Bolivia in stato di “shock”: ad una settimana dal massacro di Senkata


Luzmila Ríos

Il massacro di Senkata, dove l’esercito ha assassinato nove manifestanti contrari al governo di fatto di Jeanine Áñez, è stato un punto di svolta. La cifra di morti nel conflitto supera la trentina mentre avanza il negoziato tra la cupola del MAS e il nuovo Governo.

Come si presagiva da alcuni giorni, l’Impianto Gassifero di Senkata, nella città di El Alto, si è trasformato nello scenario di un’importante battaglia nella crisi che nelle ultime cinque settimane attraversa il paese. Lo scontro ha aggiunto nove morti ad una lista di più di 30 vittime mortali dall’inizio del conflitto. La vita nelle città sta ritornando alla normalità tra i fantasmi dello scontro, la persecuzione, il cordoglio per la repressione sproporzionata, e la rabbia di fronte all’impunità delle operazioni militari.

La rottura del blocco di Senkata

Martedì 19 novembre il Governo ad Interim della Bolivia dà l’ordine di rompere il blocco che persiste in uno dei punti forti della mobilitazione cittadina ad El Alto. Un’operazione congiunta delle Forze Armate e della Polizia si dirige verso l’impianto di imbottigliamento del gas e di approvvigionamento di combustibile, proprietà dell’YPFB e situato nel Distretto 8 di El Alto. Scortano un convoglio di 49 camion cisterna che, dopo l’intervento di macchine movimento terra per chiudere i fossati che interrompevano il transito sulla Strada 1, riescono ad approvvigionarsi di combustibile e a partire per rifornire le città di La Paz e di El Alto.

Lo spiegamento, appoggiato da blindati ed elicotteri, è riuscito a liberare l’accesso all’impianto facendo uso di gas lacrimogeni. A Senkata persisteva un forte blocco, fino ad allora pacifico, come misura di pressione, con una lista di rivendicazioni che sono cominciate dalla cessazione della presidenza ad interim di Jeanine Añez e il ritorno di Morales, ma che si è estesa all’abrogazione del decreto 4078, la difesa delle riserve di litio, il rifiuto della candidatura di Mesa e la dichiarazione di Camacho come persona non grata. Anche se il discorso ufficiale parla in ogni momento di “sostenitori del MAS”, le abitanti della zona precisano che anche le mobilitazioni sono state autoconvocate nel momento in cui si è cominciato a conoscere il bollettino con i primi morti nel conflitto, nutrendosi di persone provenienti da tutti i municipi di La Paz.

Secondo dei testimoni oculari, gli scontri più forti sono cominciati una volta che i camion hanno abbandonato l’impianto e gli abitanti hanno voluto riprendere il blocco. Una moltitudine di persone ha abbattuto il muro esterno dell’impianto con l’uso di cartucce di dinamite. È in questo momento che si ascoltano spari di armi da fuoco e circola la notizia dei primi morti, così come dell’esistenza di decine di feriti. Più tardi la lista ufficiale avrebbe confermato nove morti per ferite da proiettile. Se non fosse stato per le barriere stradali di cemento dove la popolazione si è riparata, sarebbero potute essere di più.

Neolingua su terrorismo e impunità

Fin dal primo momento le Forze Armate hanno giustificato l’intervento militare. Del comunicato sorprende il riferimento al Manuale sull’Uso della Forza in Conflitti Interni, firmato nel 2005 dal Signor Carlos Mesa, allora presidente, come volendo rendere chiaro (a buon intenditore) che l’impunità che gli offriva il decreto 4078 non era necessaria in questo caso trattandosi di un “Servizio Pubblico Essenziale Strategico”. Come dire, bisognava ad ogni costo ristabilire il flusso di combustibile. Il comunicato esibisce la poetica della guerra, questo modo di parlare della verità che solo i generali sanno lasciar trasparire: “Esortiamo a mantenere la razionalità per evitare danni irreversibili alle persone, alla proprietà pubblica e privata del settore”. Danni irreversibili.

Alcune ore più tardi si diffondeva la notizia che le morti erano state necessarie per “evitare un male maggiore”: citando un rapporto tecnico, reti e media nazionali ripetevano che, non potendo fermare l’avanzata di “agitatori e vandali eccitati”, ci sarebbe potuta essere un’esplosione a catena che, se avesse colpito i contenitori centrali del gas, avrebbe potuto causare migliaia di morti.

