Le lezioni che abbiamo appreso dal materialismo storico-dialettico ci ricordano che non dobbiamo allontanarci troppo dal lavoro quotidiano della lotta “a livello del suolo”, per evitare che il nostro argomento svanisca in astrazioni lontane dal materialismo. Deplorevolmente, oggigiorno questa lezione non si ricorda con frequenza. Un buon critico delle nostre esperienze e della nostre politiche di difesa dell’autonomia territoriale, intesa come esercizio intellettuale e scientifico, dovrebbe domandarsi perché i movimenti sociali, le comunità e i territori mostrano sfiducia verso lo stato e cercano, qui e là, più autonomia di fronte ad esso. Cosa ha provocato queste sfiduce? Che fenomeni storici colpiscono i popoli, portandoli a discutere i limiti della propria azione collettiva con maggiore autonomia?
Fin dall’inizio, dobbiamo rifiutare due argomenti semplicisti ed a buon prezzo nel mercato della critica. Il primo è che, se l’immagine tipica del rivoluzionario marxista tende a difendere la massimizzazione della presenza dello stato nelle nostre vite, e il neoliberalismo cerca di ridurre lo stato, allora coloro che parlano di autonomia di fronte alla stato sarebbero più vicini al neoliberalismo che al campo rivoluzionario. Questo argomento indolente non domanda da quale stato stiamo cercando di proteggerci dibattendo l’idea di territorio. Si tratta di uno stato che rispetta le sue stesse leggi o di uno che commette massacri in serie contro popoli razzializzati con le peggiori accuse possibili? Cerchiamo autonomia di fronte ad uno stato che ci protegge da agenti imperialisti e dall’influenza neoliberale, o di uno stato che impone culture straniere e subordina la socialità della nostra gente all’agenda del mercato? È ovvio che il dibattito sull’ampliamento dell’autonomia territoriale è alimentato anche dal fallimento delle rivoluzioni nazionaliste senza più respiro nel nostro continente. Non tutto il mondo è disposto a sacrificarsi per l’esplosione rivoluzionaria del primo avanguardista che ha cavalcato la propria strategia e ha aspettato che la storia accadesse. C’è molta gente che difende i propri territori di fronte allo stato capitalista.
Il secondo argomento è quello che crea una relazione diretta tra decolonialità e difesa delle autonomie territoriali. [Ai fini di questo testo, ignorerò l’insieme di imprecisioni tra studi subalterni, postcolonialità e lotta territoriale, che sarebbero irrilevanti se non fossero sollevate da riconosciuti intellettuali. Concentriamoci sulla lotta dei popoli]. Prendiamo il caso più classico di autonomia territoriale nel nostro continente: gli zapatisti. Forse abbiamo ascoltato dalle montagne del sud del Messico un sostegno a teorie decoloniali o critiche di loro? Solo intellettuali accreditati che possono permettersi questa ignoranza così asimmetrica -bersaglio di critiche degli studi subalterni- potrebbero credere che lo zapatismo avalli canoni intellettuali che, qui e là, hanno civettato con il pensiero neoliberale.
In un evento alla fine del 2025 nelle terre zapatiste, nel Semillero de Pirámides, Carlos Aguirre Rojas (UNAM) fece insieme ai comandanti zapatisti una critica molto obiettiva al pensiero decoloniale. Con la sicurezza che gli è abituale, disse: “Sono imposizioni dell’ideologia borghese”. Argomenta che l’idea di decolonialità identifica solo il nemico esterno, come se la relazione coloniale venisse da fuori, mentre la sottomissione politica avviene con nemici interni, così come con colonizzatori come -e a volte più perversi di- quelli esterni.
