Venezuela: Il neoliberalismo estremo di Maduro e i miti della “ripresa economica”


Milton D’León

“Il miracolo venezuelano”, così alcuni economisti di altre latitudini sono giunti a chiamare quello che avviene nel paese, in allusione al fatto che il Venezuela starebbe uscendo o sia uscito dalla catastrofe economica.

“Il Venezuela che si è sistemato” è la versione creola di questa cantilena del Governo, come parte della sua strategia comunicativa, mostrando le bolle economiche in certe aree dell’economia, soprattutto nel commercio e nel settore servizi, spinta da tutta la politica aperturista e neoliberale estrema di Maduro, dollarizzazione, riduzione salariale e aggiustamenti su tutta la linea, tra gli altri fattori economici e politici.

Dal profondo pozzo in cui è caduto il paese, a livelli mai visti nella sua storia, impresari e grossi settori del capitalismo hanno cominciato ad emergere grazie alle peggiori politiche neoliberali che siano state applicate nel capitalismo depredatore, ma in fondo sono rimasti milioni e milioni delle grandi maggioranze lavorative e popolari affondate nella più grande delle miserie. Come abbiamo recensito in altri articoli, dal 2014 il paese ha perso circa l’80% del suo Prodotto Interno Lordo, ha vissuto un ciclo iperinflazionistico di 48 mesi continui, uno dei più lunghi della storia, ha polverizzato il potere d’acquisto dei lavoratori, ha svalutato la moneta nazionale, fino ad aprire dal 2018 il passo ad una dollarizzazione di fatto.

L’economia del Venezuela quest’anno crescerà il doppio di quanto sperato alcuni mesi fa, ha recentemente pronosticato la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), indicando che il Prodotto Interno Lordo sarà quello con la maggior ripresa della regione, con un 10% stimato di crescita. Da parte sua, il presidente della Banca Centrale del Venezuela (BCV), Calixto Ortega, ha recentemente annunciato che durante l’ultimo anno l’economia del paese è cresciuta a due cifre. Così ha descritto che l’attività economica è cresciuta del 14,65% e del 19,07% nel terzo trimestre del 2021, rispettivamente, mentre il miglioramento nei primi tre mesi del 2022 è stato del 17,04 % e tra aprile e giugno è stato, secondo le stime, del 18,7 %. “Abbiamo sufficienti ragioni per essere ottimisti per quel che rimane del anno 2022 e il prossimo anno”, ha detto Ortega, in una iniziativa con impresari che è stata presidiata da Maduro.

Per la flessibilizzazione, inoltre, di alcune sanzioni imperialiste durante un processo di negoziazione politica che è in cammino dall’anno passato e le informazioni ufficiose sulla progressiva rimozione di queste restrizioni all’industria petrolifera. È pubblico che Biden ha realizzato degli avvicinamenti per la flessibilizzazione di queste sanzioni in un momento in cui i prezzi vanno alle stelle per la guerra in Ucraina. Le entrate petrolifere, inoltre, si sono riprese dopo la pandemia per un aumento della produzione di greggio, mentre il prezzo sale dopo la guerra in Ucraina. Anche se recentemente la produzione e il prezzo hanno avuto una lieve discesa.

Il segreto del “miracolo venezuelano”

Gli applicatori della “nuova economia”, il neoliberalismo portato agli estremi, che possiamo riassumere con l’implementazione di misure come la soppressione di imposte e dazi per le importazioni, che ha reso possibile la nascita dei famosi grandi magazzini (negozi con scaffali pieni di prodotti importati che solo la popolazione con accesso alle divise straniere può consumare), ma non solo per gli importatori, ma anche esonero di imposte per i grossi settori economici e transnazionali. Dalle “regole e controlli” si è passati ad un sistema deregolato quasi al 100%, passando al trasferimento di attivi (privatizzazioni furtive) nel più grande dei segreti coperti dalla Legge Antiblocco, fatto che ha facilitato cambiamenti nella struttura azionaria delle imprese miste di idrocarburi, passando anche a livelli di “soci” maggioritari o padroni diretti, contravvenendo  alla stessa Legge Organica degli Idrocarburi, all’interno del quadro delle privatizzazioni nel settore petrolifero.

