Corteo silenzioso contro l’impunità


In Uruguay, migliaia di persone hanno criticato le ultime sentenze della giustizia perché presuppongono un arretramento in materia di dd.uu.

Quest’anno coloro che hanno manifestato davanti alla sede della Corte Suprema hanno contestato che questa abbia dichiarato incostituzionale una legge che lasciava senza effetti l’amnistia e che sollevasse la giudice Mariana Mota dalle indagini sui delitti di lesa umanità.

Ieri migliaia di uruguayani sono scesi nelle strade di Montevideo per chiedere la fine dell’impunità. Con la parola d’ordine “Nella mia patria non c’è giustizia, chi sono i responsabili?”, hanno manifestato verso la sede della Corte Suprema di Giustizia chiedendo la punizione dei responsabili dei crimini commessi durante la dittatura militare, 1973-1985. La Marcia del Silenzio si fa ogni 20 di maggio, per commemorare l’assassinio in questa data, nel 1976, di Zelmar Michelini e Gutiérrez Ruiz, e dei militanti tupamaros Rosario Barredo e William Whitelaw, che furono sequestrati a Buenos Aires. Quest’anno, la marcia è stata segnata dalle ultime sentenze della Suprema Corte di Giustizia (SCJ), che ha dichiarato incostituzionale la norma interpretativa della Legge di Caducità e che ha sollevato dalle indagini nelle cause per i delitti di lesa umanità la giudice Mariana Mota. Lo scorso febbraio la Giustizia uruguayana si era pronunciata contro una norma approvata nel 2011 che impediva la prescrizione dei delitti commessi da uomini in divisa durante gli anni di piombo, per cui quei crimini potrebbero rimanere impuniti e le cause, archiviate. Lo stesso presidente della SCJ, Jorge Ruibal Pino, inoltre, aveva dichiarato alcuni mesi fa che, arrivando alla Suprema, i casi che progrediranno sarebbero andati a scontrarsi contro una muraglia.

I gruppi organizzatori hanno insistito sul fatto che si  è andati poco avanti nel chiarimento di quanto avvenuto, hanno rinnovato la loro protesta a favore della verità e della giustizia e hanno discusso il comportamento della SCJ, di fronte alla cui sede  hanno concluso il corteo con un cacerolazo. “Non vogliamo che la condanna rimanga circoscritta solo alla SCJ, perché ci sono altri responsabili, come gli ex presidenti Julio María Sanguinetti, Luis Alberto Lacalle e Jorge Batlle, che erano i rappresentanti in vista, ma in Uruguay c’é una cultura dell’impunità”, ha detto Ignacio Errandonea, membro dell’organizzazione Familiari degli Scomparsi. “Dopo i progressi e l’impegno della popolazione, in questa ultima tappa la Suprema Corte di Giustizia decide un arretramento del processo che ha portato alla messa sotto accusa dei vari responsabili della tortura, e il trasferimento della giudice Mariana Mota. Ma c’é anche un arretramento a causa dell’influenza di attori politici che vogliono che nel nostro paese non sia fatta giustizia”, ha sottolineato Washington Beltrán, membro della Commissione dei Diritti Umani della centrale sindacale PIT-CNT.

Per Macarena Gelman, nipote del poeta argentino Juan Gelman, la Marcia del Silenzio è stata segnata da quanto avvenuto recentemente riguardo ai processi giudiziari. “Al di là dei singoli funzionari, dalla dittatura fino ad ora, la Giustizia non ha avuto un ruolo corrispondente allo spirito democratico del paese”, ha sottolineato. Ha rilevato, inoltre, che il dittatore argentino Jorge Rafael Videla, morto recentemente, è stato giudicato con le garanzie del caso e condannato all’ergastolo, e ha sottolineato che in Argentina i familiari hanno avuto l’opportunità che fosse fatta giustizia, e la società la tranquillità che il torturatore morisse compiendo la sua pena. “Quando Ruibal Pino ha detto che andranno a scontrarsi con una muraglia, alla fine dice le cose con il loro nome. Questo è il tipo di pensiero che bisogna combattere”, ha concluso.

Riguardo alla morte di Videla e allo stato dei processi ai responsabili dell’ultima dittatura in Argentina, Rafael Michelini, senatore del Fronte Ampio e figlio del deputato assassinato nel 1976 a Buenos Aires Zelmar Michelini, ha detto che l’ex dittatore argentino è stato il simbolo dell’orrore e del Piano Condor. “Ciò che riguarda Videla è perverso e con lui finisce una fase. In Argentina in tema di Giustizia si è avanzato di più e quasi tutti i repressori responsabili di crimini di lesa umanità sono imprigionati”, ha aggiunto, tracciando un parallelismo con quanto avviene in Uruguay.

Nella sentenza dello scorso febbraio, la SCJ ha dichiarato l’incostituzionalità dei primi due articoli della legge 18.831, che ristabilirono il “pieno esercizio della presunzione punitiva dello stato per i delitti commessi per l’attuazione del terrorismo di stato fino al 1° marzo 1985”, considerati di lesa umanità. Il principale argomento impugnato è stato che la legge penale non può essere applicata retroattivamente. La legge di “imprescrittibilità” nei casi di violazioni dei diritti umani durante la dittatura uruguayana, ora dichiarata inconstituzionale, era stata promossa dal governo del FA, anche se con alcune dissidenze interne tra le sue distinte fazioni. Era anche stata osteggiata dall’opposizione politica con l’argomento che aveva ignorato due decisioni popolari, che nel 1989 e 2009 avevano scelto di mantenere la legge che all’uscita dalla dittatura aministiò i poliziotti e i militari che avevano partecipato a sequestri, violazioni e assassini di oppositori durante il regime di fatto. La SCJ aveva enunciato che a partire da questo momento le cause giudiziarie aperte, nelle quali ci fossero dei militari processati per delitti commessi durante la dittatura, dovevano essere archiviate, intendendosi che le avevano prescritte. La senatrice Lucía Topolansky, dirigente e sposa del presidente José Mujica, aveva dichiarato che a causa della sentenza si poteva prospettare la possibilità di fare un processo politico ai giudici della Corte.

21 maggio 2013

Página/12

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
“Marcha en silencio en contra de la impunidadpubblicato il 21-05-2013 in Página/12, su [http://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-220460-2013-05-21.html] ultimo accesso 24-05-2013.

 

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