Qualcuno potrebbe obiettare che la critica è venuta da un intellettuale esterno allo zapatismo, cosa che sarebbe ingiusta con Rojas, dato che ha dedicato la sua vita al pensiero neozapatista, come preferisce chiamarlo. Sarebbe allora giusto ricordare la dichiarazione del Subcomandante Inusrgente Moisés:
“Noi, gli zapatisti. NON vogliamo tornare a quel passato, né soli, né molto meno per mano di coloro che vogliono seminare il rancore razziale e alimentare il proprio nazionalismo decadente con il presunto splendore dell’impero, quello azteca, che crebbe a spese dei propri simili, e che ci vogliono convincere che, con la caduta di quel impero, noi popoli originari di questa terra fummo sconfitti”.
Forse questo frammento non contiene una parte sensibile della critica al pensiero decoloniale e a quel ancestralismo che oggi è rilevante nelle librerie e nelle reti sociali? Moisés non fa riferimento al fatto che quella visione idealizzata dei passati indigeni serva ad una causa ingiusta nel presente, soprattutto nel contesto messicano?
Forse, allora, invece di insistere su questo tipo di argomento che non contribuisce a costruire possibili unità nelle nostre grandi lotte, né l’avanzata della lotta di classe, sarebbe meglio domandarci: quali sono le ragioni che ci portano a parlare tanto di autonomia territoriale? Abbiamo vissuto, all’inizio del XXI secolo, gli albori del progressismo che ha incorporato nei governi e nei partiti di centrosinistra una parte dei movimenti sociali in America Latina. Si valuta come positivo il risultato di questa esperienza? O questi governi hanno avuto dei limiti molto chiari e, soprattutto, nella lotta per la terra arretramenti considerevoli?
Come abbiamo scritto in Por tierra y territorio:
“Comprendiamo che ci sia stata una relazione non salutare tra molti movimenti, territori e lo stato. Quasi sempre, questa relazione è stata mediata da un partito e dai suoi interessi in accordo con gli interessi dei potenti. Allora, quando parliamo di autonomia, stiamo dicendo che è necessario diminuire le nostre richieste allo stato, ai politici e alle classi dominanti. Questo non significa allontanarci completamente dal dialogo con questo stato violento. La lotta reale, la vita reale, richiede che conversiamo con lo stato e con i politici, ma sempre ricordando che questo dialogo esiste con la lotta e lo scontro nei confronti dello stato. Bisogna riprendere la buona pratica di negoziare con il machete sul tavolo e con le falci in fondo”.
Stiamo parlando di uno stato patriarcale, razzista e neoliberale che ricatta i popoli e che continuamente non dà tregua ai loro territori. C’è sempre un progetto di sviluppo qui, un’estrazione di materie prime là, una linea di trasmissione per passare dall’altra parte. In questo, le comunità sono distrutte a causa delle migrazioni lavorative o studentesche, le loro terre sono prese e tutto questo sacrificio non serve a costruire una società migliore; al contrario, si converte in accumulazione di capitale nella maniera più vile possibile. Non stiamo parlando di treni ad alta velocità per la gente, né dell’installazione di una università popolare o di un ospedale pubblico; parliamo di incrementi produttivi per l’accumulazione di capitale sul saccheggio dei territori e dei loro popoli.
Il dibattito sull’autonomia territoriale aiuta a risolvere problemi concreti e quotidiani per coloro che sono a livello del suolo. Per esempio, ci sono comunità che cercano di costruire protocolli di consultazione preventiva, libera e informata, per difendersi da azioni dello stato e del capitale nei loro territori. Questa è una questione obiettiva: cercare la difesa dell’autonomia del territorio per decidere che cosa possa o non possa avvenire lì. Questo ignora l’esistenza dello stato? No, è riconoscere che esiste, è reale, e dobbiamo prepararci ai conflitti, perché probabilmente non ci difenderà senza combattere.
Ci sono molti altri esempi: quilombi e terre indigene perdono ettari per linee di collegamento o strade non richieste; gli impianti eolici generano energia, ma i popoli non ne possono beneficiare e devono anche pagare i loro conti e sopportare i danni. Questi progetti servono ai popoli o alla richiesta di energia e logistica del capitale? Senza autonomia territoriale, queste comunità sarebbero più o meno sicure per sopravvivere nelle proprie terre?
