Governo di fatto della Bolivia: negoziare con i morti


Juan Trujillo Limones

La Paz, Bolivia. La sollevazione indigena degli aymara di El Alto si sta scontrando con i negoziati tra il governo di fatto della presidente Jeanine Áñez e alcune organizzazioni sociali come la Centrale Operaia Boliviana, la Centrale Unica dei Lavoratori, la Confederazione delle Donne Contadine Originarie Bartolina Sisa e il partito politico Movimento al Socialismo (MAS) che, ora, fanno parte dell’ufficiale “Patto di Unità”. Ora cercano di rimandare fino al prossimo mese di aprile le nuove elezioni. I blocchi che sono stati mantenuti per almeno due settimane, da sabato hanno cominciato a diradarsi nel momento in cui tutto l’apparato politico si è dato da fare per “pacificare il paese” dopo che nella classe politica e nella stampa nazionale alcuni intellettuali hanno considerato il fatto come una “rivoluzione democratica”.

Giovani protestano a La Paz contro la repressione a Senkata. 21 novembre 2019.

Nonostante ciò, alcuni collettivi indipendenti di giovani di El Alto riunitisi ieri accusano, non solo il governo, ma anche il MAS di “Negoziare con i nostri morti” per cui denunciano “la repressione del blocco sociale e golpista” e hanno convocato prossime attività. Il fatto è che dopo i discussi risultati dell’elezione presidenziale del 20 ottobre di Evo Morales (47,08% dei voti), si sono generate mobilitazioni civili che sono durate 21 giorni nelle quali si è espressa la sfiducia in un sistema politico che alla crisi ha offerto vie d’uscita violente. Nonostante ciò, una volta che Carlos Mesa (36.51%), candidato sfavorito, e Luis Fernando Camacho, il belligerante capo politico-religioso dei comitati civici di Santa Cruz, hanno radicalizzato lo scontento sociale, il successivo processo ha ora frammentato, diviso, e con un certo grado di senso collettivo di paura, la società boliviana. Le “orde” di indigeni che scenderebbero a invadere la città meticcia, come in alcuni settori sociali è stato giudicato, torna a costruire l’altro come differente, come nemico, quasi all’estremo demonizzandolo e disumanizzadolo. Lo scorso sabato 23, a Cochabamba, e in pieno inizio di “dialogo pacificatore”, la gente di uno dei quartieri ha allontanato un blindato dell’Esercito e vari soldati sono stati aggrediti. Otto sono stati trattenuti.

L’unico modo, come governo di fatto, in cui è riuscito ad insediarsi durante questi giorni è stato attraverso la violenza, la barbarie e la paura nelle comunità, nei paesi, nei quartieri indigeni e contadini. A Senkata la scintilla dell’astio si è accesa. Lì, l’Esercito ha attaccato a mansalva da terra e dall’aria alcuni abitanti che avevano abbattuto un muro dell’impianto di distribuzione degli idrocarburi. La repressione è stata principalmente contro i giovani e, pertanto, sulle loro madri e mogli che oggi piangono le loro vite. Storicamente, i massacri non sono nuovi per la gente di El Alto e La Paz, dato che gli uni e gli altri da cinque secoli cercano di sopravvivere. Le memorie delle vecchie insurrezioni aymara del XVIII secolo continuano ad essere vive nella coscienza collettiva di coloro che vivono in alto e in basso.

Corteo funebre, indigeni aymara di El Alto scendono a La Paz contro la repressione a Senkata. 21 novembre 2019.

E anche se le basi delle organizzazioni indigene di El Alto e di El Chapare sono in “tregua” per riorganizzarsi, è in gioco il futuro non solo del paese, ma anche dell’attuale situazione dei parenti dei massacrati. C’è una calma tesa che aspetta solo la conclusione delle prossime settimane. Mentre, nelle radio e nelle televisioni aumenta la “normalità”, i programmi religiosi evangelici prodotti a Santa Cruz sono diffusi da almeno tre stazioni con musica andina o reguetón. Il governo non cessa di denigrare il MAS, mantiene un accerchiamento mediatico e perseguita gli ex funzionari accusandoli di sedizione e terrorismo. Si tratta della perversa vecchia strategia di diffondere la logica di amico-nemico nelle relazioni sociali e che si cerca di inoculare nella coscienza collettiva della gente di almeno questa città capitale dove la clase media e alta sono già privilegiate, dopo l’attuale stupenda crescita economica del paese del 3,3%. Il fatto è, per esempio, che alcuni studenti e professori dell’Università Maggiore di San Andrés dialogano e discutono nelle loro aule sulla “polarizzazione” del paese.

