Dalla lotta territoriale alla lotta per la libertà


Edgars Martínez Navarrete

Dalla lotta territoriale alla lotta per la libertà. La prigione politica Mapuche come meccanismo controinsurrezionale [1].

Contro la violenza dello stato cileno, la repressione poliziesca e l’assedio dei latifondisti e delle multinazionali, i prigionieri politici Mapuche utilizzano lo sciopero della fame solido e liquido come strumento di resistenza nei loro stessi corpi. Trattati come “terroristi” e segnalati come il “nemico interno” dai media del potere economico, gli scioperanti consegnano il proprio newen (forza) per cercare la libertà del proprio popolo.

Io ho sognato che sognavo:

che fummo sottomessi

e ci governavano i tiranni.

Mi metto in sciopero della fame

per risvegliare la rabbia,

liberare il volo

e annichilire il sogno.

Juan Jerónimo Lemus, Cherán, Messico

Al momento di scrivere queste righe, i prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame vivono ore cruciali. I comuneri nel carcere di Lebu sono da 50 giorni senza mangiare e quelli di Angol arrivano a 113 giorni, ma dal 24 agosto hanno iniziato il digiuno secco, forse la misura di pressione più estrema che un essere umano possa prendere rinchiuso in una prigione. Sebbene i prigionieri di Temuco non si siano ancora sottoposti a questa iniziativa, loro sono già da 42 giorni in sciopero della fame. È stato grazie a questa misura e alle diverse mobilitazioni intorno al mondo, che il machi Celestino Córdova ha potuto piegare la mano ai potenti e ha fissato certi accordi minimi, in cambio della fine del suo sciopero.

Nonostante ciò, in tutto questo tempo il governo del Cile ha dato scarsi segnali per districare il conflitto con il resto degli scioperanti, questione irrisoria perché la richiesta di questi, che fondamentalmente cerca di regolamentare la prigione legata a cause indigene sotto criteri della legislazione internazionale, si trova inscritta nel Trattato 169 dell’OIL adottato dal Cile più di un decennio fa.

Per comprendere questa situazione è necessario spiegare le ragioni di fondo che hanno motivato la carcerazione politica di alcuni comuneri. All’alba del 29 gennaio, più di un centinaio di effettivi della polizia perquisì violentemente cinque abitazioni nella Valle de Elicura, territorio lavkenche del Wallmapu. Tra bastonate, divincolamenti e ferite alle loro famiglie, si portarono via come detenuti Matías Leviqueo, Eliseo Raiman, Guillermo Camus, Esteban Huichacura, Carlos Huichacura e Manuel Huichacura. Quello stesso pomeriggio, tutti gli imputati rimasero in prigione preventiva per la presunta partecipazione nella morte di un abitante della zona.

Nell’udienza di formalizzazione si è potuto constatare che le uniche prove contro di loro erano delle dichiarazioni fornite da testimoni protetti. Oltre ad essere contraddittori tra di loro, i presunti testimoni no sono riusciti a stabilire un legame tra gli imputati e il delitto. Ignorando questi vuoti giuridici, i peñi della Valle de Elikura furono trasferiti nel carcere di Cebu, nella provincia di Arauco, dove attualmente stanno effettuando il loro sciopero della fame.

Il weichan, la costruzione del nemico interno e la controinsurrezione

Durante il decennio del ’90, l’emergere del movimento mapuche, in generale, e la sua linea autonomista, in particolare, hanno per la prima volta messo in crisi il carattere monoculturale che lo Stato-Nazione cileno ha riprodotto lungo la sua storia moderna. Il prolungato tempo di cilenizzazione creola, imposta a sangue, fuoco e legge, e cristallizzata con la frase di Augusto Pinochet “non esistono più mapuche, perché siamo tutti cileni” è stata decisamente messa in discussione da un popolo disposto a trasformare la propria realtà. Le false promesse culturali del governo non hanno potuto contenere l’autodeterminazione mapuche alla svolta del secolo.

I recuperi territoriali hanno preso forza, sono proliferate le organizzazioni politiche e il weichan (guerra, lotta), tradizione storica dell’antagonismo mapuche, si è trasformato nella prassi dei settori che hanno cominciato a diffidare delle istituzioni neoliberali. La zona lavkenche ha offerto rifugio alle prime manifestazioni di insubordinazione collettiva di questo periodo: ha dato i natali al Coordinamento Arauco Malleco (CAM) e, con questo, a tutta l’eredità di ribellione che si è ramificata fino ad oggi. I processi di rivendicazione territoriale nella Valle de Elikura, per esempio, sono frutto di tutta una generazione lavkenche cresciuta e formata in questo ciclo di insurrezione.

In questo contesto, venendo minacciati i loro interessi in piena ascesa del “miracolo cileno”, le classi dominanti hanno riadattato le proprie strutture di potere per far fronte alla rinascita di un nuovo “nemico interno”. Il Mapuche in lotta è passato ad occupare il luogo prediletto del terrorista razziale. La criminalizzazione è sembrata essere la via più efficace per far fronte a questa minaccia “innovatrice”. Così, si inaugura quello che potremmo caratterizzare come un nuovo ciclo di “Conflitto a Bassa Intensità”, come dire, uno scenario di controinsurrezione basato su meccanismi passivi e coercitivi di sottomissione, cooptazione, sfruttamento e persecuzione dei nemici del modello.

