Patria grande e soiera


Darío Aranda

Questo rapporto che oggi diventa pubblico, ma che MU ha anticipato nella sua edizione di luglio, rivela come la monocoltura della soia avanzi in Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay provocando disboscamenti, concentrazione delle terre e sfollamenti. In questo articolo Darío Aranda traccia la cartografia geopolitica ed economica del modello.

La patria grande soiera è composta da Brasile, Argentina, Paraguay, Bolivia e Uruguay. I cinque paesi contano su 47 milioni di ettari a soia transgenica, pilastro di un modello più ampio: l’agro-negozio, con alto consumo di pesticidi e i cui principali beneficiari sono le imprese multinazionali del campo. Questo modello, con una maggiore incidenza di capitale concentrato e con conseguenze sociali e ambientali, viene attuato nel momento in cui la regione ha governi autodefinitisi di “sinistra” o “progressisti”.

La soia rappresenta:

  • Il 66% della terra coltivata del Paraguay.
  • Il 59% dell’Argentina.
  • Il 35% della terra coltivata del Brasile.
  • Il 30% dell’Uruguay.
  • Il 24% della Bolivia.
  • Nei cinque paesi il 44% della terra coltivata ha una sola coltivazione: soia.

Agricoltura industriale

“La storia della soia nella regione risale a più di cento anni fa. Nonostante ciò, è stato negli ultimi 40 anni, e particolarmente negli ultimi 20, che ha sperimentato una rapida trasformazione ed espansione attraverso un modello di agricoltura industrializzata”, spiega l’indagine Produzione della soia nelle Americhe: attualizzazione sull’uso di terre e pesticidi, di recente pubblicazione, presentato dalla riconosciuta fondazione Centro per la Biosicurezza della Norvegia. In esso viene per la prima volta affrontata in chiave geopolitica la soizzazione come un problema regionale.

Il lavoro analizza dettagliatamente la situazione di Argentina, Paraguay, Brasile, Uruguay e Bolivia. E trova similitudini: la soia transgenica è avanzata in ogni paese, ed ha implicato l’avanzamento su nuovi territori (attraverso disboscamenti), c’è stato un arretramento di altre coltivazioni, ha incrementato notevolmente l’uso di pesticidi e i cinque paesi hanno messo ampie porzioni del loro territorio a disposizione delle necessità di Europa e Asia. Alcuni dati:

  • Dal 1996, quando fu approvata la soia transgenica in Argentina, in 14 anni l’area seminata è aumentata fino a 25 milioni di ettari.
  • Brasile e Argentina solo gli alunni più rigorosi del modello dell’agro-negozio. Concentrano il 90% della superficie di soia della regione: 23 milioni di ettari in Brasile, 19 milioni in Argentina.
  • “Nel 2009, Brasile, Argentina e Paraguay hanno registrato i maggiori indici nazionali di incremento della superficie seminata con questa coltivazione”, precisa l’indagine, e dettaglia:
  • Nel 2010, i cinque paesi hanno seminato 47 milioni di ettari a soia. Di questo totale, il Brasile rappresenta il 50%, l’Argentina il 40%, il Paraguay il 6%, la Bolivia e l’Uruguay rispettivamente il 2%.
  • Il 36% della terra arabile del Brasile, il 59 dell’Argentina e il 66 del Paraguay sono state occupate con soia.
  • “La fase di crescita accelerata è iniziata con l’approvazione di varietà di soia geneticamente modificata per la produzione commerciale”, afferma il lavoro e fissa la data al 1996, quando in Argentina fu approvata (senza studi dello stato nazionale) la soia transgenica.

Conseguenze:

  • Nel 1991, in Argentina sono stati seminati 5 milioni di ettari a soia. Nel 2010, sono stati 19 milioni di ettari.
  • Nello stesso periodo, la Bolivia è passata da 190 mila ettari a 920 mila.
  • Il Brasile è passato da 9,6 milioni di ettari a 23 milioni.
  • Il Paraguay da 550 mila a 2,7 milioni.
  • L’Uruguay da 20 mila ettari a 860 mila.
  • Nei cinque paesi si è passati da 15 milioni di ettari a 47 milioni.

