Sfide cruciali di un’America Latina in movimento


Sergio Ferrari*

2016, tra l’alternanza politica e la mobilitazione sociale.

Le ultime settimane del 2015 hanno visto grossi cambiamenti nella dinamica politica di un continente egemonizzato nell’ultima decade da governi progressisti. L’alternanza elettorale occupa un posto preponderante in questa nuova tappa dell’America latina che, in meno di 30 anni, ha virato da dittature brutali a democrazie in processo di consolidamento.

L’arrivo al governo argentino di Mauricio Macri il 10 dicembre, la sconfitta nelle elezioni legislative venezuelane il 6 dicembre con la perdita della maggioranza parlamentare, la domanda di giudizio politico nei confronti della brasiliana Dilma Rousseff, costituiscono i fatti recenti più noti che marcano la nuova congiuntura continentale. In questa, la soluzione negoziata del conflitto colombiano, sembra una possibilità oggi più reale dopo metà secolo di guerre interne.

Alternanza in Argentina

La nuova congiuntura sancita nelle urne il 22 novembre scorso e istituzionalizzata con Macri, “anche se inaspettata, si può leggere all’interno di un sistema politico basato sul ricambio democratico” spiega il professore di comunicazioni sociali Eduardo Seminara. Ex vice direttore dell’Università nazionale di Rosario (UNR) e deputato nazionale del Frente pare la Victoria (FpV) ora all’opposizione, Seminara ritiene che alcune delle prime misure prese dal nuovo governo “mettano a rischio la legittimità democratica con l’imporre decreti esecutivi”.

Per esempio come è successo con la “designazione presidenziale di due nuovi membri alla Corte Suprema di giustizia senza l’appoggio del Senato”, misura che ha prodotto tante resistenze da essere alla fine rimandata o con gli attacchi, sempre tramite decreti esecutivi o contro leggi che erano state regolarmente approvate dal potere legislativo come la legge sui mezzi di comunicazione. Qualora questo modo di operare venisse mantenuto senza “rispettare gli strumenti parlamentari e costituzionali… è molto probabile e quasi inevitabile che nel 2016 si apra un ciclo di grandi conflitti sociali”. Soprattutto se queste decisioni “indeboliranno i diritti e le conquiste sociali ottenute negli ultimi dodici anni dei governi kirchneristi”.

“La gente non accetterà un ritorno al neoliberismo che ha caratterizzato gli anni novanta” sottolinea. Valutando che negli ultimi 12 anni è stato consolidato “un modello di produzione e crescita con inclusione e sovranità sia in termini economici che rispetto l’ampliamento dei diritti civili e sociali”.

La futura dinamica argentina, “molto imparentata a quella del Brasile e a quella di altri paesi della regione a causa dell’intenso sforzo di integrazione regionale fatto negli ultimi dieci anni, dipenderà dalla governabilità”. Per assicurarla è fondamentale che il nuovo governo non prenda di mira la struttura sociale esistente. “Smantellarla, provocherebbe una resistenza sociale con metodi nuovi e con l’apporto delle reti dei media sociali” si augura il deputato ora all’opposizione che sottolinea l’alto livello di mobilitazione cittadina come si è visto in dicembre con molteplici manifestazioni contro misure antipopolari.

Governabilità a rischio in Brasile

La domanda di giudizio politico contro la presidente Dilma Rousseff promossa dal Congresso la prima settimana di dicembre, “rappresenta il termometro di una crisi istituzionale significativa” in Brasile dichiara Beat Wehrle, teologo svizzero che vive a San Paolo da anni e è coordinatore di Tierra de Hombres Germania per il Cono sud.

Il 2016 comincia già segnato da dispute politiche intorno a questo giudizio, previsto per gli inizi di febbraio, e da tensioni legislative prodotto di accuse di scandali e corruzione contro dirigenti dell’opposizione, anticipa Wehrle.

