzi, già in situazione di contagio e attenzione, nel caso della comunità di Cantagallo a Lima (l’epicentro del contagio) la reazione dello stato era tardiva; la comunità chiede aiuto il 7 maggio [7] e 5 giorni dopo questa appena giunge. È la stessa cosa per la comunità di San Francisco a Ucayali, dove il 14 maggio si annuncia la situazione di più di 40 morti e tre giorni dopo lo stato appena reagisce. Anche altri esempi possono descrivere la negligenza dell’ente competente, per esempio, riguardo alla consegna di viveri che, senza collegamento con i municipi, senza lista delle comunità beneficiarie, né protocolli per la consegna e il ricevimento di panieri di alimenti, ha trasformato lo stesso stato nel vettore del contagio [8].

A volte le parole e le carte non solo si esauriscono di fronte alla burocrazia, ma finiscono con l’essere carenti di contenuto, e questa è l’impressione che si ha quando si riesaminano le più di cento lettere, dichiarazioni e solleciti che, dall’inizio dello stato d’emergenza, si rivolgevano allo stato per qualche tipo di risposta che non è giunta e quando lo ha fatto è giunta in modo tardivo. Insomma, quello che apprezziamo in modo evidente è che per il momento sono i popoli indigeni, quelli che hanno gestito l’emergenza sanitaria del Covid-19. Mai come ora i riflettori dell’inefficienza burocratica hanno messo in evidenza l’inefficienza di languenti istituzioni in materia di popoli indigeni.

La pandemia continua, cosicché il primo punto di fronte ad una tardiva reazione, è apprendere come operare quando il danno è già fatto e soprattutto quando in questo stesso momento il tessuto comunale dei popoli indigeni si sta incaricando di gestire la crisi. Rimane questo o, in caso contrario, ci troviamo alle porte di quello che potrebbe costituire un etnocidio nella nostra Amazonia per una omissione già storica nell’attenzione di questi popoli.

Risposta sanitaria: Piano d’intervento nelle comunità native  

Mediante la risoluzione ministeriale 308-2020-MINSA, il 21 maggio alla fine è stato approvato lo sperato piano di intervento, dispositivo che si è dovuto predisporre all’inizio dell’emergenza sanitaria per prevenire e migliorare la capacità di cura di fronte alla propagazione del Covid-19 (come specifica nei suoi obiettivi). Ricordiamo che questo piano si inquadra dentro il D.L. 1489 che ha creato una strategia limitata di implementazione ed esecuzione di servizi e azioni per la protezione e la cura dei popoli indigeni, dove sono stati proposti 5 assi, uno dei quali è la risposta sanitaria, gli altri quattro sono: il controllo territoriale, fornitura di beni, informazioni e allerta in tempo, e protezione dei popoli in isolamento volontario e contatto iniziale (art. 4.3).

Il piano prenderà in considerazione l’emergenza sanitaria in 10 regioni amazoniche con un budget insufficiente di 88 milioni di soles. Tenendo conto che, praticamente, si tratta di implementare una politica sanitaria di emergenza nella realtà di precarie istituzioni sanitarie, mancanza di medicina e prodotti basilari come l’ossigeno, mancanza di personale medico specializzato e senza contare su risorse per trasferimenti e collegamenti aerei nei casi gravi, la realtà è che con suddetto budget non ci si potrà prendere cura nemmeno di Loreto.

Il documento tecnico inquadra il modo in cui saranno rafforzate le misure di prevenzione da parte del livello comunitario e come si migliorerà questa capacità risolutiva di coloro che attueranno le azioni operative: le Direzioni Regionali di Salute, le reti di salute e le cosiddette IPRESS, le Istituzioni Prestatrici di un Servizio di Salute. La responsabilità di diffusione, implementazione e supervisione è a carico della Direzione dei Popoli Indigeni e Originari, dipendente dalla Direzione Generale per gli Interventi Strategici in Salute Pubblica del MINSA. La domanda è se ci sarà la capacità affinché questa piccola direzione dei popoli indigeni possa compiere l’incarico.

Il piano non è nazionale, dato che esclude dalle cure le comunità contadine. L’ambito di applicazione è per 10 regioni amazzoniche, ma nel medesimo piano si menziona anche che sarà data priorità alla cura in 5 distretti della regione di Loreto: Caballococha, Requena, Contamana, San Lorenzo ed El Estrecho. Probabilmente le risorse assegnate non bastano per gli altri. D’altra parte, non è chiara l’articolazione intersettoriale con il Ministero della Cultura, sapendo che è questa istituzione quella che deve approvare diversi lineamenti e protocolli per la cura con attinenza culturale e con approccio interculturale (art.4.1 DL 1489).