Un conflitto a bassa intensità che nasconde un attacco controinsurrezionale e neocoloniale sul popolo Mapuche in weichan e che si sviluppa su tre livelli interconnessi. In primo luogo, attraverso un ampio macchinario creato dai settori al potere per mettere alle strette la resistenza, rendendo possibile l’accumulazione per privazione di possesso e la riproduzione ampliata del capitale. A livello continentale questo si concretizza nell’Iniziativa per la Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA) e il Trattato Transpacifico (TPP-11), tra le altre. E a livello nazionale, nel Piano Araucanía, nei tentativi di modifica della Legge Indigena e nel progetto di Modernizzazione e Ampliamento dell’Impianto Arauco (MAPA). Queste iniziative economico-politiche hanno tre obiettivi: la definitiva apertura del Wallmapu alle compagnie transnazionali, il saccheggio e lo sfruttamento delle risorse naturali e la sottomissione della protesta territoriale. In definitiva: la sussunzione reale della natura, del tessuto spirituale e delle capacità politiche della resistenza mapuche di fronte al capitale.

Nonostante ciò, sebbene la logica coercitiva di questi piani provenga da una matrice transnazionale mobilitata dagli interessi dell’imperialismo contemporaneo, la sua capacità operativa risiede nel dispiegamento di una molteplicità di basi nazionali incaricate di affermare la dottrina cilena di “sicurezza nazionale” contro questo nuovo “nemico interno”. In questo secondo livello si trovano i numerosi piani di persecuzione e criminalizzazione che ha promosso lo stato durante gli ultimi due decenni per indebolire il movimento Mapuche autonomista e accusarlo di “terrorismo”. La “Operazione Pazienza” (2002 – 2004) diretta a disarticolare il CAM, l’irrisoria “Operazione Huracán” articolata mediaticamente per “decapitare” il Weichan Auka Mapu e nuovamente il CAM e la “Operazione Andes” (2017), parte della precedente, con la quale si volevano vincolare le organizzazioni del weichan Mapuche con il traffico di armi e con strutture politico-militari di diversi territori. Questi sono solo alcuni dei piani conosciuti di questo livello di controinsurrezione.

La costruzione della figura del terrorismo come strategia dei latifondisti

Ma la “lotta contro il terrorismo” è anche il fine ostinato dei latifondisti, degli impresari forestali e delle associazioni di agricoltori dell’ultradestra regionale che oggi abitano nel Wallmapu. Gli eredi del settler colonialism, colonialismo di coloni o di insediamento, beneficiati dal saccheggio territoriale, dallo sfollamento e la subordinazione razziale del Mapuche, continuano a giustificare la propria presenza storica, le loro proprietà e i loro investimenti con la difesa di una presunta supremazia bianca nazionalista associata ad una specie di stato di diritto. Per questo, oltre a costruire l’idea del “mapuche terrorista”, si sono organizzati in gruppi di autodifesa paramilitare che minacciano di aumentare la violenza generata da loro stessi e dai loro antenati.

Specificatamente per il Lavkenmapu, e per la Valle de Elikura, questo piano di controinsurrezione si evidenzia nella sistematizzazione di dati che il media giornalistico Mapuche Aukin ha portato alla luce con il titolo “Il nuovo piano repressivo per la frangia lavkenche”. In questo documento si sintetizzano le misure che il governo, in dialogo con i “principali” settori produttivi della zona, destinerebbe al sud della provincia dell’Arauco allo scopo di mitigare gli indici di “violenza rurale”, categoria mediatica attraverso la quale si fa riferimento alla resistenza lavkenche. La creazione di nuovi sub-commissariati, l’arrivo di 100 agenti nella zona, la presenza permanente di posti di blocco della polizia, l’arrivo di 16 mezzi blindati fuoristrada, un elicottero e la donazione di droni di ultima generazione sarebbero solo una parte del piano repressivo con il quale si perseguitano i lov e le comunità che difendono il Lavkenmapu.

Il livello più specifico di questo conflitto a bassa intensità è in relazione con la prigione politica Mapuche. Non è un segreto che le carceri dell’America Latina hanno un colore, come dichiara l’antropologa Rita Segato (2007). Ma non è soltanto questo: anche la messa sotto processo della protesta indigena ha un colore. Durante gli ultimi tre decenni, in Cile militanti, dirigenti e autorità culturali del popolo Mapuche sono stati  sottoposti in modo sistematico a lunghi processi giudiziari che generalmente si concludono con assoluzioni o archiviazioni per mancanza di prove.

Nonostante ciò, queste cause, famose per lo loro inconsistenze tecniche e i loro vuoti legali, non hanno necessariamente lo scopo di condannare. Piuttosto, si cerca di neutralizzare i combattenti Mapuche, di stancare il movimento di resistenza e di forzarlo a discutere l’agenda del governo.