Con l’aumento dell’area seminata, è aumentato anche il volume del raccolto. Nel 2009, la produzione totale del Cono Sud è stata di 116 milioni di tonnellate, delle quali 57 e 52 milioni sono state raccolte rispettivamente in Brasile e Argentina. Questi volumi di produzione hanno posto il Brasile come secondo e l’Argentina come terzo produttore di soia a livello mondiale. Nel 2010, ambedue i paesi hanno aumentato la loro produzione: 68 milioni in Brasile e 50 milioni in Argentina.

Meno boschi

Il Centro per la Biosicurezza della Norvegia precisa che:

  • Nel 1991 l’Argentina contava su 34,5 milioni di boschi. E nel 2009 si erano ridotti a 29,6. Una diminuzione del 14%.
  • In Bolivia sono diminuiti dell’8%: da 62 a 57 milioni.
  • Il Brasile è sceso del 9%: da 571 a 521 milioni di ettari.
  • Il Paraguay, del 15%: da 21 a 17 milioni.

In base ai dati della Direzione per i Boschi Nativi della Segreteria dell’Ecosistema della Nazione, si è stabilito che in Argentina, tra il 2203 e il 2004, 550 mila ettari di bosco sono stati rimpiazzati da soia nelle province del Chaco, Formosa, Salta, Santiago del Estero e Tucumán. “Mentre l’area coltivata a soia aumenta rapidamente, le zone di bosco si riducono”, riassume il rapporto.

Nel nostro territorio nel 1991 l’area del bosco era quasi 7 volte maggiore di quella coltivata a soia. Prima della febbre della monocoltura la relazione era la seguente: per ogni ettaro di soia esistevano quasi 7 ettari di bosco. Nel 1996, l’anno dell’approvazione della soia transgenica, la relazione bosco-soia è scesa a 4,96, e nel 2009 a 1,62.

Arretramento delle coltivazioni

Nella misura in cui aumenta la superficie seminata a soia, oltre ai boschi sono diminuite altre coltivazioni:

  • Tra il 2001 e il 2010 l’area seminata a soia nel Brasile è aumentata del 67%, mentre il mais è aumentato solo del 4%.
  • In Bolivia, l’area totale coltivata a mais si è ridotta del tre per cento mentre la soia è aumentata del 50%.
  • In Paraguay, durante lo stesso periodo, la coltivazione di yuca è diminuita del 27% e quella della soia è aumentata del 99%.

“Il caso più drammatico si è registrato in Uruguay, dove il girasole si è ridotto del 72% mentre la soia è aumentata 70 volte dal 2001 al 2010”, avverte l’indagine. In Uruguay, nell’ultimo decennio, i pascoli destinati alla produzione di bestiame da latte si sono ridotti del 15% (150 mila ettari), mentre i pascoli per la produzione di bestiame da carne si sono ridotti del 30%. “Dal 1996 i principali paesi produttori di soia del Cono Sud hanno ridotto la somministrazione locale di alimenti”, afferma l’organizzazione norvegese.

Poche mani

La maggior parte della produzione di soia del Cono Sud viene effettuata in tenute più grandi di 500 ettari.

  • Nel 2006 in Brasile, il 5% dei produttori di soia hanno concentrato il 59% del totale dell’area seminata con questa coltivazione.
  • In Bolivia, nel periodo 2009/10, il 2% dei produttori hanno occupato il 52% del totale della superficie a soia.

“Questo processo di concentrazione delle terre in pochi proprietari è andato accentuandosi. Di conseguenza, un numero ogni volta minore di produttori gestisce superfici sempre più estese, arrivando perfino a unità di gestione da 2.500 a 5.000 ettari in Argentina, Brasile e Paraguay”, segnala l’indagine.

Il rapporto conferma ciò che organizzazioni contadine e numerosi ricercatori segnalano da un decennio: la produzione di soia e la concentrazione delle terre vanno per mano. E obbedisce ad un circolo vizioso: la maggior parte della produzione proviene da sistemi agricoli altamente industrializzati (semi transgenici, pesticidi, macchine). L’intensa industrializzazione della produzione implica l’aumento della capacità di investimento dei produttori, da cui deriva la graduale marginalizzazione degli agricoltori su piccola scala o con ridotta capacità di investimento.

