Il dilemma della Bolivia


Ariel Noyola Rodríguez

Attualmente pochissimi si azzardano a mettere in dubbio che l’andamento delle economie dell’America del Sud vada di male in peggio. I primi 8 mesi del 2015 confermano che la fase d’auge economica che è cominciata agli inizi del XXI secolo è una questione del passato.

Di fronte al crollo dei prezzi delle materie prime (commodities) e al rallentamento economico della Cina, i paesi sudamericani trovano sempre più maggiori ostacoli sui loro passi per espandere le loro economie esportando merci di origine primaria (petrolio, gas, metalli, minerali, cereali, eccetera).

L’estrema fiducia posta nell’ascesa economica dell’Oriente è andata in frantumi. Durante il 2014, il valore delle importazioni della Cina è cresciuto appena dello 0,5%, un crollo monumentale tenendo conto che nel 2013 era aumentato del 7,3%, e durante il periodo compreso tra il 2002 e il 2011 si è ampliato ad un tasso medio del 22,6%.

Nonostante ciò, il crollo della domanda estera non si restringe alla regione Asia-Pacifico: nessun paese industrializzato (Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Giappone, eccetera) conta oggi su un sufficiente potere di traino per trasformarsi nella locomotiva delle economie latinoamericane.

Secondo le più recenti proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2015 le economie dell’America Latina registreranno una crescita media dello 0,5%, uno dei minori tassi di espansione da quando è scoppiata la crisi ipotecaria (subprime) del 2008. Nel caso specifico della regione sudamericana, si valuta che ci sarà anche una contrazione in Brasile e Venezuela, mentre il rallentamento prenderà forza in Argentina.

In opposizione a questa dinamica si trova la Bolivia. Nonostante l’estrema debolezza del panorama economico regionale, il paese andino non solo non cede di fronte alle pressioni del rallentamento, ma continua a mantenere alti tassi di crescita. Ad un tale livello, che dal 2011 le stime sull’economia boliviana, tanto del FMI come della Banca Mondiale, sono state sbagliate.

Il fatto è che anno dopo anno, il governo di Evo Morales è riuscito a superare –fino ad ora– tutte le aspettative in termini di crescita. Durante l’ultimo decennio, la grandezza dell’economia della Bolivia si è moltiplicata per quattro (ad un tasso medio del 5,1%). Nel 2014 il prodotto interno lordo (PIL) è aumentato a 32.000 milioni di dollari (misurato in termini nominali), mentre il PIL per cápita è giunto a 3.000 dollari.

Quando nel 2006 assunse il potere, il presidente Morales fece sua parte dell’agenda dei movimenti sociali. Dopo la nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi e di altri settori chiave come l’industria mineraria, le risorse idriche e le telecomunicazioni, il governo boliviano si è ritrovato con il margine di manovra necessario per mettere in marcia un piano di politiche di redistribuzione delle entrate di carattere multi vettoriale.

Da un lato, è stata data la priorità all’ampliamento del mercato interno. Tanto attraverso un sostenuto incremento dei salari, come attraverso l’esecuzione di programmi di trasferimenti su scala massiccia (diretti a bambini in età scolare, donne in gravidanza e anziani). Dato che l’economia si trovava su un piano di immenso sottosviluppo e marginalità, il decollo si è sviluppato in modo immediato.

Per la spinta senza precedenti degli alti prezzi degli idrocarburi (il gas naturale rappresenta poco più del 40% delle esportazioni boliviane), le entrate fiscali della Bolivia hanno cominciato ad aumentare in modo accelerato. Si è mantenuta l’inflazione controllata e si è evitato di cadere nella trappola del deficit fiscale. Le riserve internazionali si sono moltiplicate sette volte e, parallelamente, è diminuito il debito pubblico in rapporto al PIL.

I risultati saltano agli occhi. Anche l’agenzia di valutazione statunitense Fitch applaude ai risultati del governo. Tra il 2005 ed il 2014, la popolazione in estrema povertà è passata dal 38,3% al 17,8%, la maggiore diminuzione tra i paesi latinoamericani. D’altra parte, la classe media boliviana è aumentata approssimativamente a 3 milioni di persone, secondo i calcoli della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL).

