Facundo Jones Huala: “La mia detenzione è una montatura politica e giudiziaria”


Darío Aranda

Corrispondenza dal carcere con il dirigente mapuche Facundo Jones Huala.

Prigioniero dal 28 giugno, precisa che giusto quel giorno si sono riuniti Macri e la Bachelet, e che la sua prigionia è dovuta ad accuse che erano già andate in appello. Il futuro mapuche, le multinazionali e la lotta pacifica.

È accusato da settori del governo e mediatici come colpevole di delitti molto gravi: terrorismo, incendi, furti, minacce e, anche, aver “dichiarato guerra al Cile e all’Argentina”. Facundo Jones Huala, 31 anni, autorità mapuche del Lof Cushamen di Chubut, ha dialogato con Página/12 dal carcere di Esquel. Ha denunciato l’illegalità della sua detenzione dal 28 giugno, ha spiegato la lotta del popolo mapuche, la lotta per il territorio, il capitalismo, gli stati coloniali e il ruolo dei governi alleati delle imprese minerarie e petrolifere, e le grandi tenute agricole. “La Conquista del Deserto non è terminata”, ha affermato Huala e ha allertato: “Non smetteremo di lottare per la terra. E aumenterà la repressione”.

–Perché è detenuto?

–Sono stato imprigionato illegalmente. L’anno passato ci fu un processo per una richiesta di estradizione in Cile, che fu dichiarata nulla per diverse irregolarità, tra le quali per la tortura dei testimoni. Fui liberato e quella causa è ora alla Corte Suprema. Ma sono tornati ad arrestarmi a giugno per la medesima causa. Per cui non si rispetta il dovuto processo, nessuno può essere giudicato due volte per la medesima causa. I giudici stanno violando lo stato di diritto, la loro stessa legislazione.

–Perché le darebbero questo trattamento?

–Si tratta di un fatto politico. La mia detenzione è avvenuta lo stesso giorno della riunione tra i presidenti Mauricio Macri e Michelle Bachelet. La medesima stampa governativa ha riferito che hanno parlato della situazione mapuche e della mia estradizione. La nostra lettura è che si tratti di una montatura politica e giudiziaria.

–A cosa lo attribuisce?

–C’è un clima di persecuzione politica perché stiamo colpendo interessi di imprese, soprattutto in un governo così neoliberale e di destra come quello di Macri. Governo che non ha riguardi nel ledere lo stesso stato di diritto con arresti illegali come quello che tocca a me.

–¿Lo considera un caso spia di fronte alle richieste indigene?

–Non solo per indigeni. È un messaggio per tutti gli attivisti sociali. Si vuole reprimere coloro che si ribellano ed esigono i propri diritti. In particolare con il popolo mapuche, loro sanno di avere un problema in termini geopolitici con l’espansione dei conflitti che riguardano il territorio. Sanno che noi mapuche non smetteremo di lottare e loro vogliono andare avanti con l’estrattivismo. Da lì si avvalgono della repressone, della tortura, dei processi, del carcere. I governi vedono un pericolo nell’organizzazione e sollevazione dei popoli indigeni.

–Il governatore di Chubut e i mezzi di comunicazione, della Patagonia e portegni, la accusano di diversi attentati, furti, incendi.

–Ci sono molte menzogne dei media, soprattutto di quelli che difendono gli interessi dei potenti, sono giornalisti alleati di governi e imprese. Molte di quelle azioni sono avvenute quando ero prigioniero, ma ugualmente mi accusano con menzogne.

–Ci sono stati incendi rivendicati da una presunta organizzazione chiamata Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM).

–La mia gente (Lof Cushamen) non è stata. Io non sono stato. Succede qualche cosa e vogliono renderci responsabili. C’è un incidente stradale e incolpano noi. Dopo ci reprimono in modo assassino come a gennaio.

–Nel 2015 recuperaste terre nella tenuta Benetton. Perché?

–Si tratta di concretizzare un diritto. Non possiamo stare vent’anni solo con una proposta teorica, dobbiamo garantire la vita dei nostri figli, concretizzare la vita in un territorio, l’essere mapuche. E Benetton è il proprietario terriero più grande dell’Argentina. È uno dei re  della Patagonia e ha sempre avuto le oligarchie creole al suo servizio. Benetton, come Lewis, sono i veri padroni dello stato, hanno più potere reale di Macri.