Per quanto detto sopra, possiamo osservare che la prigione politica, sebbene generi coesione e certi livelli di agglutinamento socio-comunitario anche tra settori organicamente dissimili, fa pressione sul movimento di sostegno a concentrarsi su obiettivi immediati, trascurando generalmente i fini strategici. In questo contesto, la liberazione dei prigionieri o il miglioramento delle loro condizioni carcerarie passano con l’essere, con ogni ragione, delle priorità indiscutibili. Coloro che politicamente traggono profitto da tale situazione sono le classi dominanti “mantenendo” i livelli di insubordinazione Mapuche atomizzati su un obiettivo, apparentemente effimero, ma che richiede il dispiegamento di un ampio repertorio di alleanze, negoziati e pratiche contestatarie. A sua volta, le azioni di sostegno ai prigionieri politici e, particolarmente, riguardo agli scioperi della fame sono processi emozionali e materialmente logoranti per un movimento che non si caratterizza per avere estese reti di solidarietà al di là del Wallmapu o risorse in abbondanza.

Nonostante ciò, ci sono momenti di rottura nei quali il movimento Mapuche segna il ritmo dell’agenda e obbliga il governo a negoziare, così come è avvenuto durante le ultime settimane quando sono aumentate le azioni di sabotaggio, le occupazioni di spazi pubblici e altre misure di pressione che hanno piegato l’indifferenza governativa.

La crudeltà come dispositivo biopolitico controinsurrezionale

Il carcere e gli scioperi della fame costituiscono meccanismi disciplinari sul soggetto e il suo corpo, che si estendono come un dispositivo di dolore alle famiglie e ai circoli vicini che accompagnano questo processo. Ai digiuni liquidi e secchi che lasciano conseguenze croniche nell’organismo di chi lo effettua, si aggiunge la sofferenza prodotta dalle detenzioni, le perquisizioni e i lunghi processi giudiziari che finiscono con la prigione.

Negli ultimi tre decenni, centinaia di donne, uomini, anziani, anziane, bambini e bambine hanno subito la violenza di questi meccanismi biopolitici controinsurrezionali, che lasciano tracce incancellabili nelle loro vite. Alle loro brevi età, molti pichikeche (bambini e bambine) hanno passato la loro infanzia in territori militarizzati, tra la persecuzione della polizia e i lugubri corridoi dei Tribunali di Giustizia. Con questa medesima logica, e senza disconoscere l’aiuto comunitario che di solito si attiva, è importante menzionare che sono generalmente le donne quelle che si caricano di gran parte degli sforzi in questi contesti, giacché oltre a passare la giornata completa negli accampamenti eretti in modo rudimentale fuori delle carceri, devono farsi carico del lavoro quotidiano nelle proprie case e delle molteplici attività nei rispettivi lov e territori.

Nonostante tutto questo, l’azione coercitiva della struttura di potere formata dalle élite cilene e transnazionali non riesce a piegare la volontà collettiva degli scioperanti. I prigionieri politici Mapuche non stanno lottando per una richiesta individuale: lo sciopero della fame con cui rischiano le proprie vite, cerca di regolamentare un ambito giuridico minimo affinché la prigione politica indigena in Cile smetta di essere invisibile.

Dalle loro celle, i prigionieri politici Mapuche si confrontano con tutte le azioni repressive e i livelli di controinsurrezione. La violenza dei gruppi economici, delle strutture politiche, dei poteri giudiziari e degli apparati repressivi, la combattono con afafanes (grida di incoraggiamento), cerimonie e piccole dimostrazioni di solidarietà. È una lotta disuguale, senza dar luogo a dubbi, ma dentro a tutto quanto c’è di straziante in questo processo, i prigionieri politici Mapuche incarnano la maggiore espressione di dignità umana possibile: consegnano la propria vitalità e il proprio newen (forza) per ottenere la libertà del proprio popolo.

Note:

[1] Testo in onore della degna resistenza dei prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame del carcere di Lebu: Matías Leviqueo, Eliseo Raiman, Tomás Antihuen, Guillermo Camus, Esteban Huichacura, Carlos Huichacura, Manuel Huichacura, Cesar Millanao, Orlando Saez, Damian Saez, Robison Parra, Oscar Pilquiman. Simultaneamente, lo dedico con affetto a Kelüray e Külapañgi, semi di ribellione nel Lavkenmapu.

*Edgars Martínez Navarrete è un militante della causa Mapuche autonomista, membro di AUKIN e candidato al dottorato in Antropologia per il CIESAS-CDMX.

4 settembre 2020

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Edgars Martínez Navarrete, “De la lucha territorial a la lucha por la libertad” pubblicato il 04/09/2020 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/de-la-lucha-territorial-a-la-lucha-por-la-libertad/?fbclid=IwAR3FdLnSX0aOxDQ8h5IkIw9NPT1a4jsp_J6j70FBiz1d3MkIAo4oiVVyv7c] ultimo accesso 08-09-2020

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