Una difesa dell’annichilamento


Darío Aranda

Ripudio del popolo mapuche di un editoriale di La Nación pro campagna del deserto.

Un editoriale del quotidiano La Nación è uscito in difesa della Campagna del Deserto, sostenendo che “nessun popolo è originario”. Forte rifiuto del popolo mapuche, delle organizzazioni dei DD.UU., e dei lavoratori dello stesso quotidiano dei Mitre.

Dapprima ci fu un editoriale che chiamava la dittatura una “guerra sporca” e chiedeva di “porre fine alle menzogne sugli anni 70”, Sulla stessa linea, il quotidiano La Nación fa riferimento ai popoli originari, rivendica la figura di Julio A. Roca, celebra l’avanzata militare sulle comunità indigene e perfino relativizza le culture ancestrali e i loro diritti. Ha provocato il ripudio del popolo mapuche, di accademici e dell’Associazione degli Avvocati dei Diritti Indigeni (AADI). “Nuovamente La Nación attacca i popoli originari. Manipola la realtà e mente”, ha affermato la Confederazione Mapuche di Neuquén.

“Mai più vendetta”, fu il titolo dell’editoriale dello scorso novembre del quotidiano La Nación. Fece ricorso al concetto di “guerra” (e non di terrorismo di stato) e giudicò il carcere comune per i genocidi come “vergognosa sofferenza dei condannati”. Provocò il ripudio di tutte le organizzazioni dei diritti umani, di molti settori politici e degli stessi lavoratori del quotidiano.

Domenica 21 agosto, è avvenuta la stessa cosa. “In quella fredda mattina del 25 maggio 1879, quando si celebrava la messa da campo a Choele Choel, di fronte al fiume Negro, il giovane generale Julio A. Roca non avrebbe potuto immaginare che quell’emozionante te deum, molti anni dopo sarebbe stato interpretato come il culmine di una campagna genocida per sterminare i popoli originari della Patagonia”, comincia l’editoriale intitolato “l’utilizzo populista dei popoli originari”.

Definisce la Campagna del Deserto come “un conflitto di culture” e la difende: “È perverso promuovere una condanna morale”. Dichiara anche che “nessun popolo è realmente originario”. Afferma che El Calafate, YPF, Vaca Muerta e le Malvine “sono tutte icone dell’argentinità grazie al generale Roca”. E rivendica gli esecutori della campagna militare: “Coloro che hanno diffuso la cultura occidentale attraverso il territorio della patria hanno sparso i semi di un valore essenziale che non esisteva in America e che difficilmente sarebbe fiorito senza quella messa mattutina: il rispetto per la dignità individuale, plasmato nel moderno concetto dei diritti umani”.

Jorge Nahuel, della Confederazione Mapuche di Neuquén, ha risposto: “Non è sorprendente che il quotidiano dei Mitre rivendichi Roca. È il medesimo mezzo di comunicazione che cerca di dissimulare il genocidio di Videla e allo stesso modo cerca di occultare questo primo terrorismo di stato, quando Roca istituì campi di concentramento, uccise intere popolazioni, saccheggiò, fece trasferimenti forzati di popolazioni, tra cui numerosi bambini. È una posizione politica senza alcun fondamento storico”.

Il portavoce indigeno ha ricordato che il popolo mapuche è preesistente alla formazione degli stati di Cile ed Argentina, e hanno sempre abitato da ambedue i lati della Cordigliera, con centinaia di lavori accademici che demoliscono la frode che “i mapuche siano cileni”. Nahuel ha attribuito “la profonda ignoranza” dell’editoriale ad un fatto non casuale: “Cerca di occultare la mobilitazione di un popolo-nazione mapuche, cultura millenaria che non è più passiva, ma che esige il rispetto dei propri diritti”. Diana Lenton è laureata in antropologia, docente del medesimo corso nella UBA e coordinatrice della Rete di Ricercatori su Genocidio e Politica Indigena. Ha definito l’azione del quotidiano La Nación con una parola: “Negazionismo”. E lo ha legato all’editoriale sulla dittatura civico-militare di novembre e anche a quanto fatto da Darío Lopérfido negando i 30.000 scomparsi.

“Sono azioni deliberate che cercano di retrodatare quanto è andato avanti. C’è consenso sociale che furono 30.000 gli scomparsi, ma ugualmente loro lo negano. C’è consenso che i popoli indigeni subirono un genocidio, ma anche lo negano”, ha polemizzato la Lenton, e ha attribuito un obiettivo a questo negazionismo: “Cercano di restaurare dei privilegi di una classe sociale, da lì la nostalgia per la generazione degli ’80, che esibiscono come l’epoca d’oro del paese quando in realtà lo è stata solo di una determinata classe”.

La Lenton ha affermato che il negazionismo del genocidio indigeno ha profondi legami politici ed economici attuali: “I popoli indigeni guidano le resistenze ai progetti estrattivi, dove sono presenti grandi imprese minerarie, petrolifere, agro-pastorali e immobiliari, e i media come La Nación fanno parte di questa trama. Ignorare il passato genocidio è anche negare i diritti del presente”.

Ha ricordato che l’università si è già espressa sul mito che i mapuche siano del Cile. “È una frode realizzata da interessi politici ed economici di occupazione territoriale. Chi mantiene questo postulato non conosce la storia”, ha affermato la ricercatrice del Conicet e ha ricordato che il Consiglio Direttivo della Facoltà di Filosofia e Lettere della UBA (dove si tengono i corsi di storia e antropologia) nel 2009 si è espresso sulla preesistenza mapuche su ambedue i lati della Cordigliera.

La Lenton ha richiamato l’attenzione sulla mancanza di reazione di organizzazioni dei diritti umani, settori politici e intellettuali di fronte a questo editoriale (in confronto a quella che ci fu riguardo la nota dittatura civico-militare). “Ci fa riflettere la mancanza di indignazione e di azione di fronte al negazionismo del genocidio indigeno, sembrerebbe che costi guardare più in là della propria classe sociale”, ha precisato Lenton.

Nota:

Teorie della superiorità razziale

L’Associazione degli Avvocati/e dei Diritti Indigeni (AADI) ha respinto l’editoriale del quotidiano La Nación e l’ha definita come “storicamente, politicamente e giuridicamente erronea e contraddittoria con quanto contemplato nella Costituzione Nazionale”. Ha ricordato che “gli uomini che governarono (durante la Campagna del Deserto) non hanno dubitato ad attaccare militarmente i popoli originari, basandosi su teorie di superiorità razziale, morale o religiosa che sappiamo che erano scientificamente false ed eticamente condannabili”. Ha precisato che la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha dichiarato che le azioni “per richiedere una sua indagine e la riparazione integrale sono imprescrittibili” e hanno affermato che l’avanzata militare è “inquadrabile nei casi di genocidio o di crimini contro l’umanità”. “Risulta giuridicamente falsa l’affermazione che ‘nessun popolo è realmente originario’”, hanno polemizzato gli avvocati e hanno messo in risalto che la stessa Costituzione Nazionale (articolo 75, comma 17) riconosce la preesistenza dei popoli indigeni.

30 agosto 2016

Página/12

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío Aranda, “Una defensa del aniquilamiento” pubblicato il 30-08-2016 in Página/12su [http://www.pagina12.com.ar/diario/sociedad/3-308072-2016-08-30.html] ultimo accesso 06-09-2016.

 

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