  • In Paraguay, nel 2005, il 4% dei produttori di soia hanno gestito il 60% del totale della superficie con questa coltivazione.
  • In Brasile, nel 2006, il 5% dei produttori di soia hanno gestito il 59% del totale dell’area destinata a questa coltivazione.
  • In Bolivia, durante il periodo 2009/10, il 2% dei produttori di soia hanno controllato il 52% della superficie di produzione.
  • In Argentina, nel 2010, più del 50% della produzione di soia è stata controllata dal 3% del totale dei produttori, attraverso estensioni di più di 5.000 ettari.
  • In Uruguay, nel 2010, il 26% dei produttori ha controllato l’ 85% del totale delle terre a soia. Nello stesso periodo, l’ 1% del totale dei produttori hanno avuto a loro disposizione il 35% della superficie coltivata a soia.

Più veleno

La grande adozione della soia transgenica e l’aumento della semina diretta sono le principali cause dell’aumento geometrico dell’uso degli erbicidi, in particolare del glifosato. Un altro fattore è l’apparizione di erbacce resistenti agli erbicidi, che provoca l’aumento dell’uso di altri erbicidi complementari e più tossici (24D e paraquat). “L’erbicida paraquat è stato proibito in Europa, ma la sua importazione e applicazione nel Cono Sud è in aumento”, denuncia l’indagine.

  • Il paraquat è l’ingrediente attivo di uno degli erbicidi più utilizzati: il gramoxone, sviluppato dalla compagnia svizzera Syngenta. “Studi tossicologici hanno collegato il paraquat a disordini neurologici (per esempio, la malattia di Parkinson) e riproduttivi. Per questa ragione, nel 2003, il paraquat è stato proibito in tredici paesi dell’Unione Europea”, afferma il lavoro e ricorda che, alla fine è stato proibito nel 2007 in tutta la UE.
  • In Argentina, nel 2010, ne sono stati utilizzati 1,2 milioni di litri.
  • In Bolivia, nel 2008, 1,7 milioni di litri.
  • In Brasile, solo nei cinque maggiori stati produttori di soia durante il 2009 sono stati usati 3,3 milioni di litri di paraquat.

Geopolitica

L’indagine mette in evidenza che la considerevole produzione di soia nel Cono Sud è “ampiamente condizionata dalla globalizzazione dell’economia”, giacché la domanda ha origine “in regioni geograficamente distanti”: Europa e Cina. Quale è la destinazione di questa soia che danneggia i suoli latinoamericani? Alimentazione animale e come materia prima per gli agro-combustibili. Conclude questo rapporto: “La domanda di soia in Europa influisce sulla dinamica dell’uso delle terre e dei pesticidi in America del Sud. E specifica le implicazioni socioeconomiche dirette, affermando: “Le necessità locali (per esempio, la domanda di prodotti non destinati all’esportazione) perde importanza nella dinamica produttiva. Un chiaro esempio è l’uso di prodotti pericolosi (paraquat) o di tecnologie pericolose (la produzione di soia transgenica) nei paesi produttori del Cono Sud, quando parallelamente questi stessi prodotti e tecnologie sono proibiti nelle regioni dove ha origine la domanda (Europa). Esistono standard differenti di protezione ambientale e di salute pubblica tra i luoghi dove nasce la domanda e dove vengono prodotti i beni primari”.

Compagnie

Il modello dell’agro-negozio, del quale la soia è solo il lato più visibile, è caratterizzato dal controllo che le grandi multinazionali esercitano sulla campagna. Una situazione emblematica è evidente nel mercato dei semi: “Nella prima metà del XX secolo i semi erano indiscutibilmente nelle mani degli agricoltori e del settore pubblico. Nei decenni successivi, vengono monopolizzati dai giganti del settore genetico: il potere delle compagnie. E così segnano l’ultima frontiera nella mercantilizzazione della vita”. Vediamo come:

  • Il mercato dei semi brevettati rappresenta l’ 82% del mercato dei semi commerciali di tutto il mondo.
  • Nel 2007, il mercato globale di semi commerciali brevettati era di 22 miliardi di dollari.

Chiarisce: “Le dieci principali compagnie ricavano 14,785 miliardi di dollari, il 67% del mercato mondiale di semi brevettati”. Le principali imprese di semi sono Takii (Giappone), DLF-Trifolium (Danimarca), Sakata (Giappone), Bayer Crop Science (Germania), KWS AG (Germania), Land O’ Lakes (Stati Uniti), Groupe Limagrain (Francia), Syngenta (Svizzera), DuPont (Stati Uniti) e Monsanto (Stati Uniti).