Nonostante ciò, il social-sviluppismo portato avanti da La Paz affronta anche delle resistenze, principalmente di molteplici associazioni indigene in difesa della terra come bene comune, che si oppongono ai progetti di investimento che danneggiano l’ambiente. Movimenti in lotta convinti che ci sia vita al di là dell’estrattivismo. Il governo di Evo Morales li persegue. Ne sminuisce l’importanza perché considera che siano ingannati dalla “destra” all’opposizione e golpista. Li accusa di rispondere agli interessi dell’imperialismo statunitense e perfino di cospirare in alleanza con il governo cileno per evitare che la Bolivia ottenga uno sbocco marittimo.

In questo modo, perseguitare i dirigenti delle opposizioni con l’argomento del “terrorismo” e del “sabotaggio” è un facile mezzo per evitare la discussione sui problemi derivanti dall’accumulazione periferica. È notevole la penetrazione della cultura del consumo ad oltranza nella maggioranza delle nazioni sudamericane: il governo della Bolivia ha trasformato il consumismo in uno dei meccanismi della legittimazione popolare. Tra il 2006 ed il 2013, le vendite dei supermercati sono passate da 71.000 milioni a 445.000 milioni di dollari, mentre le entrate dei ristoranti sono aumentate quasi del 700%.

L’industria dell’auto, così come le imprese che si dedicano a produrre apparati elettronici d’avanguardia registrano profitti storici in tutta la Grande Patria. Ecco perché persistono le disuguaglianze. Mentre i settori più ricchi della società boliviana ricevono il 42,6% del PIL, il ceto più povero, secondo il CEPAL, riceve appena il 4,4%.

In mezzo alla contrazione delle economie vicine, Evo Morales si dibatte tra equilibrismi discorsivi. Da un lato, difende i risultati del “capitalismo andino-amazzonico”. Dall’altro lato, si dichiara anticapitalista e apertamente impegnato a portare avanti la transizione verso il socialismo. Nonostante ciò, tanto lui come Álvaro García Linera –il vicepresidente– si rifiutano di precisare com’è che il primo arriverà secondo, quali saranno le strategie e i tempi per realizzare questo programma.

Messo alla parete dal crollo del grosso delle materie prime (commodities), Morales e i presidenti del progressismo sudamericano vacillano, da un lato, tra l’orientare a sinistra le proprie strutture economiche, mettendo in questione i privilegi delle oligarchie locali e aumentando il controllo dello stato sui settori strategici come le banche, e dall’altro lato, puntellare la primarizzazione attraverso l’incremento delle condizioni di sfruttamento.

“Non ho nulla da mentire, né [nemmeno è per] spaventarci, [ma] pensiamo che avremo una perdita riguardo le riscossioni, le esportazioni dell’anno passato [sono state] come [di] 2.500 milioni di dollari, questa è la nostra stima”, ha sottolineato il presidente Morales durante la cerimonia d’onore dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale per il 190° Anniversario dell’Indipendenza.

Tutto sembra indicare che per evitare di cadere nella crisi, per il governo della Bolivia basti avere riserve internazionali di 15.000 milioni di dollari (50% del PIL). Ma il 30% delle persone che negli ultimi anni si sono aggiunte alla classe media si trova a rischio di cadere di nuovo nella povertà, sia per la perdita dei propri lavori, sia perché si trasformeranno in vittime di inondazioni, incendi o altri disastri naturali, precisa il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD).

In quanto alla congiuntura economica internazionale, è evidente che se il prezzo del petrolio si mantiene per un lungo periodo a meno di 50 dollari –il prezzo del petrolio fa da guida alle quotazioni del gas naturale di provenienza boliviana–, più presto che tardi La Paz dovrà tracciare una nuova bolla d’accompagnamento economica.

La grande domanda è verso dove sarà la svolta. In definitiva, il dilemma del governo boliviano è tra il salvare ad ogni costo il capitalismo con “caratteristiche amazzoniche”, attraverso politiche di aggiustamenti contro i settori popolari, o al contrario, se decide di sfidare ancor di più il potere degli impresari, costruendo con solidità le fondamenta che permettano di iniziare un processo di sviluppo di nuovo conio.

*Ariel Noyola Rodríguez è un economista, laureato all’Università Nazionale Autonoma del Messico.

24-08-2015

Alai

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Ariel Noyola Rodríguez, “El dilema de Boliviapubblicato il 24-08-2015 in Alai, su [http://www.alainet.org/es/articulo/171919] ultimo accesso 02-09-2015.

 

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