Aggiunta a questo c’è l’installazione delle zone economiche speciali, territori interi completamente deregolamentati e senza essere sottoposti a nessun tipo di legge oltre a quella di estrarre profitti, così come la vigenza di nuove leggi per gli investimenti stranieri. Contemporaneamente c’è stata la parziale dollarizzazione dell’economia del paese, dove dai grandi capitalisti fino ai settori medi con potere d’acquisto, si sono precipitati sulla moneta statunitense, attraverso diversi meccanismi legali, paralleli e perfino illegali, una dollarizzazione che include i prezzi della benzina e certi servizi pubblici.

In mezzo a tutto questo, una mano d’opera delle più economiche al mondo, ma di più, con un’inedita distruzione salariale, che già nel 2018 giunse ad un salario minimo di meno di 5 dollari al mese, e che dopo miseri rialzi stanno venendo contenuti regolarmente, salari che in tutta la catastrofe e durante questa ostentata “ripresa” non hanno superato quello di pochi dollari mensili (30$ mensili nel suo “miglior momento” il salario minimo, lo scorso marzo, stando già di nuovo al di sotto dei 20$ mensili). A seguito della più drastica controriforma del lavoro e delle pensioni che ci sia stata nel paese (e forse in America Latina), quando di colpo e mediante decreti è stata sospesa la validità dei contratti collettivi (Memorandum 2792, tabelle salariali e istruzioni della ONAPRE) e le pensioni e prestazioni sociali sono state ridotte a zero.

Tutto questo inquadrato in quello che chiamano “la riduzione della spesa pubblica”, che è entrata in un lungo processo di contenimento, ma centrato fondamentalmente su una brutale costrizione a spese della remunerazione dei lavoratori. Il governo ha coscientemente lasciato che l’iperinflazione “aiutasse” a ridurre parte del “debito pubblico” per inerzia senza necessità di annunciare tagli dei salari, ma permettendo che la frusta iperinflazionista li polverizzasse senza nessuna misura d’emergenza per fronteggiarla, nello stesso momento in cui la perdita di valore del bolívar attraverso le incessanti svalutazione faceva buona parte del lavoro. Era tutta una politica criminale, dato che non solo l’iperinflazione è andata erodendo le entrate delle classi lavoratrici, ma da parte del Governo venivano applicati i piani di contenimento e di abbattimento salariale mentre venivano sviluppate politiche economiche che favorivano i profitti dei settori imprenditoriali.

Il regime monetario è passato a fissarsi sulla dollarizzazione parziale dell’economia o quello che gli economisti chiamano il bimonetarismo, utilizzando il dollaro come mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore in ambiti sempre più ampi dell’economia, fatto che ha implicato una gigantesca svalutazione come mai vista prima. Per alcuni riconosciuti economisti venezuelani di taglio liberale, come Giorgio Cunto, della società Ecoanalítica, “il Venezuela si è trasformato in un paese bimonetario, nel quale si risparmia, si contratta e si pensa in dollari”. Da parte sua l’economista Leonardo Vera sostiene che “il Venezuela ora è un paese bimonetario di fatto e, secondo la mia opinione, la parziale dollarizzazione è praticamente irreversibile…”. Le immense svalutazioni e questa dollarizzazione hanno implicato immensi colpi sulla classe lavoratrice, mazzate che già stavano cadendo da prima della stessa dollarizzazione.

Questa situazione di dollarizzazione è andata creando due circuiti economici separati dentro il paese, da un lato, un settore benestante in generale, che va dalle classi medie agiate in su, gruppi economici, impresari, commercianti e speculatori di ogni tipo in cui entra, certamente, l’alta burocrazia statale e i militari che gestiscono grandi imprese dello stato, con accesso al dollaro come moneta d’uso corrente e dove ci sono capitalisti che ottengono i propri profitti in detta moneta ma pagano i salari in bolívar. Dall’altra parte stanno le grandi maggioranze lavoratrici e popolari, le classi medie basse, che hanno visto cadere in modo strepitoso le proprie condizioni, che non hanno accesso alla divisa statunitense, lo hanno in una misura totalmente marginale: nel loro mondo sempre più misero e poverissimo, con entrate in bolívar, cercando di sopravvivere, dipendendo da alcuni beni di consumo popolare a prezzi sussidiati e razionati, o accedendo ad alcuni dollari ai margini nelle bancarelle di strada nella chincaglieria o nell’attività commerciale indipendente.

