Cuba: “Nonostante che il nostro armamento fosse inferiore, non abbiamo smesso di combattere”


Ignacio Ramonet

Yohandris Varona Torres era da due mesi e sei giorni membro della Sicurezza Personale in Venezuela quando è avvenuto l’attacco, l’esperienza più intensa in 23 anni di servizio militare, proprio alla sua prima missione internazionalista.

Ma quel sabato 3 gennaio è diventato fatidico. Alle 12.00 della notte è arrivato alla sua postazione, gli toccavano sei ore di guardia. E anche se tutto sembrava tranquillo Yohandri sapeva che il maggior pericolo stava nel fidarsi troppo. Per questo faceva la sua guardia con uno zelo al limite dell’eccesso.

Erano circa le due del mattino quando ha visto il primo degli elicotteri del gruppo dei commando statunitensi che quella mattina sarebbe sbarcato a Caracas per sequestrare il presidente Nicolás Maduro.

Ha appena avuto il tempo di uscire dalla postazione dove faceva il servizio di guardia per ripararsi ad alcuni metri di distanza e cominciare a sparare. A questa decisione o alla sorte, deve la vita. Come se fossero guidati da un piano dall’esattezza millimetrica gli attaccanti hanno diretto il fuoco contro il gabbiotto che solo pochi secondi prima aveva occupato.

Dice Yohandri: “Avevano una maggiore potenza di fuoco rispetto a noi che contavamo solo su armamento leggero. Un’altra cosa a loro favore è che sembravano sapere dove stava tutto. Così hanno colpito le postazioni e i dormitori dove stavamo noi cubani e sono riusciti ad uccidere, tra i primi, i capi”.

Circa 23 anni di esperienza nella Direzione della Sicurezza Personale ha questo primo sottufficiale, e mai aveva vissuto nulla di simile. Ma nell’addestramento gli avevano insegnato bene e quell’alba ha svuotato un caricatore dopo l’altro sparando contro i nemici.

“Dovevo sparare e sparare. Difendere ed uccidere”, ha sentenziato. “Lì ci siamo battuti contro gli aerei che stavano mitragliandoci. Nonostante che il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, ci siamo scontrati. Ho una mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero è stato di dare battaglia. Dovevo sparare e ho incominciato a farlo”.

“Nonostante il loro vantaggio di fuoco”, ha aggiunto, “sono sicuro che abbiano avuto delle perdite. Più di quelle che loro riconoscono. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare fino a quando quasi tutti siamo caduti, morti o feriti”.

Non è stato un combattimento rapido, né facile, come all’inizio hanno tentato di far credere Trump e i suoi seguaci. Con il passar dei giorni è stato confermato che solo la morte e la mancanza di munizioni è riuscita a spegnere la resistenza dei cubani.

Yohandry ricorda tutto con terribile lucidità. I suoi occhi sembrano ripassare una ad una le immagini. Piange. Piange di rabbia.

Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, in cui i sopravvissuti del gruppo hanno dovuto trasportare i corpi dei loro compatrioti caduti.

“Li abbiamo caricati e li abbiamo portati verso un edificio, che aveva subito dei danni ma che ci permetteva di dargli riparo. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con i quali abbiamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non abbiamo abbandonato nessuno”.

“Quando cominciano a cadere le bombe l’unica cosa a cui si pensa è a combattere. Stavamo lì per questo ed è quello che abbiamo fatto. Mi rimane solo il dolore per non aver potuto fermarli. E per questo dolore”, dice mentre si batte il petto, “devo vendicarmi con il nemico”.

*Foto: Yohandris Varona Torres, combattente cubano a Caracas, Venezuela, 3/1/2026

Fonte: Mundo Obrero https://www.workers.org/2026/01/90349/

26/01/2026

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Ignacio Ramonet, A pesar de que nuestro armamento era más pequeño, no dejamos de pelear”, pubblicato il 26-01-2026 in Rebelión, su [https://rebelion.org/a-pesar-de-que-nuestro-armamento-era-mas-pequeno-no-dejamos-de-pelear/] ultimo accesso 30-01-2026.

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