Brasile-USA, è scontro frontale


Raul Zibechi*
La reazione della Casa Bianca che ha snobbato l’accordo di Teheran, pretendendo di andare avanti con la politica delle sanzioni, mostra la sua impotenza nel vedersi messa da parte sullo scenario globale. A farle ombra, anche in Medio Oriente, Brasilia24/05/2010

La reazione della Casa Bianca, per bocca del Segretario di Stato Hillary Clinton, che ha snobbato l’accordo di Teheran, pretendendo di andare avanti con la politica delle sanzioni, mostra l’impotenza degli Stati Uniti nel vedersi messi da parte sullo scenario globale. Della miriade di dichiarazioni rilasciate da lunedì (lunedì 17 maggio, giorno della firma ndt), vale la pena tirare le fila e mostrare la crescente polarizzazione fra Brasilia e Washington, che nella regione sudamericana si traduce in una inevitabile scalata che, quando sarà il momento, raggiungerà livelli allarmanti.

Mentre il presidente Luiz Inacio Lula da Silva ha dichiarato che l’importante "è poter stabilire una relazione di fiducia. Non è possibile fare politica senza avere relazioni di fiducia” (Folha de Sao Paulo, 17 maggio 2010), Clinton, in totale contrasto, ha sottolineato che l’accordo è "un tentativo di fermare l’azione del Consiglio di Sicurezza senza arrivare a prendere misure per arginare le preoccupazioni internazionali sul suo programma nucleare", (The Guardian, 17 maggio). Al centro dunque la sfiducia, esattamente il contrario di Lula.

Flynt Leverett, direttore del Progetto Iran della Fondazione Nuova America, ex responsabile per il Medio Oriente del Consiglio di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti ed ex analista della Cia, ha preso le distanze dalla Casa Bianca, affermando che "la segretaria Clinton è sotto pressione, perché è come se il governo Obama avesse perso il controllo della situazione e Brasile e Turchia fossero passati a tirare le redini della via diplomatica", (O Globo, 19 maggio). Ed è convinto che l’insistenza sulle sanzioni "si rivolterà contro il governo" di Obama, che "sta facendo un gioco abbastanza rischioso". Leverett va inoltre ancora più in là dicendo che un cambiamento di posizione degli Stati Uniti, che finora riflette la tesi che l’Iran deve abbandonare tutto l’arricchimento dell’uranio, è "disonesta" e "un segnale di disperazione".

E qui ci chiediamo, perché la disperazione del governo Obama? Da un lato, perché perde alleati come Turchia e Brasile in due zone strategiche per i suoi interessi. Dall’altro, perché non può negare la via diplomatica né apparire come il grande sconfitto dopo che per anni ha brandito il bastone contro l’Iran. È comunque probabile che il punto più duro da digerire sia che nell’ex cortile di casa sudamericano è nata una potenza che può persino far ombra alla Casa Bianca in Medio Oriente.

Un’autentica novità è che in Brasile la stampa tende a serrare le fila intorno al governo di Lula, senza nascondere che si è di fronte a uno scontro frontale con la Casa Bianca. Marco Aurelio García, assessore speciale per gli affari internazionali della Presidenza brasiliana, si è riferito al governo di Obama dicendo: "Sono feriti. Ovunque noi passavamo, gli Stati Uniti già erano passati prima per scoraggiare l’iniziativa" di arrivare a un accordo con l’Iran. Quindi ha aggiunto che se gli Stati Uniti optano per le sanzioni, "subiranno una sanzione morale e politica", (Zero Hora, 19 maggio).

La prudente diplomazia di Itamaraty non nasconde la sua indignazione verso l’attitudine Usa. Il ministero degli Esteri ha inviato mercoledì 19 una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite spiegando che l’accordo di Teheran contiene gli stessi termini che le potenze occidentali stanno esigendo da tempo, e chiede che non venga chiuso il cammino della negoziazione. Per questo, Amorim ha detto che "ignorare l’accordo è disprezzare la ricerca di una soluzione pacifica e negoziata", (O Estado de Sao Paulo, 19 maggio). Per il ministro degli esteri, che è stato l’uomo chiave dell’accordo, è "un passaporto per una soluzione negoziata e pacifica".

Ma il confronto tra Brasile e Stati Uniti ha il suo punto curciale nella regione sudamericana e passa dalla difesa dell’Amazzonia al petrolio trovato nel sud dell’Atlantico. Il budget militare brasiliano è stato incrementato del 45 percento dal 2004, senza contare gli accordi con la Francia per l’acquisto di cinque sottomarini, uno dei quali nucleari, che saranno fabbricati in Brasile, oltre che 50 elicotteri da combattimento. L’acquisto di 35 caccia di ultima generazione dalla francese Dassault, che è seguita al rifiuto dell’offerta della statunitense Boeing, e che sarà ufficializzata nelle prossime settimane, è l’altro punto di maggiore frizione con Washington.


Che tutti gli acquisti di armamenti includano il trasferimento di tecnologia, rivela, infine, che il Brasile ha deciso di creare un complesso militare-industriale autonomo, come garanzia della sua proiezione regionale e globale. Potremmo menzionare anche gli accordi militari con la Russia, che includono elicotteri d’attacco e sistemi di difesa antiaerea. E, comunque, il più significativo è il dispiegamento realizzato dall’esercito in Amazzonia per tener testa alle nuove basi statunitensi in Colombia. In questi giorni si sta producendo "la più grande modifica nello scacchiere militare mai realizzata da quando l’esercito ha assunto il potere in Brasile nel 1964", (Zero Hora, 18 aprile).

Gli effettivi dell’esercito in Amazzonia si duplicheranno: dai 25mila di oggi si arriverà fino ai 49mila in pochi anni. Stanno installando una base della forza aerea per l’operazione degli aerei da trasporto Hércules e le nuove brigate si convertiranno in moduli da combattimento indipendenti con circa 3mila effettivi ognuna, per adattarsi al combattimento nella selva. Infine, l’esercito di terra sta crescendo di quasi il 30 percento, con 59mila nuovi effettivi. Il Brasile, dunque, si prepara per uno scenario di confronto militare con gli Stati Uniti, il cui epicentro sarà l’Amazzonia. Lo scontro dei treni sarà inevitabile e spiega perché la Strategia nazionale della Difesa approvata nel 2008 si aggrappi alla necessità di "sviluppare e dominare la tecnologia nucleare".*Raul Zibechi è una analista internazionale uruguayano.

 


 Fonte: Question Digital 

 

Tradotto da Stella Spinelli 

 

tratto da PeaceReporter

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