È per questo che i grandi settori imprenditoriali appoggiano le politiche economiche di Maduro, in funzione dell’incremento dei loro profitti. Recenti statistiche rendono conto di come le entrate e i profitti di appena un 10% dei più ricci cresce vertiginosamente con “un tasso di crescita del 91%”, percentuale in volo geometrico, mentre il 10% dei più poveri “è sceso dell’ 11%”, in altre parole, continuano ad andare più in fondo. Così abbiamo che lontano dai ricchi, il Venezuela reale e profondo, che costituisce la maggioranza della popolazione lavoratrice, rimane sprofondato nella miseria. La classe capitalista dopo la sua ripresa, ciò che procura è che riinizi un’altra volta il circolo vizioso del capitalismo che produce ampie ricchezze per pochi, al prezzo di affondare sempre più nella miseria, degrado e precarietà le ampie maggioranza della classe lavoratrice e il popolo oppresso.

Così sulle colpite spalle della classe lavoratrice è ricaduto il peso del programma economico governativo, nello stesso momento in cui si stanno consolidando vecchie e nuove élite economiche, in cui entrano con forza le transnazionali. Questo è il segreto del “miracolo venezuelano” o del “Venezuela che si riprende”, della severa mano di Maduro, che non ha smesso di accompagnare tutte queste politiche con un forte autoritarismo, reprimendo la classe lavoratrice e imponendo leggi che criminalizzano le lotte operaie e popolari, mettendo i lavoratori in carcere per il semplice fatto di protestare o denunciare la rampante corruzione nelle imprese statali e nell’amministrazione pubblica.

Anche se lo abbiamo sviluppato in altri articoli, è fondamentale rilevare che tanto il Governo come grossi fattori di potere operano per portare avanti brutali cambiamenti nel paese, anche di carattere strutturale, dove si va avanti a mettere la nazione venezuelana in maggiore relazione di dipendenza e vulnerabilità con il mondo economico e finanziario mondiale. In modo “silenzioso”, per usare un’espressione di Maduro, sono state prese decisioni economiche e politiche di grandi conseguenze per la nazione, dove non solo si tratta di un approfondimento dei severi aggiustamenti contro le ampie maggioranze della popolazione lavoratrice, che sono state accompagnate dalle forze di potere economico imprenditoriali e capitaliste di ogni lignaggio, ma che implicano grandi cambiamenti che possono portare ad una maggiore semicolonialità del paese, come si può leggere qui e in questo insieme di articoli sviluppati dal sociologo e dirigente della LTS Ángel Arias.

Per dimostrazione una gemma: la severa svalutazione di agosto

La severa svalutazione avvenuta nel mese di agosto di quasi il 25% in appena tre giorni è tutta una dimostrazione di come il governo “corregge” o “aggiusta” i suoi conti quando lo considera necessario senza la minima severità per le conseguenze per i grandi settori salariati o le entrate delle maggioranze popolari. In modo quasi veloce la quotazione ufficiale è passata da 6,28 bolívar per dollaro martedì 23 agosto a 7,83 bolívar per dollaro giovedì 25 agosto. Il cambio è stato più forte nel mercato parallelo, dove nelle medesime date si è passati da 7,04 bolívar per dollaro a 9,33. Come dire, quasi il 33%, anche se dopo si è ubicato un po’ più in basso. Fatto che ha comportato che in appena tre giorni le già misere entrate hanno subito l’aspra perdita di più del 25% dato che ha proceduto non solo al deprezzamento, ma allo stesso tempo all’automatico aumento dei principali prodotti essenziali essendo stati rieticchettati.

Molti economisti concordano che è stata una mossa cosciente della Banca Centrale del Venezuela a provocare questa svalutazione, e non frutto del fatto che “esplodesse lo schema” al governo, nella sua politica di abbattimento della spesa pubblica esclusivamente attraverso le entrate dei lavoratori, dato che con una mano gli ha concesso (con il pagamento dei buoni vacanza e di svago), che in verità è stato un frutto strappato dalle proteste generalizzate in tutto il paese soprattutto del settore educativo, e li ha tolti attraverso un’altra via, la svalutazione per mantenere la sua politica di aggiustamento fiscale.

