“Se è per la pace, facciano assegnamento sull’Eln”


Alfredo Molano Jimeno

Nicolás Rodríguez Bautista, più conosciuto come “Gabino”, massimo dirigente dell’Esercito di Liberazione Nazionale, ha concesso una intervista esclusiva al El Espectador.

Nel novembre dell’anno scorso fu l’ultima volta che Nicolás Rodríguez Bautista, alias Gabino, massimo comandante dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), concesse una intervista a un mezzo di comunicazione nazionale. In quella occasione disse alla FM che la guerriglia che comandava era disposta ad intraprendere un processo di pace. E la sua opinione non è cambiata. Continua ad impegnarsi, ma non a qualsiasi prezzo, come ha detto anche il Governo. Gabino sostiene che un serio processo deve svolgersi per dare soluzione alle cause storiche del conflitto: la diseguaglianza, la povertà e la mancanza di partecipazione delle comunità nella politica nazionale. Nega che ci siano dei dialoghi esplorativi con il Governo, ma non scarta che ci siano stati contatti. L’Espectador ha conversato con il capo guerrigliero. Questa è l’intervista.

Dopo 50 anni di scontro armato è l’ora della pace?

I tempi della pace devono esserci in ogni momento, le guerre non dovrebbero esistere; nonostante ciò, il sistema in cui viviamo le produce, come quelle che fanno gli imperi per impadronirsi delle ricchezze dei popoli o per posizioni geostrategiche come quelle del Vietnam, della Libia o della Siria, per menzionare tre esempi. Esistono altre guerre che sono figlie delle precedenti, quelle che l’oligarchia fa ai propri popoli per limitare i loro diritti, consacrati dalle leggi e scritti nelle costituzioni. Questo è il caso della Colombia, dai tempi della conquista tutte le generazioni hanno vissuto in guerra e l’anelata pace ancora non arriva. Tutte le volte che gli ultimi governi hanno annunciato la propria propensione alla pace, l’Eln si è messo a disposizione. Fin dall’anno passato abbiamo detto al presidente Santos e all’opinione pubblica che se è per la pace, facciano assegnamento sull’Eln.

Che differenze ci sarebbero tra un processo di pace con l’Eln e quello che è portato avanti all’Avana con le Farc?

È difficile dirlo, perché al momento non sono chiari né la portata né le metodologie del processo di pace dell’Avana.

Quali sarebbero i punti centrali in un processo di pace tra l’Eln e il Governo?

La Colombia soffre un complesso conflitto sociale e armato, gli analisti più seri sostengono che ha una origine economica, politica e sociale, al centro del quale stanno le terribili disuguaglianze e la repressione per silenziare le lotte delle grandi maggioranze. Questa è anche la lettura dell’Eln e questa realtà ha provocato la sollevazione in armi. La pace incomincia riconoscendo tale realtà e avviando un processo che affronti le grandi soluzioni; se il governo di Santos intende così le cose ed è disposto, il cammino sarà sgombrato e inizierebbe un processo includente, dove queste maggioranze devono essere protagoniste, in questo caso la dinamica del processo è semplice e darà risultati.

La morte del presidente Chávez può colpire sensibilmente il processo di pace colombiano?

Non lo credo, le politiche del governo della sorella Venezuela sono basate su una politica di stato e non cambiano per la precoce dipartita del presidente Chávez. Fin dai tempi di Uribe il presidente Chávez e il suo governo si sono impegnati nella pace della Colombia e anche se questo sforzo ha creato difficoltà al governo venezuelano e al presidente Chávez, l’impegno è stato rinnovato e per questo non considero che ora peggiori.

Voi siete stati critici dell’estrazione mineraria e petrolifera, oggi che queste attività sono in auge, quale sarebbe la vostra proposta per contrastarle?

Il governo di cui ha bisogno la Colombia deve consultare le maggioranze sui piani strategici, economici e politici, e non le transnazionali capitaliste. Questa sarebbe democrazia e sovranità, che è il contrario di ciò che il presidente ha fatto l’anno passato nell’Incontro di Rio, dove ha offerto più di 17 milioni di ettari alle transnazionali del settore minerario. La debacle dei TLC che tra le altre cose, inoltre, si manifesta nello sciopero dei produttori di caffè e che rovina i settori medi della produzione, mostra che il Governo va da una parte e il sentire delle maggioranze va da un’altra, e questa condotta dei signori del potere ha fatto affondare il paese in una crisi senza precedenti. Chi hanno consultato circa il passaggio della Colombia da paese agricolo a paese minerario? Il fatto che i vari governi siano difensori della patria colombiana è relativo, la loro anima è l’Occidental, la British, la Nestlé, la Drummond, la Kedada, la Medoro, la Chiquita Brands e smetto di raccontare. La storia che Ecopetrol sia patrimonio dei colombiani è un controsenso. Se i piani minerari-energetici di Santos si realizzeranno, la Colombia verrebbe trasformata in una terribile cava, dalle gravissime conseguenze non solo per la popolazione ma anche per il pianeta, in un continente dove la coscienza per l’armonia tra gli uomini e la madre terra sta crescendo.

La proposta dell’Eln, di trovare una via d’uscita al conflitto, è stata l’oggetto di un convegno nazionale. Quale sarebbe questa formula?

