Crisi umanitaria alla frontiera boliviana


Eduardo Paz Gonzales

Tempi spietati.

In tempi spietati le persone migranti rimangono esposte alla violenza di politiche che li criminalizzano, gli portano via i diritti, gli impediscono di continuare il proprio cammino. In tempi spietati la guerra, le malattie, il cambiamento climatico obbliga molti a cercare un rifugio e un’oasi, e quello che trovano è una recinzione chiusa, un uomo armato, un calvario dentro le burocrazie che disprezzano gli stranieri. La politica di destra si giustifica di fronte alla minaccia “dell’altro”, rimuove le paure dei connazionali per accanirsi contro il differente. Storia risaputa e di cattivo augurio.

Ma che soglia bisogna attraversare per dirigere la violenza dello stato contro i propri connazionali, probabilmente tutelati dai diritti che godono tutti i cittadini di un paese? Scrivendo queste righe (8/04/20) alla frontiera boliviana con il Cile, 480 boliviani sono trattenuti dall’esercito in un campo di quarantena, impedendo il loro ingresso nel territorio. Questi boliviani si trovavano in Cile e nel quadro della pandemia di coronavirus hanno deciso di rientrare in Bolivia, di riunirsi con i propri familiari, di affrontare l’emergenza sanitaria al riparo delle loro famiglie. Quello che hanno trovato sono state in un primo momento le frontiere chiuse per loro, e dopo la reclusione in un accampamento precario dove sopravvivono in condizioni di freddo, con alimenti e acqua insufficienti, con pochi bagni e senza docce.

I tweet della Cancelliera

Attraverso la stampa si è annunciato che il 30 marzo 150 boliviani che si trovavano in un accampamento nella località di Huara, Cile, sarebbero stati rimpatriati. Anche la Cancelliera boliviana Karen Longaric ha scritto nel suo sito Tweeter:

Domani, il Ministro della Difesa Fernando López Julio ed io andiamo a Pisiga per accompagnare l’ingresso dei nostri compatrioti in territorio nazionale. Coloro che entreranno rispetteranno i protocolli dell’OMS e seguiranno strette regole sanitarie per garantire la sicurezza di tutti i boliviani.

Pertanto, ci si aspettava che i boliviani entrassero nel paese. Secondo quanto ha successivamente informato un alto ufficiale militare cileno, il rimpatrio dei boliviani è stato sospeso dalle autorità boliviane. Allora la Cancelliera ha scritto nel sito della sua rete sociodigitale che, per decisione presidenziale, le frontiere del paese sono tenute chiuse e si sospende il rimpatrio dei compatrioti boliviani arenatisi a Huara, Cile. Il ministero della Difesa prenderà le misure per garantire un aiuto umanitario ai nostri compatrioti.

La misura ha generato critiche tanto delle autorità cilene come della popolazione boliviana. I boliviani alla frontiera sono rimasti abbandonati ai buoni uffici del governo del Cile e, come si intende dal medesimo tweet della Cancelliera, è stata la stessa presidente Añez che ha riaffermato che nemmeno i boliviani avrebbero attraversato la frontiera.

La decisione della presidente Añez va contro i Diritti Umani (art. 13) così come contro la Costituzione boliviana (art. 21.7). Le implicazioni delle decisioni del governo sono serie: dalla sua nomina, la presidente Añez si è appoggiata alle Forze Armate e alla polizia per imporre l’ordine in una Bolivia in agitazione da ottobre dell’anno passato. La presenza quotidiana delle forze repressive dello stato così come la normativa approvata instaurano in modo tacito uno stato d’emergenza nel quale la pandemia di coronavirus è affrontata con misure di polizia. Il risultato colpisce meno la propagazione del coronavirus che i diritti dei boliviani.

La cittadinanza che puoi pagare

Il 4 aprile i cittadini boliviani possono finalmente attraversare la frontiera. In questo momento sono 480 e ci sono donne incinte, bambini e bambine piccole. Sebbene il governo avesse anticipato che sarebbero stati seguiti i protocolli di controllo dell’OMS, nei fatti questo non è avvenuto. Secondo un comunicato dei boliviani arenatisi, si trovano in un accampamento di tende, sottoposti a un freddo che già intacca la salute dei trattenuti. La mancanza di misure di biosicurezza li espone a contagi e, la cosa che risulta più allarmante, dato che si suppone sia una misura per ridurre la proliferazione del coronavirus, è che non gli sono state fatte le analisi per stabilire se sono stati infettati. Secondo il medesimo comunicato, a qualsiasi protesta diretta agli ufficiali che dirigono l’accampamento si risponde con minacce di riportarli alla frontiera.

Al tramonto del 7 aprile la stampa boliviana ha fatto conoscere che un aereo proveniente da Santiago del Cile sarebbe atterrato ad El Alto. Nel volo, 36 boliviani che sarebbero usciti dal paese per differenti motivi, ricevevano l’autorizzazione di rimpatriare. La Cancelliera boliviana ha emesso un comunicato con il quale segnala che “Il governo faciliterà il rimpatrio dei cittadini che si trovano bloccati all’estero, sempre che dette persone possano pagare il proprio ritorno e sottoporsi a quarantena obbligatoria”. Lo stesso comunicato è esplicito sul fatto che i costi richiesti dalla quarantena sarebbero pagati da questi passeggeri.

A cosa è stato ridotto l’obbligo di uno stato nei confronti dei propri cittadini? È impossibile non vedere in queste condizioni che mentre il governo è disposto a sottoporre a soprusi una parte dei propri cittadini, quelli in evidente situazione di vulnerabilià, per gli altri boliviani gli inconvenienti si aggiustano con denaro. Non si tratta di chiedere a coloro che si trovavano a Santiago di rimanere là, ma che, allo stesso modo di coloro che giungono in aereo, quelli che giungono via terra esercitino i propri diritti. Se la situazione di pandemia ha messo in emergenza gli ingressi nel paese, si sono dovute effettuare le analisi del coronavirus ai rimpatriati e metterli in quarantena se era necessario. Quello che è avvenuto in cambio assomiglia più all’installazione di un campo per rifugiati nel loro stesso paese.

Anche nelle versioni minime dello stato, questo garantisce i mezzi per tutelare la vita dei propri cittadini da minacce dirette. Oggi in Bolivia, lo stato approfitta dello spazio frontaliero per sospendere di fatto queste garanzie di salvaguardia della vita. Il governo ha giustificato la propria azione entrando in un gioco macabro: loro o noi. Non si tratta solo che i boliviani non sono uguali di fronte alla legge, in questo caso di emergenza sanitaria, ma che il governo è disposto ad applicare una cittadinanza differenziata appoggiandosi alla polizia e all’esercito.

10/04/2020

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Eduardo Paz Gonzales, “Crisis humanitaria en la frontera boliviana” pubblicato il 10/04/2020 in Rebelión, su [https://rebelion.org/crisis-humanitaria-en-la-frontera-boliviana/] ultimo accesso 20-04-2020.

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