Chi pensa che solo le rivoluzioni nazionali siano rilevanti può non percepire l’importanza che i popoli vivano nei propri territori né la rilevanza della lotta territoriale nella lotta di classe. Ma se gli intellettuali non lo percepiscono, le élite proprietarie sì: ogni palmo di terra difesa dagli abitanti dei quilombi, dagli indigeni, dagli estrattivisti, genera meno terra disponibile per il mercato capitalista. La lotta territoriale ha un impatto diretto nella riproduzione del capitale.
Uno degli argomenti più interessanti dei latifondisti contro la lotta per la terra è che genera “insicurezza giuridica” sulla proprietà dei mezzi di produzione. Questo è oggettivatile: ogni terra recuperata mette in discussione i titoli fraudolenti e il non rispetto della funzione sociale. Questa “insicurezza giuridica” è anche una contestazione ideologica del valore della proprietà privata, così centrale per le nostre lotte. Indubbiamente, questo è lotta di classe molto più concreta dell’eleggere un deputato di sinistra o creare un canale progressista nelle reti sociali.
L’idea che l’autonomia territoriale non possa affrontare l’imperialismo riflette una sintomatica inversione storica. Il Brasile dal 1964 al 1985 aveva uno stato nazionale con imprese statali, presenza militare e nazionalismo tipico delle dittature latinoamericane. Tutto questo non fu utilizzato per mantenere l’intervento statunitense? Nel XIX secolo l’impero brasiliano non fu allineato agli interessi britannici? D’altra parte, i territori organizzati dai popoli senza presenza statale sono riusciti a mantenere forme di vita non capitaliste. La presenza culturale coloniale è più forte dove c’è più circolazione di merci e presenza dello stato. Ricordiamo: Palmares resistette più dell’URSS, lottando contro potenze mondiali. Riconoscere l’importanza dello stato non dovrebbe annullare la capacità dei territori in lotta di affrontare l’imperialismo.
Alla fine, voglio sottolineare un’altra ragione per parlare di autonomia territoriale: un territorio permette la riproduzione di altri modi di vita, anche non capitalisti. La Tenondè Porã (terra indigena guaraní a San Paolo) permette l’esistenza del modo di vita guaraní, distinto dal capitalista-metropolitano. Il Quilombo dos Machado a Porto Alegre permette l’esistenza del modo di vita quilombista, cruciale nella crisi delle inondazioni della città. La RESEX di Canavieiras (BA) permette la vita di pescatori e abitanti rivieraschi, che difendono il litorale anche durante la crisi del petrolio nel nordest.
Questi modi di vita creano nuove socialità, teorie politiche e forme di lotta contro il capitalismo. Chi sa vivere in comune è chi vive in comunità, non chi teorizza da lontano. Questi modi di vita conservano oggi le condizioni di vita del pianeta: i territori sono i più preservati, con meno impatti sui biomi. Come difendo con Neto Onirê Sankara: un territorio che conserva le condizioni di vita è un lavoratore che produce tempo nella storia umana, e ci dà la storica opportunità di sconfiggere il capitale. Di fronte alla crisi climatica, ogni palmo di terra difesa dall’autonomia territoriale conserva più biodiversità che se stesse nelle mani del capitale. Questa lotta dovrebbe essere considerata tanto essenziale come il cibo che mangi, l’aria che respiri e l’acqua che bevi, dato che in ultima istanza, questa lotta è quella che ti dà tutto.
Riferimenti:
https://teiadospovos.org/sexta-parte-uma-montanha-em-alto-mar/https://www.aatr.org.br/post/quilombo-graciosa-finaliza-protocolo-de-consulta-prévia-livre-e-informada
fonte: Teia Dos Povos
2 febbraio 2026
Desinformémonos
| Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: |
| Erahsto Felício, “Cuando hablamos de autonomía territorial”, pubblicato il 02-02-2026 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/cuando-hablamos-de-autonomia-territorial/] ultimo accesso 09-02-2026. |







