Dentro la rivoluzione tutto, fuori…


Sono 45 giorni che la Bolivia vive quotidianamente conflitti e tensioni nelle sue strade. Cortei contro e a favore del governo in un paese segnato storicamente dalla mobilitazione popolare.

Da Marcha

Il 27 aprile è partita dall’est del paese la IX marcha indígena contro il progetto di autostrada per unire le città di Villa Tunari e San Ignacio de Moxos, attraversando il parco nazionale Tipnis. Un conflitto che viene risaltato dai media da un anno. Tuttavia questa nuova mobilitazione, che continua il suo cammino verso La Paz, è stata mediaticamente eclissata da una serie di conflitti che hanno invaso le strade della città.

I conflitti

Sono alcune settimane che i medici boliviani sono in sciopero a oltranza contro il decreto che aumenta la giornata lavorativa da 6 a 8 ore. I tentativi di dialogo sono stati infruttuosi e alla fine il governo nazionale ha sospeso temporaneamente il decreto 1126, che ristabiliva le otto ore di lavoro per il personale degli ospedali e degli ambulatori pubblici.

Inoltre Evo Morales ha convocato per luglio un “Vertice della Salute” per analizzare la situazione nella quale si trova il servizio sanitario pubblico e per definire un piano nazionale per il settore. Sebbene i medici considerano la sospensione come una propria vittoria, non hanno risposto alla proposta e hanno continuato il braccio di ferro che colpisce migliaia di boliviani.

A questo si somma il conflitto con i trasportatori e gli autisti che protestano per la nuova legge di traffico urbano, hanno realizzato uno sciopero con adesione totale lunedì scorso a La Paz e El Alto. La protesta ha compreso blocchi stradali, impedendo la circolazione di veicoli privati. È stato così che in un lunedì soleggiato, le strade di La Paz sono brillate prive di motori, e migliaia di persone sono andate a piedi o in bicicletta per andare a lavoro.

La legge che rifiutano intende regolare il caotico traffico di La Paz. I trasportatori denunciano che questa legge non è stata concordata con il settore e stabilisce sanzioni doppie per gli autisti che commettono infrazioni perché, secondo quanto denunciano, potranno multarli tanto gli agenti municipali come la polizia stradale.

Ma è stato mercoledì che tutto è confluito in quelle che sono giornate di forti proteste. Il 9 maggio la storica Central Obrera Boliviana (Cob) ha iniziato uno sciopero generale di 72 ore per richiedere un aumento salariale.

Le proteste in strada della centrale sindacale sono state partecipate, tuttavia delle 63 organizzazioni affiliate alla Cob solo tre ne facevano parte: i lavoratori della salute pubblica, della sicurezza sociale a breve termine e gli universitari. Alla mobilitazione s’è sommato il Colleggio dei Medici e gli studenti di medicina della Università Pubblica di El Alto e della Università Maggiore di San Andrés.

Il 27 aprile il governo di Evo Morales ha approvato un aumento salariale del 8% (con un 6,9% di inflazione) per il settore della salute e dell’educazione e ha stabilito per la prima volta nel paese un salario minimo nazionale, con un aumento del 23%.

La Cob ha rifiutato questo aumento ritenendolo insufficente. “Noi abbiamo calcolato un paniere di 8.300 boliviani [915 €] e il Governo senza il consenso della Centrale ha approvato questo 8%”, ha dichiarato il dirigente Cimar Huacota.

Il ministro dell’economia della Bolivia, Luis Arce, ha avvertito l’impossibilità di aumentare di più il salario, cosa che provocherebbe un deficit per il paese, che da 6 anni lotta per uscire dalla povertà in cui era immerso.

Nella prima giornata di protesta un gruppo di minatori, nel tentativo di entrare in Plaza Murillo di La Paz, ha lanciato dinamite ed è scoppiato uno scontro tra polizia e manifestanti che è finito con 7 feriti. Il secondo giorno di sciopero la giornata è stata più tranquilla, anche se si sono registrati alcuni incidenti tra studenti e forze di polizia davanti al Ministero della Salute.

L’appoggio

Davanti a questo scnenario, che inevatibilente affatica il governo di Evo Morales, a Cochabamba, la terza città più importante della Bolivia e uno dei bastioni del Mas, i movimenti sociali che appoggiano Evo hanno convocato un presidio in rifiuto delle mobilitazioni che considerano destabilizzanti.