“In meno di tre decenni un pugno di compagnie multinazionali ha creato un rapido e spietato accerchiamento corporativo intorno al primo anello della catena alimentare”, spiega il Gruppo ETC e specifica che la Monsanto controlla il 23% del mercato mondiale di semi brevettati. L’indagine del Gruppo ETC spiega: “I semi e le scelte biotecnologiche della Monsanto (inclusi quelli ceduti sotto licenza ad altre compagnie) rappresentano l’ 87% dell’area totale mondiale dedicata a semi manipolati geneticamente nel 2007”.

Il modello

Lo scorso 15 giugno, durante un pranzo presso la sede del Consiglio delle Americhe e di fronte alle maggiori imprese statunitensi, la presidente Cristina Fernández in Kirchner ha dichiarato:

“Alcuni momenti fa sono stata con la Monsanto, che ci annunciava un investimento molto importante in materia di mais (…) Ed erano anche molto contenti perché l’Argentina oggi è, diciamo, all’avanguardia in materia di prodotti biotecnologici. Ho qui, e in verità ve lo voglio mostrare perché sono molto orgogliosa, l’opuscolo della Monsanto. Avete visto che quando fanno un opuscolo è perché è già stato fatto l’investimento, se no non ti fanno un opuscolo. Perciò un investimento molto importante a Malvinas Argentinas, a Córdoba, in materia di mais con un nuovo, diciamo, seme di carattere transgenico, che si chiama Intacta”.

A Córdoba, durante questa stessa settimana, avveniva il primo processo penale per le fumigazioni con i pesticidi. Dopo dieci anni di lotta, l’organizzazione Madri di Ituzaingó Anexo (donne organizzate dopo che i loro figli e le vicine si sono ammalati) ha portato fino in tribunale i prodotti della soia e un aereo fumigatore.

La Presidente ha spiegato che l’annuncio della Monsanto darebbe un aiuto nella creazione del Piano Strategico Agroalimentare (PEA), un programma dettagliato di obiettivi gestito dal governo nazionale, dalle provincie, da imprese e accademici che si sono fissati l’obiettivo, tra i vari punti, di aumentare del 60% la produzione granaria: passare da 100 milioni di tonnellate (la metà è soia) a 160 milioni per il 2020. Che implicherebbe l’avanzata su nuovi territori, oggi in mano dei contadini e delle popolazioni originarie.

Mercoledì 27 giugno, da San Luis e attraverso la rete nazionale, la Presidente ha fatto un passo avanti:

“Io sogno che nella mia Patagonia, che è una steppa, potremo anche fare una produzione intensiva di piantagioni di mais (…) Sappiamo che produrremo anche mais di una varietà transgenica che ci permetterà, esattamente in quel luogo, di realizzare delle zone dove potremo estendere tutta la frontiera agropastorale e scientifica e tecnologica”.

Il rapporto:

L’indagine Produzione della soia nelle Americhe: attualizzazione sull’uso di terre e pesticidi è stata coordinata dalla ricercatrice Georgina Catacora Vargas, del Centro per la Biosicurezza della Norvegia, spazio dedicato all’indagine e all’insegnamento delle tecnologie genetiche e delle loro conseguenze sull’ambiente e la salute. La rilevazione e l’elaborazione dei dati ha comportato sei mesi di lavoro per ricercatori e giornalisti di Uruguay, Argentina, Brasile, Paraguay e Bolivia (questo autore è stata la controparte argentina della pubblicazione). In 50 pagine, colme di statistiche e grafici, affronta una realtà molto conosciuta in ciascuno dei cinque paesi, ma poche volte trattato come un fenomeno regionale. Datato gennaio 2012, è stato pubblicamente diffuso il 6 agosto 2012.

Questa sintesi è stata pubblicata nell’edizione di luglio della nostra rivista Mu, el periódico de lavaca.

08-08-2012

lavaca

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca da:
Darío Aranda, “Patria grande y sojerapubblicato il 08-08-2012 in lavaca, su [http://lavaca.org/notas/patria-grande-y-sojera/], ultimo accesso 20-08-2012.

 

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