Il nome può continuare ad essere quello del Convegno o un altro, la cosa concreta è che ciò significa che una via d’uscita politica per ottenere la pace richiede l’ascolto delle comunità, le quali siano le protagoniste del processo, come chi dice che al tavolo bisogna farsi carico di un’agenda sociale che raccolga le loro lotte e richieste; oggi dobbiamo riaffermarlo come un tema indispensabile, proponendo l’agenda per la pace e il superamento del conflitto. In Colombia tutti i settori popolari e sociali hanno presentato le proprie piattaforme attraverso le loro lotte, riprenderle è urgente e incamminarsi per la loro realizzazione è muoversi verso la pace.

Vi interessa fare una tappa verso la vita elettorale e politica?

Noi svolgiamo vita e azione politica, così è all’interno della nostra realtà insurrezionale. Su questo investiamo la maggior parte dei nostri sforzi, organizzando e stando dentro alla società. Se un processo di pace, in verità, andasse avanti, intensificheremmo l’azione politica e sicuramente parteciperemmo alle elezioni. Chiaro, bisognerebbe sistemare le regole del gioco, perché ora funziona a testa o croce; con la testa vincono le oligarchie e con la croce, anche.

Nel caso in cui fosse ufficializzato un processo tra voi e il Governo, sarebbe sul modello del coordinamento guerrigliero che funzionò a Tlaxcala e Caracas o in un tavolo parallelo a quello delle Farc?

Questa decisione non è nelle nostre mani. Tra i compagni delle Farc e il Governo c’è un processo che sta andando avanti e noi non stiamo nemmeno nei dialoghi esplorativi, pertanto non è possibile parlare di un solo tavolo, noi siamo disposti ad accettare questa realtà di due tavoli separati, valutando l’importanza di confluire durante il percorso.

Il Governo ha insistito che non ci sarà pace se gli insorti non riconoscono le loro vittime, come vedete questo?

Il nostro ultimo congresso ha riaffermato la validità delle richieste delle vittime di ottenere la verità, la giustizia e la riparazione, e lo abbiamo pubblicamente riconosciuto. Le statistiche più serie hanno dimostrato che in Colombia lo stato è il maggiore violatore dei diritti umani, di modo che questo stato è anche obbligato a riconoscere le vittime. L’Eln non ha mai avuto la politica di far del male alla popolazione e quando abbiamo commesso degli errori e recato danno alla popolazione ci abbiamo messo la faccia. Lo abbiamo riconosciuto e manteniamo tale decisione, non come una esigenza di qualcuno ma come un obbligo morale che sempre ratifichiamo.

Cinquanta anni dopo esservi lanciati nella guerra, cosa è l’Eln e cosa può apportare alla Colombia di oggi?

L’Eln non si è lanciato nella guerra; ci ha lanciato la repressione militare e della polizia che dichiarò guerra alla protesta sociale. Le cause più immediate della nostra sollevazione in armi furono nel 1964  la criminalizzazione dello sciopero petrolifero di Barrancabermeja del 1963 e la repressione studentesca che imperversò all’inizio del decennio degli anni 60. Un anno dopo si sarebbe unito a questa forza guerrigliera il sacerdote Camilo Torres. Da allora siamo restati insieme alla popolazione del campo e della città. La resistenza è stata contro l’Esercito più sanguinario e meglio addestrato dal Pentagono nel continente. Dal 1980 ci siamo diffusi nel paese e manteniamo le nostre forze in vaste regioni, dove lo stato fa solo presenza attraverso le sue Forze Armate e dove siamo la reale autorità con il consenso delle organizzazioni delle comunità.

In un eventuale tavolo di dialogo chi sarebbero i negoziatori dell’Eln?

Dallo scorso ottobre, quando il presidente Santos ci ha pubblicamente chiamati al dialogo, gli abbiamo risposto affermativamente e da allora abbiamo predisposto il gruppo che dialogherà con il Governo, fanno parte del comando generale dell’Eln.

Camilo Torres fu uno dei simboli del pensiero eleno, che rimane del suo pensiero?

Nell’Eln il camilismo continua ad essere la bandiera e si è manifestato per acquistare vigore non solo all’interno dell’Eln. Camilo ha passato le frontiere ed è presente nella nostra America cristiana che abbraccia la teologia della liberazione, della quale Camilo è un importante pioniere. In Colombia il camilismo è una corrente di pensiero rivoluzionario che clandestinamente percorre il paese e anche ampi spazi politici che abbracciano molti uomini e donne, come guida del loro cammino verso orizzonti del futuro; per questo dobbiamo dire che Camilo continua a camminare in Colombia, in America e in altri territori.

Che rappresenta Chávez?

Chávez è il gigante bolivariano, antimperialista e socialista, che ha diviso in due la storia di questa America per portarle la felicità, la democrazia e la definitiva indipendenza che Bolívar sognò come un inevitabile cammino dei popoli dai Caraibi fino alla Patagonia. Ora Chávez è patrimonio dei rivoluzionari, dei patrioti e democratici dei popoli americani e la sua opera continuerà a rafforzarsi perché ha fatto mettere radici al suo progetto e ha seminato i semi del futuro nel Venezuela che amò e nell’America che lo ha reso grande, perché ha compreso la sua grandezza. Chávez è un simbolo.

24 Mar 2013

El Espectador

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca da:
Alfredo Molano Jimeno, “Si  es para la paz, cuenten con el Elnpubblicato il 24-03-2013 in El Espectador, su [http://www.elespectador.com/noticias/paz/articulo-412337-si-paz-cuenten-el-eln] ultimo accesso 09-04-2013.

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