Anche se funziona affinché la popolazione sotto shock assimili la morte violenta dei manifestanti ad El Alto, l’argomento non resiste ad un’analisi dei fatti. In primo luogo, mediante un’immagine satellitare e Street View si può verificare che il punto dove avviene lo squarcio perimetrale è all’altro estremo delle sfere di combustibile, e lontano dalla flotta di veicoli.

Secondo, anche se non sembra, ci sono metodi non letali di contenimento. I rapporti riferiscono di ferite di proiettile in testa e sul torso.

Terzo, risulta molto conveniente portare alla luce questa informazione giusto oggi. Le abitanti di El Alto meriterebbero di sapere che un giorno un incendio accidentale nell’impianto potrebbe causare 10.000 morti e danni nel raggio di 5 km. Se fosse vero, costituisce una grande irresponsabilità urbanistica permettere un insediamento periurbano in una zona a rischio.

E quarto: sembrerebbe che tutto, incluso la giustificazione sull’uso della forza, sia un malinteso. “Vogliamo chiarire che da parte dell’Esercito non è uscito nemmeno un solo proiettile. Le FF.AA. hanno come premessa il dialogo permanente”, affermava questa notte Fernando López, il nuovo ministro della Difesa. Implicava, allora, che la popolazione civile ha causato le morti nelle sue stesse fila mentre fuggiva dalle cariche della polizia, come nel precedente massacro a Sacaba. Curiosamente non si riporta in nessuno dei casi nemmeno un solo effettivo militare o della polizia ferito da arma da fuoco.

Menzogne dopo le autopsie

Alcuni giorni dopo Andrés Flores, direttore dell’Istituto di Indagini Forensi (IDIF, dipendente dalla Procura Pubblica) corroborava tali affermazioni. Il calibro dei proiettili recuperati nei corpi a Senkata, di 9 e 22 mm, corrisponderebbe ad armi da fuoco che “non sono in dotazione delle Forze Armate, né della Polizia”. “Sono armi corte che qualsiasi persona può detenere”, affermava.

L’unica incongruenza è che, quello che Flores riporta come “il calibro regolamentare nell’esercito” (7,62 millimetri), non si sostiene con la stessa legislazione vigente nel paese, che contempla 38 differenti calibri di uso militare, tra i quali troviamo i citati. Nemmeno dopo una consultazione nell’emeroteca: “I militari e i poliziotti avranno la possibilità di comprare armi da fuoco e munizioni 9 mm solo con l’autorizzazione dei propri superiori” (Pagina Siete, Agosto 2017), “non ci sarebbe nulla di irregolare nella commercializzazione [a poliziotti] di pistole 9 millimetri” (Noticias Fides, marzo 2003). Né, già fatte, dopo aver visto la stessa pagina web della Fábrica Boliviana de Munición, che dipende alla Corporazione delle FF.AA. per lo Sviluppo Nazionale, dove si può verificare che dal 2002 si importa e commercializza il modello Taurus PT-1911, così come la PT-111. Una pistola semiautomatica dell’industria brasiliana, arma preferita dagli ufficiali dell’esercito boliviano. Calibro? Indovinate bene: 9 millimetri.

Certamente, nessun media nazionale si è disturbato a mettere in discussione tali dichiarazioni. Per loro, nove morti sono un’occasione, se si tratta di ristabilire la normalità. Come direbbe George Orwell, “la guerra è la pace”.

Il corteo funebre, gassificato

Giovedì 21 un corteo funebre parte con i feretri dall’ex sbarra di Senkata e scende verso la città di La Paz. “Non siamo masisti, nemmeno terroristi, siamo di El Alto, ed El Alto si rispetta!”. Gli altegni chiedono giustizia, con animo pesante, dove diventa palese la polarizzazione che si trascina dalle settimane precedenti.

La notte dopo il massacro, la paura è tornata a campare ad El Alto: una passerella dinamitata, hanno bruciato la casa della sindaca. Oggi la gente vuole cominciare a ricostruire: si vedono bandiere bianche, ma si intuisce anche la paura a fior di pelle.

Con operazioni di polizia perquisiscono le compagne che scendono verso la marcia: siamo ben coscienti che chiunque può essere accusata di terrorismo e sedizione. Una maschera antigas nello zaino, video compromettenti nel cellulare: si moltiplicano le autoformazioni in sicurezza per non dare opportunità. La stampa non vede la notizia, e noi media dal basso ci autocensuriamo per precauzione, anche per paura. Paura della rappresaglia, dover misurare ogni parola per non alimentare l’odio, paura di cadere in questa dicotomia nella quale difendi le forze armate o sei sostenitore del MAS.