“E’ molto difficile immaginare cose si concluderà questo ciclo. Anche considerando il clamore delle manifestazioni contro Dilma convocate in dicembre e vedendo la forte risposta dei movimenti sociali contro un possibile colpo di stato “alla uruguayana”, è possibile che la Presidente riesca a superare questa fase infernale per il suo governo. E questo nonostante debba contrattare con un parlamento in cui il suo partito è minoritario e che è il più conservatore che sia mai esistito dall’ultima dittatura militare”.

Anche se il PT supererà questa crisi, sarà un anno “politicamente difficile visto che l’opposizione cercherà di trasformare le elezioni municipali previste in ottobre, in un plebiscito contro il governo in un momento di crisi economica” che sta scuotendo le stesse basi della prima potenza latinoamericana e la settima mondiale. Inoltre, vista la complessa situazione economica attuale del paese, “le conquiste sociali ottenute nei vari governi PT, si stanno indebolendo velocemente. Una riduzione di bilancio ha diminuito la capacità dello Stato di investire in aree sensibili come la salute e l’educazione, la disoccupazione è tornata a crescere, l’inflazione supera il 10% e i settori sostenuti dai programmi sociali, sono sotto la minaccia di ricadere nella povertà o addirittura nella miseria” enfatizza Wehrle.

Se si guarda il contesto che vive il Brasile e i cambiamenti istituzionali recenti in Argentina e Venezuela, conclude Wehrle, si percepisce un “processo di regressione politica, una stanchezza di alcune forme tradizionali di lotta sociale e un certo debilitamento di quello che chiamiamo primavera latinoamericana”.

La pace in Colombia a portata di  mano

Con una dinamica propria, in cui i cambiamenti politici regionali sembrano non incidere direttamente, i negoziati di pace portati avanti a La Habana, sembrano anticipare che il 2016 potrebbe essere quello della firma degli accordi tra il governo e le Farc, sostiene Jean-Pierre Gontard, ex professore universitario e esperto di Colombia.

Gontard, che ha svolto il ruolo di facilitatore tra le due parti nei negoziati precedenti di El Caguàn (dal 1999 al 2002), riconosce che rimangono “punti di difficile soluzione” tra cui dove finiranno armi e munizioni della guerriglia, quale sarà l’atteggiamento del governo nei confronti dell’altra organizzazione armata, il Eln, che cosa succederà ai gruppi paramilitari e quale sarà la reazione di altre bande armate implicate in diversi traffici come droga, petrolio e diamanti.

Nonostante ciò, fino ad ora il processo è stato “esemplare” vista l’ampiezza raggiunta dal conflitto con un corollario di 220 mila morti, più di 6 milioni e mezzo di rifugiati e circa 7 milioni e mezzo di vittime di ogni tipo, sottolinea. I diplomatici, i politici  e in futuro gli storici, dovranno studiare questo processo da molto vicino.

Tra le particolarità di questo negoziato si evidenziano: negoziati lunghi e segreti su un’agenda precisa prima di annunciare ogni risultato, assenza di una prospettiva rigida come vorrebbero i diplomatici stranieri nel caso di un conflitto interno, appoggio discreto e intelligente da parte di un piccolo numero di governi e organizzazioni internazionali, presenza di tutti gli attori del conflitto, combattenti, vittime, polizia, governo, chiesa, impresari, commenta Gontard.

Analizzando la nuova realtà continentale, Gontard, che si definisce “una persona molto ottimista”, non pensa che i cambiamenti in altri paesi influenzeranno il processo di dialogo colombiano. E per concludere, rivendica “l’alternanza come un pilastro fondamentale della democrazia” e quindi un apporto al rafforzamento della vita democratica nel continente latinoamericano.

*In collaborazione con SWISSINFO ed E-CHANGER

09 gennaio 2016

ITANICA

Sergio Ferrari, “Sfide cruciali di un’America Latina in movimento” pubblicato il 09-01-2016 in ITANICA, su [http://www.itanica.org/wordpress/?p=1168] ultimo accesso 09-01-2016.

 

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