Un nuovo inizio pieno di dignità e autonomia


Raúl Zibechi

“Non vogliamo le tue donazioni. Non vogliamo i tuoi viveri mascherati dall’intenzione di esplorare”, dice il comunicato dei comuneri e delle autorità delle ronde contadine delle province di Huancabamba e Ayabaca, nella regione di Piura, nord del Perù.

In questo modo, il 21 aprile le comunità danneggiate dall’impresa mineraria Río Blanco Cooper S.A., hanno rifiutato la manovra dell’impresa mineraria che da anni vuole entrare in questa zona e che ora approfitta delle necessità per dividere la popolazione.

Il comunicato evidenzia che l’impresa “maschera le sue vere intenzioni attraverso donazioni”, giacché “da quando giunse nella nostra provincia ha portato solo morte e ora viene con atti persecutori e processi iniziati contro i nostri dirigenti”. Gli dicono che le medicine che dona “non serviranno quando contamini il nostro ambiente e le nostre acque” e che il vestiario che vogliono donare “non servirà quando distruggi i nostri boschi di nebbia”.

Responsabilizza, inoltre, l’impresa mineraria Rio Blanco “delle azioni che prende ogni base o centrale delle ronde contro i suoi rappresentanti nella zona, che devono starsene a casa propria e non a dividere la nostra popolazione”.

Raphael Hoetmer, che ha accompagnato le resistenze e le marce dei comuneri di Ayabaca, riflette per telefono sull’importanza della landa e dei boschi di nebbia per il rifornimento di acqua di Piura e Cajamarca. “È una zona di forte organizzazione contadina, con ronde autonome e autogestione della vita. Rifiutano l’impresa mineraria perché, anche se si sanno poveri, vogliono conservare un modo di vita che gli offre tranquillità e libertà, che peggiorerebbe con l’attività mineraria”.

Un’altra dimostrazione di dignità la offrono le comunità di Morona Santiago (Ecuador), che sono state denunciate dall’impresa mineraria Explorcobres, per aver attaccato il 28 marzo l’accampamento La Esperanza. Sempre secondo l’impresa, i comuneri (che taccia di essere “delinquenti”), hanno occupato l’accampamento, “hanno bruciato varie installazioni, strumenti e un veicolo”  (comunicato in https://bit.ly/2Vxgt2w).

Anche in Ecuador, la comunità San Pedro Yumate, che resiste all’impresa mineraria Río Blanco nel massiccio di Cajas, ad un’ora da Cuenca, lunedì ha installato la terza piuma (sbarramento) di fronte alla via Cuenca-Molleturo-Naranjal, in una minga (lavoro collettivo) per impedire il passaggio delle auto e delle persone non autorizzate dall’assemblea comunitaria, ci scrive Paul dal suo momentaneo isolamento tra gli shuar, in Amazonia.

Mentre le imprese minerarie distruggono vite, contaminano acque e monti mettendo a rischio la continuità delle comunità, i contadini e gli indigeni non hanno colpito né attaccato nessuna persona, solo le installazioni delle imprese multinazionali.

Continuiamo nella regione andina. Il compagno e antropologo Rodrigo Montoya ci invia un testo meraviglioso, intitolato “Qui termina Lima”. Racconta che anni addietro migliaia di abitanti di Lima, che sono migrati da differenti province andine, hanno intrapreso una marcia di ritorno ai propri paesi. “Non si trattava di un manifesto cammino verso una piazza pubblica per protestare”. Avevano in comune il desiderio di andarse dalla mega città.

“La maggioranza dei camminatori era giovane e aveva un viso andino”, scrive Rodrigo, che ai suoi quasi 70 anni è stato alunno della escuelita (piccola scuola) zapatista. Traggo questo ricordo perché è un compagno che ha fatto del suo impegno una forma di vita. Anche se non sa se desiderano andarsene dalla capitale per sempre, constata che si tratta di un fatto “forse, troppo importante”.

