Colombia: Il popolo colombiano non si arrende, cazzo!


Malely Linares Sánchez

In più di 26,3 milioni di colombiane e colombiani siamo andati a votare in questo secondo turno delle presidenziali, con una partecipazione di circa il 63,6 per cento, la più alta da decenni. E anche se il pre-conteggio non ha ancora un valore giuridico definitivo, i risultati ci mostrano la realtà di una tensione e una lotta politica innegabile. Il risultato si risolverà per meno dello 0,95 per cento di differenza, nonostante tutta la macchina politica ed economica transnazionale che ha promosso la figura di Abelardo de la Espriella come un Bukele o un Milei alla colombiana, nonostante l’allineamento dei gruppi politici tradizionali, la destra storicamente legata al paramilitarismo e i grandi mezzi di comunicazione tradizionali. Sebbene il contesto fosse molto avverso, il risultato rende chiaro che il progetto di sinistra popolare si è rafforzato a tal punto che Iván Cepeda ha ottenuto circa 12,7 milioni di voti nell’elezione più chiusa della recente storia del paese.

Stiamo parlando di un fatto storico, perché in Colombia una votazione di questa dimensione per una candidatura di sinistra pochi anni fa pareva impossibile. Nel 2006, Carlos Gaviria raggiunse i 2.613.157 di voti e il 22,02 al primo turno. Nel 2018, Gustavo Petro ne ottenne 8.040.449 e il 41,77 per cento. In un paese che per decenni è stato attraversato da violenza politica, persecuzioni e sterminio dell’opposizione, scomparse, sfollamento forzato, esilio e la rottura del tessuto comunitario, che più di dodici milioni e mezzo di persone abbiano riaffermato il sostegno ad una proposta politica che punta sulla pace, i diritti umani, la giustizia sociale e la democrazia territoriale significa una chiaro consolidamento come progetto politico e che rimarrà in un prossimo orizzonte. Questa ascesa, insisto, non è solo elettorale, ma fa parte di una accumulazione storica dei popoli e dei processi nei territori che nonostante la paura e l’esclusione hanno puntato sulla speranza.

Come abbiamo visto, questa speranza è stata latente lo scorso 21 giugno, ne siamo stati testimoni, attraverso le immagini di centinaia di persone che provenendo da territori remotissimi, centinaia di comunità si sono mobilitate come meglio potevano: a piedi, in canoa, in barca, su scialuppe e nelle chivas nei diversi territori del Chocó, del Nariño, del Valle del Cauca, della costa caraibica e della costa del Pacifico, dandoci lezioni di coerenza. Lì, nelle geografie dove si è vissuta la guerra, la povertà, l’abbandono statale e la violenza armata, milioni hanno votato per la vita. Loro, sanno meglio di chiunque altro che significa difendere la pace, l’autonomia territoriale e la dignità delle comunità.

Senza dubbio, questa è stata una campagna elettorale fatta in gran misura dalla gente, che l’ha sostenuta attraverso la sua bella creatività e la forza autoconvocata delle organizzazioni sociali, delle vittime, dei popoli indigeni, delle comunità afrodiscendenti, dei settori contadini, il grande impulso della gioventù, di artisti, delle diaspore e di migliaia di persone che hanno fatto politica in strada, nel quartiere e nelle frazioni. È stata una campagna elettorale che ha preso forza dal basso, da noi che difendiamo il fatto che la democrazia non si riduce alle urne, ma si costruisce anche nei legami, nella difesa del territorio e nella re-esistenza collettiva. E è su questo orizzonte che la presenza di Aida Quilcué, ha dato a questa formula una forza etica e simbolica enorme; quella della donna nasa, dirigente indigena e difensore della vita comunitaria che ci ricorda che in Colombia non ci sarà reale democrazia fino a quando si continuerà a governare senza i popoli.

Dall’altra parte c’è un progetto di estrema destra che ha fatto della mano dura, della militarizzazione, delle fumigazioni aere, dell’espansione degli idrocarburi e dell’allineamento a Washington il suo manuale di governo. Abelardo de la Espriella, rappresenta un’agenda di regressione autoritaria che cerca di smantellare il cammino aperto dalla pace e di far tornare la Colombia alla logica della guerra come una forma di amministrazione politica. Il suo discorso ha disegnato e costruito nemici interni che devono essere castigati, sconfitti o anche sbudellati, instaurando così la violenza come uno spettacolo e la crudeltà come parte del suo capitale elettorale. A questo si aggiunge il suo allineamento alle azioni di Israele e con un’idea di sicurezza basata sulla forza, l’occupazione e il castigo, fatto che ci mostra un progetto profondamente pericoloso per un paese che è stato attraversato da decenni di guerra. Una visione di paese che minaccia di chiudere i cammini della pace e della giustizia sociale.

Ma se qualcosa ci ha dimostrato questa elezione è che la Colombia non è una società passiva né compiacente. C’è resistenza, ci sono lotte territoriali, sono comunità e regioni intere quelle che non sono disposte a consegnare quello per cui si è lottato e si è ottenuto in materia di pace, verità, giustizia e organizzazione popolare.

Questa elezione si rivolge a noi anche come diaspora. Siamo più di 1,4 milioni di colombiane e colombiani autorizzati a votare dall’estero in 67 paesi e questo ci ricorda che non siamo spettatori estranei a quanto avviene in Colombia. Molte persone sono uscite dal paese per il lungo conflitto armato, le persecuzioni o la precarietà economica, ma in un grande numero di casi, come migranti, abbiamo mantenuto i legami familiari, affettivi, politici e comunitari con i nostri territori. Facciamo anche parte di questo paese politico, del paese ferito e del paese che continua a lottare.

Questa non è una sconfitta, al contrario, abbiamo un enorme compito che è sostenere la speranza, difendere la vita, la pace e i territori. Continueremo a lavorare come lo abbiamo fatto per decenni per quello che abbiamo ottenuto e per quello che ancora manca, continueremo a lavorare per la vita, per organizzare la rabbia dal basso e a sinistra, dove sta il cuore.

23 giugno 2026

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Malely Linares Sánchez, ¡El pueblo colombiano no se rinde, carajo!”, pubblicato il 23-06-2026 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/el-pueblo-colombiano-no-se-rinde-carajo/] ultimo accesso 24-06-2026.

, ,

  1. Nessun commento ancora.
(non verrà pubblicata)

I commenti sono stati disattivati.