Come si sa, per mantenere il prezzo del dollaro il governo inietta nella banca certe quantità di milioni di dollari, che per alcuni giungono a sfiorare i 400 milioni di dollari al mese. Ma durante i primi giorni del mese di agosto c’è stato un dosaggio nella vendita di dollari: “Questa settimana la BCV ha sorpreso con un cambiamento della propria politica antinflazionistica, effettuando una vendita esigua, quando la situazione meritava una vendita di 200 milioni di dollari”, secondo la società Síntesis Financiera. Una volta fatto il colpaccio della svalutazione, il governo torna a iniettare 200 milioni di dollari, come dire, mettendo a nudo che la settimana precedente non c’era mancanza di divise. Ma mossa governativa o no, il fatto concreto è che, con la politica (bi)monetaria, quelli che pagano le conseguenze della politica economica sono le masse che lavorano e per nulla gli impresari, che non si sono sentiti costretti. E nei prossimi mesi si attendono altri aggiustamenti, per cui fanno pressione che il dollaro debba collocarsi tra i 12 e i 15 bolívar per dollaro.

Loro o noi!: è necesaria un’uscita di un’altra classe

Se vediamo la variazione semestrale del tipo di cambio nominale rispetto al dollaro, secondo i dati della Cepal, vediamo che nel primo trimestre del 2020 fu del 325%, nel secondo semestre di quel anno fu del 458,7%, per il 2021 nel primo trimestre fu del 190,9% e per il secondo semestre fu del 42,7, per il primo semestre del 2022, il 20,4%, e questa nuova svalutazione del 25% nel cambio ufficiale in appena tre giorni, quando ancora manca un quadrimestre per chiudere l’anno. La dollarizzazione mette a nudo la condizione subordinata e dipendente in cui si inquadra il programma di Maduro, come abbiamo scritto più in alto.

Siamo di fronte ad una svolta decisa del governo nell’applicare un aggiustamento economico che cerca di “stabilizzare” l’economia prostrando il paese e, soprattutto, la classe lavoratrice e il popolo povero, di fronte agli interessi del capitale transnazionale e nazionale. È certo che bisogna mettere fine a tutto questo processo inflativo e a tutto il danno economico, ma non sulle spalle dei lavoratori e dei settori popolari, che non hanno arte né parte in questo disastro, nemmeno consegnando ancor più il paese al capitale transnazionale. Che siano i capitalisti e la burocrazia statale corrotta quelli che devono pagare per tutto questo disastro economico! Loro lo hanno creato, loro devono pagare! La classe lavoratrice e il popolo povero devono dire chiaramente, ci rifiutiamo di continuare a pagare la loro crisi!

La classe capitalista e i suoi politici (sia al governo o all’opposizione) vogliono “far riprendere” la loro economia attaccando come sempre i nostri interessi e condizioni di vita, sono feroci e inclementi nell’imporre il proprio interesse di “redditività” e profitto al di sopra di tutte le altre necessità delle famiglie operaie e popolari. Noi lavoratori dobbiamo opporre un piano economico d’emergenza con nostre proprie soluzioni, sulle quali mobilitarci e metterci in piedi con i nostri metodi di lotta per far pesare in questa situazione i nostri interessi.

È necessaria una uscita di un’altra classe, che la classe operaia guidando l’insieme del popolo oppresso imponga altre condizioni per cambiare la società dalla base mediante la socializzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione dello sviluppo. L’unica soluzione graduale è con un programma socialista della classe lavoratrice, l’unico programma che può affrontare il ritardo e la dipendenza.

Scala mobile dei salari. Salario uguale al paniere base familiare indicizzato periodicamente all’inflazione. Questa richiesta che comincia ad estendersi nelle attuali lotte della classe operaia, è una richiesta elementare per difendere il salario reale, il livello di vita delle famiglie lavoratrici. Nessuna percentuale o importo che non parta da questi precetti può soddisfare le nostre necessità su questo terreno.