Oltre alle organizzazioni che patteggiano con il governo, la società di La Paz e di El Alto cercano di recuperare la propria “normalità”, dopo quasi due mesi di sommosse dopo l’accusa di frode a Evo Morales, le mobilitazioni e gli atti violenti di gruppi infiltrati che premeditatamente hanno causato danni, incendi e violenza in alcuni punti del paese. Il fatto è che ci sono offese verso la società da parte di un sistema politico verticale, patriarcale, il cui apparato clientelare del MAS, come dichiara l’intellettuale Silvia Rivera (Desinformémonos, 24/11/2019), ha provocato atti di “frode con prebende” e “coercitiva”. Queste logiche per ottenere il voto sono state in cambio di regali e promesse. Lì è dove la relazione di obbedienza della popolazione con il governo si è spezzata. La gente, che sospetta anche questi abusi e i vecchi (come quelli del Fondo Indigeno) negli spazi meticci della classe media, preferisce non mobilitarsi e semplicemente accetta l’avanzata del governo di fatto come una conseguenza del processo di logoramento e corruzione del precedente governo. Questa società si sente manipolata e si rifiuta di obbedire a qualsiasi comando politico verticale.

Bambino indigeno al corteo funebre. Indigeni aymara di El Alto sono scesi a La Paz contro la repressione a Senkata. 21 novembre 2019.

Mancavano solo gli scontri violenti tra i sostenitori di una parte e dell’altra per delineare questo brodo di coltura che è sfociato, dal 2 novembre, nell’irruzione del fanatismo religioso evangelico a Santa Cruz e in altre regioni. Un fenomeno sociale che, con l’interpretazione razzista e impositiva dei testi evangelici, si è convertito in un movimento fondamentalista che in vari punti del paese è sfociato in posizioni e atti violenti contro gli indigeni. Il culmine di questa macchinazione è stato il 10 novembre con le pressioni dell’Esercito affinché Evo Morales rinunciasse alla presidenza e il Colpo di Stato. Anche nell’intervento sociale e politico dell’operazione per provocare angoscia nella società appare il nome del vecchio politico Jorge Tuto Quiroga.

La chiave per intendere come governa Jeanine Áñez e il suo gruppo si trova nel decreto 4078 che ha soppresso la responsabilità penale della polizia e dell’esercito nei loro compiti di “pacificazione”, carta bianca ai loro abusi. Con questo, nei dialoghi si concederà alla polizia anche il pagamento di denaro, che ha offerto Camacho, uomo di destra, quando prima del golpe militare, l’8 novembre, la truppa si è ammutinata nelle città: aumento salariale e pensionamento equiparabili a quelli delle forze armate. E mentre lunedì venivano annunciate le prossime elezioni, veniva organizzata anche la persecuzione contro l’ex ministro della presidenza Juan Manuel Quintana, il governo di Chuquisaca o l’ex ministro del Turismo, la necessaria legge di garanzie politiche per i membri del governo di Evo Morales è congelata. Si tratta di una forte lotta per il potere dello stato da parte di questi due gruppi della classe politica. Con i loro dirigenti, funzionari, politici e alleati internazionali, ambedue i gruppi già da tempo lamentano la relazione politica con la popolazione. Oggi, nella “tregua” tra governo di fatto e seguaci di Morales questo provoca la smobilitazione, la depoliticizzazione, la frustrazione e un notevole stress postraumatico nei settori studenteschi e della classe media. Non così nelle organizzazioni del Chapare e del Cochabamba che sono in attiva deliberazione.

Soldado boliviano dentro un blindato che blocca il corteo funebre indigeno aymara di El Alto. 21 novembre 2019.

Anche se da parte della stampa nazionale e della classe politica si cerca di nascondere i morti di Senkata, i giovani e gli altri membri della società civile senza partito cominciano ad organizzarsi per onorare i caduti, le loro famiglie, e chiedere giustizia. Con la difficile situazione sociale sulle spalle, si sono proposti di creare nuovi spazi di dialogo, deliberazione e denuncia per far fronte ad una complessa trama politica di controllo e manipolazione. Il futuro della Bolivia e del suo popolo sono di nuovo in gioco in questo storico momento.

*Antropologo e giornalista

Foto: Juan Trujillo

28 novembre 2019

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Juan Trujillo Limones, Gobierno de facto de Bolivia: negociar con los muertos” pubblicato il 28/12/2019 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/gobierno-de-facto-de-bolivia-negociar-con-los-muertos/] ultimo accesso 20-12-2019.

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