Coloniale

–In varie occasioni lei ha detto che viviamo in uno stato coloniale e razzista. Perché?

–Perché subimmo una invasione e colonizzazione forzata. Fummo obbligati a nazionalità estranee, essere argentini o cileni, cristianizzarci, assumere forme culturali estranee e dopo essere mano d’opera economica del colono ricco, dei proprietari terrieri, e ora delle imprese estrattive. E ci ribelliamo di fronte a quello perché è una situazione coloniale che ha una diretta relazione con il furto del territorio del passato e che ancora si mantiene.

– Com’è nel presente?

–Ci colonizzarono perché volevano tutta la nostra terra e imporre un nuovo ordine politico, economico e sociale. E un’altra espressione di quello è lo stato in mano delle élite. Da più di un secolo il potere politico, economico e giudiziario si è organizzato per far sparire il popolo mapuche. Non ci permettono di essere quello che siamo, mapuche, che ha una diretta relazione con le nostre terre. Da lì abbiamo portato avanti recuperi territoriali, qualcosa di fondamentale come tornare alla terra dove siamo nati, e dopo andare avanti nei recuperi produttivi, dove poter vedere crescere i nostri figli e nipoti.

–Che relazione c’è tra quel passato e l’attuale avanzata delle imprese estrattive e dei governi?

–È evidente che la Conquista del Deserto non è terminata. Si mantiene una logica di dominio e oppressione coloniale e capitalista. Ora è con una avanzata congiunta di imprese minerarie, petrolifere, grandi possidenti, con l’appoggio di governanti e giudici. E non gli trema il polso al momento di reprimere, incarcerare, di creare un clima politico di violenza. Vogliono creare fantasmi di terrorismo per giustificare un aumento della repressione e della militarizzazione territoriale in difesa dei propri interessi.

Essere Mapuche

–Quale è la situazione del Popolo Mapuche?

–Dobbiamo comprendere che c’è una lotta centenaria. Prima con la Corona Spagnola e dopo con gli stati nazionali. Noi perdemmo l’indipendenza 130 anni fa, molto dopo la Rivoluzione di Maggio. Il nostro territorio fu occupato. Le terre furono consegnate a proprietari terrieri e noi fummo confinati in minime porzioni di terre. Attualmente non c’è alcun riconoscimento del nostro territorio ancestrale. Sopravviviamo nelle peggiori terre, la maggioranza improduttive. Questo potrebbe essere un riassunto della storia del popolo mapuche

–Come parte di quel popolo come vi definite?

–Il popolo mapuche non ha mai smesso di essere organizzato e di esigere diritti. Noi apparteniamo ad una generazione che si è nutrita di quella lotta, rafforzata negli ultimi trenta anni. E abbiamo deciso di fare un’altro passo a partire da concetti come autonomia, autodeterminazione, territorio, liberazione. E cerchiamo di metterlo in pratica. Un esempio è il recupero di territori che sono nelle mani di grandi proprietari terrieri e di multinazionali.

–Anche all’interno del popolo mapuche ci sono marcate differenze…

–Chiaro che sì. Noi siamo un settore più autonomista all’interno di quello che è il Puelmapu (territorio mapuche ad Est della Cordigliera), quello che oggi è conosciuto come Movimento Mapuche Autonomo, che propone la ricostruzione del nostro mondo mediante il recupero di territori. Sì, c’è una coincidenza generale, è che tutto il Popolo Mapuche porta avanti la ricostruzione del nostro mondo, e l’espulsione di imprese estrattive dal territorio. Come mapuche non possiamo essere in terre devastate, non possiamo essere mapuche con pozzi petroliferi e con imprese minerarie. Abbiamo bisogno della nostra terra sana, in equilibrio e armonia. Ristabilire quell’equilibrio è oggi rivoluzionario, è alterare l’attuale ordine del capitalismo estrattivo.

–Non esistono molti referenti indigeni che fanno riferimento a termini come “anticapitalista”, anche se la pratica va in quel senso.