“Prendiamo atto dello stato di emergenza e davanti al popolo boliviano ci dichiariamo in mobilitazione permanente per difendere la democrazia, la vita umana e il processo di cambiamento”, ha affermato la presidente del Coordinamento Dipartimentale per il Cambiamento (Codecam) Leonilda Zurita.

Migliaia di contadini e operai hanno riempito Piazza 14 Settembre nel centro di Cochabamba e hanno criticato le azioni di forza della Cob che considerano solo uno strumento per indebolire un governo che per la prima volta la pensa come loro. In questo senso Zurita ha accusato la Cob di tradire i contadini.

“Noi boliviani siamo preoccupati, siamo venuti perché non debbano patire nessun ostacolo nel portare a termine la loro gestione”, ha detto Oscar Castillo, dirigente comunitario di Cochabamba.

Non è oro tutto quel che luccica

“Il corteo è legittimo ma ci sono tentativi di partiti dell’opposizione per appropriarsi di queste mobilitazioni legittime, per approfittarsene politicamente”, ha affermato Amanda Dávila, ministra della Comunicazione boliviana.

Non sono pochi quelli che denunciano che alcuni partiti dell’opposizione fomentino le mobilitazioni per ottenerne un vantaggio politico. “Questo tipo di atteggiamenti riflettono che esiste in questo momento una riarticolazione del vecchio Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (Mir), tanto Doria Medina della Università Nazionale che Juan del Granado dell’oggi Movimento Senza Paura (Msm) stanno lavorando spalla a spalla su vari scenari”, ha denunciato Dávila.

In questo contesto i discorsi si sono radicalizzati ad ambo i lati del conflitto. “Dobbiamo essere coscenti e fermi nella lotta che stiamo portando avanti, visto che questo governo insensibile, dittatoriale e fascista non ha la minima intensione di trovare una soluzione al problema”, sono state le parole del dirigente sindacale Rolando Condori in un’assemblea di medici.

Anche da parte del governo il discorso si è irrigidito, accusando duramente gli scioperanti, e accusandoli di lasciare senza assistenza medica migliaia di boliviani.

Questa situazione ha portato alla creazione della Società di Professionisti per il Diritto alla Salute, organizzazione formata da medici e infermiere che assisteranno la popolazione, secondo quanto ha indicato una dei suoi portavoce, Mary Tinini in un’intervista con la Red Patria Nueva.

Il Collegio Medico, artefice dello sciopero nella salute, rifiuta sistematicamente la presenza di medici cubani che vivono da anni in Bolivia per portare appoggio medico. Su questa linea si trovano manifesti, in alcune delle entrate degli ospedali, che recitano cose come “se la medicina cubana fosse buona, Chávez non starebbe morendo”. Oltre altri slogan polemici come “evo dittatore”, “evo cuore di coca”, “non sei laureato” e “evo hitler”.

“La protesta dei medici è legittima – tutte lo sono in democrazia – ma i suoi slagan e manifesti, pieni di odio, discriminazione, classismo e razzismo, screditano la loro lotta. Forse per questo non sono usciti a manifestare nel 2003 (quando venne abbattuto il governo di Sanchez de Losada) e invece hanno protestato nel 2008 assieme alla destra della mezza luna”, ha detto a riguardo il giornalista Ricardo Bajo, direttore di Le Monde Diplomatique edizione boliviana.

In mezzo a questa convergenza di proteste e rivendicazioni che provano a mettere in scacco il governo di Evo Morales il Senato ha approvato questo giovedì “il progetto di Legge di apliamento del tempo necessario alla Consulta previa, libera e informata del territorio del Tipnis”, secondo quanto confermato dalla presidente della Camera alta, Gabriela Montaño.

La Bolivia è un paese con una lunga tradizione di lotte e i suoi movimenti sociali hanno molta esperienza in materia. Quando un governo di sinistra assume il comando le contraddizioni fioriscono e ben venuti sono gli elementi che fanno crescere un processo di cambiamento. Il governo di Evo ha compiuto confusioni e si è sbagliato su molte scelte, sulla maggior parte delle quali ha fatto marcia indietro. Tuttavia quando la destra più rancida cavalca leggittime rivendicazioni, i processi di cambiamento si confrontano con dei nodi difficili da sciogliere.

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca da:
Dentro del proceso de cambio todo, fuera…, pubblicato il 11-05-2012 su [http://venezuelanalysis.com/analysis/6977″>http://www.marcha.org.ar/1/index.php/elmundo/100-bolivia/1116-dentro-del-proceso-de-cambio-todo-fuera], ultimo accesso 13-05-2012.

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