Il piano nemmeno chiarisce la partecipazione delle organizzazioni indigene per la sua implementazione, soprattutto per il rafforzamento delle misure di prevenzione, l’unica cosa a cui fa riferimento è l’abilitazione di dirigenti e agenti comunitari della salute. Torniamo a menzionare: in pratica le comunità e le loro autorità locali, regionali e nazionali, stanno incaricandosi, con i loro limiti, di prestare attenzione alla crisi, per cui è necessario aggregare questa esperienza e apprendimento e ripontenziare le azioni realizzate nell’implementazione di questo piano.

Alla fine, la crisi pandemica di Covid-19 continua a minacciare i territori indigeni. Speriamo che la reazione dello stato sia tangibile a partire da questi strumenti, dato che la ripetuta omissione dei suoi obblighi può costituire una catastrofe culturale. C’è, non c’è dubbio, una responsabilità politica dei suoi funzionari, ma, soprattutto, questa crisi sanitaria ci ha posto i limiti a cui si attiene la retorica interculturale. Abbiamo urgentemente bisogno di apprendere e disapprendere camminando con i popoli indigeni per incorporare nelle nostre istituzioni statali meccanismi di co-governo. Di questo tratta la sfida del dialogo interculturale e per questo c’è speranza, così come nel racconto shipibo esiste un mondo della disgrazia chiamato Panshin Nete, coesiste anche il mondo Jakon Nete o mondo della speranza, lì le stelle, che in lingua shipiba si chiamano wishmabo, rappresentano la vita di ciascun shipibo o animale morto e queste stelle simbolizzano la perennità e immortalità del popolo shipibo.

Illustrazione di Elena Valera che rappresenta la morte di Yoashiko Inca, un Inca vile verso il popolo Shipibo che maltrattava. Fonte: racconto “Come i Shipibo tolsero la candela a Yoashiko Inca; dal libro: Anticamente nel monte gli animali, le piante e gli altri esseri erano gente, tradizione orale delle nazioni Shipibo e Uitoto, Casa della Letteratura Peruviana, 2019.

Note:

[1] Relato Shipibo-Konibo de  Los Cuatro Mundos, Inin Metsa /Harry Pinedo, en Antiguamente en el monte los animales, las plantes y otras seres eran gente, tradiciones orales de las naciones Shipibo y Uitoto, Casa de la Literatura Peruana, 2019.

[2] Dati secondo il Sistema di Informazione delle Comunità Native dell’Istituto del Bene Comune-IBC

[3] MongaBay  https://es.mongabay.com/2020/05/peru-pueblos-indigenas-58-fallecidos-covid-19-shipibo-konibo-ucayali/

[4] Servindi Repositorio Covid 19 y Pueblos Indígenas: http://www.servindi.org/actualidad/24/05/2020/repositorio

[5] Servindi: 16 marzo : https://www.servindi.org/actualidad-noticias/20/03/2020/edit-indigenas-demandan-intehttps://observatoriopetrolero.org/cuatro-casos-covid-19-en-delegacion-de-municipalidad-de-trompeteros-que-recorrio-comunidades-achuar-y-urarinas-en-el-rio-corrientes/nsificar-coordinaciones-y-medidas-en-sus

[6] Aidesep 18 marzo: http://www.aidesep.org.pe/noticias/pronunciamiento-emergencia-indigena-ante-el-coronavirus

[7] Servindi 7 maggio: https://www.servindi.org/actualidad-noticias/07/05/2020/hay-mas-de-300-shipibos-esperando-la-respuesta-del-gore-ucayali

[8] PUINAMUDT 30 aprile: https://observatoriopetrolero.org/cuatro-casos-covid-19-en-delegacion-de-municipalidad-de-trompeteros-que-recorrio-comunidades-achuar-y-urarinas-en-el-rio-corrientes/

*Luis Hallazi è avvocato e politologo, ricercatore in diritti umani.

28/05/2020

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Luis HallaziAmazonia peruana a puertas de una catástrofe” pubblicato il 28/05/2020 in Rebelión, su [https://rebelion.org/amazonia-peruana-a-puertas-de-una-catastrofe/] ultimo accesso 09-06-2020

,

  1. Nessun commento ancora.
(non verrà pubblicata)