Se ne vanno da Lima perché non hanno lavoro, soffrono la fame, e perché l’individualismo della grande città colpisce i loro cuori. “Ai viaggiatori di ritorno gli rimane la reciprocità dell’ayni -un giorno di lavoro per un giorno di lavoro, un carico di legna per un carico di legna- e la minga -un giorno di lavoro per un pasto, con musica, bibita e ballo- tra familiari del medesimo ayllu o comunità, come l’ultima risorsa nelle terre alte, lì dove coloro che ritornano senza virus sperano di giungere e di essere ricevuti bene”.

Forse siamo di fronte all’inizio di un ciclo inverso, la migrazione dalla città al campo, come ci propongono questi giorni i ribelli del Rojava, “tornare alla terra” per “ripopolare villaggi rurali”, come recita il comunicato del Comitato di Solidarietà con il Kurdistan di Città del Messico. Sento che quello che stanno facendo alcuni andini, è tutto un programma per affrontare il collasso del sistema.

Dalla regione andina andiamo fino a Montevideo (Uruguay). Lì è avvenuto quello che un gerarca del governo municipale ha definito come “l’occupazione urbana più grande degli ultimi cinquanta anni”. Si tratta di circa mille famiglie che occupano un enorme terreno di un’impresa di servizi portuali, abbandonato da 50 anni, i cui padroni hanno un elevato debito con lo stato.

L’occupazione è incominciata a gennaio con appena 28 famiglie, a Santa Catalina, la periferia povera a ovest di Montevideo. La necessità ha provocato un’esplosione di famiglie che hanno deciso di correre il rischio di occupare un terreno privato, per superare il sovraffollamento in cui vivono. Giovedì 16 aprile il Ministero degli Interni ha dispiegato una forte operazione con decine di poliziotti, elicotteri e droni, arrestando cinque abitanti. Due di loro sono state processate con la detenzione domiciliare.

Lunedì 20, sfidando la quarantena, tra 50 e cento occupanti hanno manifestato di fronte al palazzo del governo. Hanno resistito allo sgombero, hanno preso l’iniziativa e hanno sfidato la quarantena. Si tratta di lavoratori impoveriti, disoccupati, lavoratrici domestiche, changarines (quelli che fanno dei lavoretti, facchini, ndt), pescatori e perfino alcuni poliziotti, che non possono neppure pagare un modesto affitto in una zona che è stata la culla del movimento operaio.

L’avvocato Pablo Ghirardo, che rappresenta dei sindacati e ha lavorato per vari mesi con gli occupanti del quartiere che hanno battezzato “Nuevo Comienzo” (Nuovo Inizio), afferma che lo hanno fatto “per il sovraffollamento, giacché vivono fino a sette persone in un monolocale che fa acqua, oltre alla forte speculazione immobiliare che rende impagabili gli affitti”. Nella manifestazione portavano striscioni dove si leggeva: “Terra per chi l’abita” e “Non condannateci per essere poveri” (https://bit.ly/2S0LFVK).

Nel quartiere funziona una mensa, dove si distribuiscono merende, con donazioni di vari sindacati e di vicini solidali. Hanno tracciato le future strade e hanno lasciato dei luoghi liberi per spazi collettivi e il salone comunale. Sono così ben organizzati che la polizia non ha potuto sgomberarli. Il palo che un giorno di gennaio ha collocato una abitante per segnare il proprio spazio in un terreno incolto, si è moltiplicato fino a trasformarsi in un quartiere.

Jorge Zabalza giudica la massiccia occupazione come “un’esplosione sociale come quella che hanno iniziato quegli studenti che hanno saltato i controlli nella metro di Santiago del Cile”. Centinaia di migliaia sono stati espulsi dal modello estrattivista  ai margini della città. Per Zabalza, “l’iniziativa individuale, che è diventata una valanga collettiva, permette di intuire l’esistenza di un immaginario che anticipa future ribellioni popolari” (https://bit.ly/2KwB4Ou).

Foto: rebelArte

25 aprile 2020

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi“Un nuevo comienzo rebosante de dignidad y autonomía” pubblicato il 25/04/2020 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/un-nuevo-comienzo-rebosante-de-dignidad-y-autonomia/] ultimo accesso 07-05-2020.

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