–È che essere indigeno, essere mapuche, è seguire un modo di vita di rispetto e armonia con il territorio, non depredatore, e al medesimo tempo comunitario. Il capitalismo, dove una delle sue facce è l’estrattivismo, è tutto il contrario. Distrugge i territori, cancella comunità, mette fine alla vita. Gli stessi potenti, mediante i mezzi di comunicazione e i loro portavoce, ci vogliono far credere che non possiamo rifiutare il capitalismo né metterlo in questione. Per la nostra cultura, per la nostra storia e per il nostro modo di vita non possiamo non lottare contro il capitalismo. Non è qualcosa che inventiamo ora, viene dai nostri nonni, concetti dei nostri antenati, e ha come obiettivo la liberazione, la felicità e il benessere delle future generazioni.

Indigeni

–Qual è la situazione dei popoli indigeni in Argentina?

–Ci sono diversi livelli di organizzazione e mobilitazione. Deplorevolmente non tutti i popoli sono ribelli, per vari motivi non stanno lottando. Sì ci sono soprusi in tutto il paese, ci reprimono, ci uccidono. Noi invitiamo a ribellarsi, a lottare, ad esigere i propri diritti.

–Perché crede che succede questo contro le comunità?

–I popoli indigeni sono uno degli ultimi bastioni di resistenza dell’umanità. Deplorevolmente questa società capitalista è suicida, antiumana, e i popoli indigeni hanno modi di vita che si contrappongono al sistema capitalista. Popoli che hanno mantenuto vite comunitarie, sostenibili, senza interventi dello stato. I popoli indigeni sono una alternativa per questi modelli di vita moderni ed inumani. Per questo i popoli indigeni sono visti come un pericolo per il capitalismo.

–Alcuni media e funzionari parlano del “problema mapuche”.

–Forse siamo un cattivo esempio perché ci organizziamo, lottiamo e proponiamo la ricostruzione del nostro modo di vita e di cultura. Per questo ci reprimono, per farci tacere. Noi mapuche siamo un problema per il potere.

–Lei ha detto che la repressione dei mapuche è come “spegnere il fuoco con la nafta”.

–I processi, il carcere, gli sgomberi e le torture che propone lo stato aggravano solo il problema. La violenza la propongono sempre loro, durante i secoli. Noi, solo ci difendiamo.

–Attraverso dove deve passare la soluzione?

–La risposta deve essere politica, ma  lo stato argentino non lo capisce o non lo vuole fare. Un modo di far diminuire la pressione è la consegna di terre, come stabilisce la Costituzione e le leggi che lo stesso stato ha legiferato. Devono bloccare gli sgomberi e restituire le terre che è provato che furono rubate dai grandi proprietari terrieri e dalle imprese.

–Come deve essere quella consegna di terre?

–Come dice la legge. Tanto l’articolo 75 della Costituzione, che parla di terre idonee e sufficienti, come il Trattato 169 dell’OIL, non sono rispettati. Anche la Legge 26160, che deve frenare gli sgomberi, non si applica. Se non ci hanno sgomberati non è stato grazie ai giudici, ma al fatto che le nostre comunità hanno resistito nei territori. È chiaro che si applicano solo i diritti che beneficiano i potenti.

–Che dovrebbe fare lo stato mediante i suoi tre poteri?

–Smettere di regalare terre alle imprese minerarie e petrolifere e rispettare il debito con i popoli preesistenti, come dice la Costituzione Nazionale, perché siamo qui da prima di questo che si chiama Argentina. Vogliamo solo la terra per continuare ad essere vivi. Tra tutti dobbiamo costruire un mondo più abitabile, con il diritto ad essere differenti.

–Come immagina il futuro mapuche?

–I potenti, i politici e le multinazionali, non cederanno i loro privilegi di fronte a cittadini di seconda o di ultima categoria, siccome ci considerano popoli indigeni. E noi non smetteremo di lottare, dove la terra è centrale. Per cui aumenterà la repressione, ma anche la resistenza.

23 luglio 2017

Página/12

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío ArandaMi detención es un montaje político y judicial” pubblicato il 23-07-2017 in Página/12su [http://www.pagina12.com.ar/51906-mi-detencion-es-un-montaje-politico-y-judicial] ultimo accesso 31-07-2017.

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