Si dice che il governo non stia pagando il debito estero, ma è completamente falso, è pubblico che si stanno scambiando buoni del debito con attivi del paese (svendendo “le gioie della nonna”), oltre a consegnare la produzione petrolifera come forma di pagamento. Per questo bisogna continuare a dire Nessun pagamento del debito estero! Il paese ha destinato miliardi di dollari al capitale usuraio internazionale, un modo di dissanguamento del paese, mentre milioni subiscono la mancanza di alimenti, medicine e salari miseri, mentre l’industria petrolifera nazionale e le imprese pubbliche hanno necessità di grandi investimenti. Le necessità del paese e del popolo devono essere in cima agli interessi di un pugno di usuriai che vivono nell’opulenza a spese delle necessità di milioni di persone e di nazioni intere! Questi dollari devono andare per le necessità operaie e popolari, per la ripresa delle imprese statali e della PDVSA messa sotto amministrazione dei lavoratori, non della burocrazia statale corrotta, anti-operaia e incapace, nelle cui mani queste risorse si perderebbero nuovamente.

Rimpatrio obbligatorio dei capitali! In uno dei periodi storici di maggiori entrate della rendita petrolifera, una volta di più la borghesia nazionale la fatta fuggire, ha derubato il paese, in convivenza con i governi di Chávez e Maduro, un banchetto nel quale hanno mangiato banchieri e impresari di tutte le fazioni, così come alti gerarchi dello stato trasformati in nuovi capitalisti. Queste risorse devono tornare al loro legittimo proprietario, il popolo venezuelano. Il governo non ha nessuna politica per rimpatriare questo, solo la totale impunità ed esenzione delle imposte per coloro che vogliono portare qualcosa da investire nel paese. Gli si deve ingiungere di riportarlo tutto, pena la confisca dei beni e delle proprietà nel paese, e finire in carcere. È un crimine di dimensioni storiche quello che hanno fatto, ferendo gravemente il paese. Tutte queste risorse devono essere controllate da organismi formati democraticamente dai lavoratori e dalle comunità del paese, non da questa burocrazia civile-militare che fa parte del medesimo problema.

Monopolio del commercio estero sotto stretto controllo operaio e popolare. La borghesia nazionale esporta poco e nulla, nonostante ciò, le divise captate dallo stato sono storicamente trasferite alla borghesia affinché importi, lontano dagli interessi genuini del paese, del popolo lavoratore e dei consumatori. Nessun altro dollaro per la borghesia né per la corruzione! Il commercio estero deve essere totalmente statale e sotto stretto controllo imposto dai lavoratori e dal popolo, non nelle mani della burocrazia statale guasta, corrotta e autoritaria.

Nazionalizzazione di tutta la banca e istituzione di una banca statale unica, sotto controllo di lavoratori, piccoli produttori e risparmiatori. Il capitale finanziario ha nelle sue mani il potere di permettere o bloccare lo sviluppo dell’economia, allo stesso tempo è il settore più parassitario del sistema capitalista, vive e succhia dalle disgrazie altrui o di tutto un paese. Nessun progetto di vero sviluppo delle forze produttive nazionali nell’industria o nel campo è attuabile se tutte le risorse finanziarie non sono messe al servizio di questo obiettivo. Per questo è necessario unificare tutto in una banca statale, sotto controllo delle organizzazioni dei lavoratori, dei piccoli produttori e risparmiatori.

È necessario imporre queste misure come la pedata iniziale per cambiare alla radice le basi della società, mettere fine alla subordinazione di tutta la produzione sociale alle grette mire di guadagno e che sia la classe lavoratrice, in alleanza con il popolo povero, quella che determini che e come si produce. Solo con la più ampia e combattiva mobilitazione dei lavoratori e dei settori popolari, totalmente indipendente dal governo, dagli impresari e l’opposizione proimprenditoriale e proimperialista, si possono imporre simili misure. È importante fare questa lotta con la prospettiva strategica di lottare per un proprio governo dei lavoratori e del popolo povero, l’unico che potrebbe garantire di portare fino alla fine le misure anticapitaliste necessarie affinché le calamità non continuino a ricadere sul popolo mentre la classe dominante e i ricchi salvano i propri affari e ricchezze.

21 settembre 2022

desde abajo

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Milton D’LeónEl neoliberalismo extremo de Maduro y los mitos sobre la recuperación económicapubblicato il 21-09-2022 in desde abajosu [https://www.desdeabajo.info/mundo/item/46317-el-neoliberalismo-extremo-de-maduro-y-los-mitos-sobre-la-recuperacion-economica.html] ultimo accesso 03-10-2022.

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