La gente della città è stanca, nella memoria arde la brutalità del panico scatenato nei giorni passati, l’ansia di fronte alla memoria dei saccheggi, l’incertezza, i gruppi di scontro, la psicosi provocata dalla scarsità di rifornimenti e dall’intossicazione delle reti che incolpa gli “altegni irrazionali” di essere stati vicini a provocare una catastrofe di grandi dimensioni. Tutto si mescola, come il fumo nero dei pneumatici e il fumo bianco dei gas lacrimogeni che ci obbliga a gettarci a terra per poter respirare. Le reazioni sono diverse: c’è chi offre acqua a coloro che marciano, e c’è chi si prende gioco del fuggi fuggi di fronte all’attacco poliziesco.

L’immagine del giorno sono i feretri che sono rimasti al suolo quando hanno gassificato la comitiva. I morti solitari, in mezzo al caos. Dal suolo ci guardano quelli di oggi, e quelli della settimana precedente a Sacaba, quelli di Yapacaní e Montero, i repressi a Chaskipampa e Ovejuyo lontani dalle telecamere, quelli di cui nessuno parla…

Quello che c’è prossimamente

È stata una settimana molto dura. “Ci hanno applicato lo shock, sorellina”, mi diceva una compagna con una dolorosa lucidità. Shock è quello che meglio descrive questi giorni passati, l’unico che spiega lo stato traumatico a cui ci hanno sottoposti. La Bolivia è stata ostaggio di chi è venuto, da ambedue i lati, a rimuovere le loro paure più basse. Solo così si spiega l’accettazione dell’impunità, dell’interiorizzazione delle varie forme di violenza vissuta nei giorni passati.

Ad altri lascio discutere sulla parola “golpe”: da questo lato ci rimane solo di pensare a ricostruire, di finire di intendere ciò che è avvenuto, per passare a richiudere le ferite. Le recenti, e le interminabili, il putridume nei movimenti sociali che l’ubriacatura di potere di un estrattivismo dalla carnagione indigenista ci ha portato. Lotta di galli, sì, e di tutte le potenze che puntano affinché il suo sia il vincitore, quello che venderà a buon mercato le risorse delle nostre molteplici nazioni.

Ci dicono che il paese comincia a voltare pagina. Nonostante tutto, si ripetono le gassificazioni. Sabato 23 è stato lo scenario di scontri nella discarica di K’ara K’ara, dove le persone che bloccavano l’ingresso al mondezzaio si sono scontrate con pietre contro i veicoli militari, con il risultato di decine di feriti, e continua una chiara politica di repressione: vari accusati di terrorismo e sedizione dopo i tumulti, ordini di cattura contro, tra gli altri, il vicepresidente del MAS o l’ex direttore dell’Agetic (l’agenzia governativa responsabile delle TIC nel governo) [tecnologie di informazione e comunicazione, ndt]. Giungono rapporti sul fatto che questa persecuzione si estende in tutti gli angoli: la persecuzione contro dirigenti indigeni si trasforma in abituale, e per strada si respira un clima di sospetto: su Twitter e WhatsApp circolano segnalazioni, liste di gente presuntamente al soldo del MAS, suggerimenti per allargare gli arresti e incitamenti che pericolosamente si avvicinano al linciaggio collettivo.

Nell’Assemblea Legislativa si riduce la tensione: la convocazione di nuove elezioni, con l’accordo del MAS e senza Evo e Linera, promette una tregua nella scalata, anche se il suggerimento che dirigenti dell’ultradestra come il “macho” Camacho saranno candidati presagiscono che la frattura tornerà, pressante, in pochi mesi.

Nel frattempo, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani visitava la Bolivia. I “civici” hanno aggredito fisicamente e verbalmente i rappresentanti di nazioni indigene, e hanno cercato di impedire alle vittime dei massacri di entrare nei locali dove aveva luogo l’udienza.

Continua, quindi, una lotta complessa per il potere politico. Una lotta dove le vittime le abbiamo sempre messe noialtre in basso.

28-11-2019

El Salto

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Luzmila Ríos, Bolivia en estado de ‘shock’: a una semana de la masacre de Senkata” pubblicato il 28/11/2019 in El Salto, su [https://www.elsaltodiario.com/mapas/bolivia-balas-ejercito-terrorismo-semana-de-la-masacre-de-senkata] ultimo accesso 09-12-2019.

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