Evo ha perso Evo


Raúl Zibechi

Dopo quasi quattordici anni, il governo di Evo Morales è crollato in poco meno di un mese, a causa di massicce denunce di frode e della perpetuazione al potere. Una volta dirigente contadino, questa volta Morales non è riuscito a fare appello, di fronte all’ascesa di una destra razzista e opportunista, al sostegno delle organizzazioni popolari boliviane debilitate dopo anni di cooptazione e repressione per mano del governo. Tra i tentativi di restaurazione e l’avanzata golpista, il popolo boliviano si prepara, un’altra volta, a resistere.

“Signor Presidente, dal fondo del nostro cuore e con grande pena ti diciamo: dove ti sei perso? Perché non vivi dentro i precetti ancestrali che dicono che dobbiamo rispettare il muyu (circolo): solo una volta dobbiamo governare. Perché hai prostituito la nostra Pachamama? Perché hai mandato a bruciare la Chiquitanía? Perché hai maltrattato i nostri fratelli indigeni a Chaparina e a Tariquía?”, dice il Manifesto della Nazione Qhara Qhara, con il quale il passato giovedì 7 novembre un settore del movimento indigeno si univa alle proteste contro la frode elettorale in Bolivia.

Il manifesto è uno dei pezzi più duri contro Evo Morales, forse perché proviene dalla stessa anima della forza che lo portò al potere: “Rispetta le nostre culture, non seminare più odio tra i fratelli della campagna e della città, smetti di dividere i popoli, hai già leso le loro libere decisioni. Smetti di inviare indigeni come carne da cannone per sostenere i tuoi interessi e di coloro che ti circondano, che non sono più i nostri; smetti di inviare scagnozzi a maltrattare la nostra gente; lasciaci vivere nella nostra legge; smetti di parlare a nome degli indigeni, poiché tu hai già perso la tua identità” (Fides, 7-XI-19).

Il contrasto di quello che ora avviene con quanto successo nell’ottobre del 2003, durante la prima guerra del gas, è notevole. In quella occasione tutti i movimenti sociali si scontrarono con il governo di Gonzalo Sánchez de Lozada, pagando un prezzo di più di 60 morti e centinaia di feriti e mutilati. Nonostante la brutale repressione -l’esercito mitragliò i manifestanti dagli elicotteri- la popolazione riuscì a piegare il governo, che dovette rinunciare.

Ma in questa occasione, dopo tre settimane di proteste dell’opposizione e di denunce di frode nelle elezioni del 20 ottobre nelle quali Morales si è proclamato rieletto, c’era molta rabbia verso il governo tra gran parte dei dirigenti e le basi delle organizzazioni sociali, che nel pomeriggio della passata domenica 10 erano andati a manifestare per la rinuncia del presidente, come la Centrale Operaia Boliviana, la federazione mineraria e le organizzazioni indigene. Per questo, quel giorno la destra più estremista ha potuto entrare nella casa del governo senza problemi e nessuno è sceso immediatamente in strada a difendere Morales quando l’Esercito gli ha suggerito di rinunciare.

In questi quasi 14 anni al governo ci sono stati comportamenti del governativo Movimento al Socialismo (Mas) che i movimenti sociali non hanno dimenticato. Tra il 2002 e il 2006 fu costituito il Patto di Unità tra le principali organizzazioni contadine e indigene a sostegno del governo di Morales: Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia, Consiglio Nazionale degli Ayllus e delle Markas del Qullasuyu (Conamaq), Confederazione dei Popoli Indigeni dell’Oriente della Bolivia (Cidob), Confederazione Nazionale delle Donne Contadine Indigene Originarie della Bolivia “Bartolina Sisa” e le giunte di vicinato di El Alto. Alla fine del 2011, la Cidob e la Conamaq decisero di abbandonare il Patto di Unità considerando che “il Potere Esecutivo ha ridotto la partecipazione delle organizzazioni indigene, valorizzando più di tutto le organizzazioni vicine al Mas”, nel momento in cui avevano considerato che quello danneggiava “in modo diretto i nostri territori, culture e le nostre risorse naturali”.

Nel giugno del 2012, la Cidob denunciò “l’intromissione del governo con l’unico scopo di manipolare, dividere e danneggiare le entità organizzative e rappresentative dei popoli indigeni della Bolivia” (Cidob, 7-VI-12.). Un gruppo di dissidenti della Confederazione appoggiato dal governo non riconobbe le autorità e convocò una “commissione ampliata” per eleggere nuove autorità.

Nel dicembre del 2013, dissidenti della Conamaq “vicini al Mas” occuparono il locale dell’organizzazione e picchiarono ed espulsero coloro che si trovavano lì con l’appoggio della polizia, che rimase a proteggere la sede e impedì che le legittime autorità potessero recuperarla (Servindi, 11-XII-13.). Il successivo comunicato della Conamaq affermò che l’attacco contro di lei avvenne “per approvare tutte le politiche contrarie al movimento indigeno originario e al popolo boliviano, senza che nessuno possa dire nulla”.

SALTO NEL VUOTO. Mercoledì 13 è avvenuta una situazione inedita, un rovesciamento così importante come tre giorni prima era stata la rinuncia di Morales. Jeanine Áñez è stata unta presidente in un parlamento senza quorum, giacché i deputati del Mas, la maggioranza assoluta, non sono potuti entrare in aula, così come nemmeno la senatrice masista Adriana Salvatierra. La Presidente del Senato, la Salvatierra aveva rinunciato pubblicamente a questo incarico, anche se non al suo seggio, lo stesso giorno in cui lo avevano fatto Evo Morales e il vicepresidente Álvaro García Linera. Anche se ha cercato di entrare nell’aula parlamentare, a lei e ai deputati del suo gruppo è stato impedito di farlo dalla forza pubblica.

La Áñez, da parte sua, era vicepresidente in seconda della camera alta e ha potuto giungere alla presidenza della Repubblica perché tutti gli altri nella linea di successione, loro masisti, hanno rinunciato anche come politica del governo per denunciare un golpe. L’attuale presidente è membra dell’alleanza dell’opposizione Unità Democratica ed è un’alleata incondizionata delle élite razziste del dipartimento di Santa Cruz. In questo modo, tre giorni dopo la rinuncia di Evo si è consumato un vero golpe, anche se in realtà gli uni e gli altri hanno collaborato a che si giungesse a questa situazione.

La cronologia di questo ribaltamento ha avuto origine con le elezioni del 20 ottobre, ma soprattutto con l’interruzione del conteggio dei voti e della sua ripresa, 24 ore dopo, con dati che contraddicevano quelli diffusi fino al giorno precedente. Una situazione che ha dato luogo ai sospetti, ripetendo una dinamica di frode troppo evidente e tradizionale nella nostra America Latina per essere ignorata. Così è cominciata una protesta che è andata crescendo lentamente fino a venerdì 8 novembre, di cui in gran misura sono stati protagonisti i gruppi civici, settori della classe media con un grande impianto nelle grandi città dell’Oriente del paese.

A quanto pare il governo di Morales ha sottostimato la grandezza delle proteste, giacché manteneva un’alleanza con il Comitato Civico di Santa Cruz, dopo averlo sconfitto nel suo tentativo secessionista del 2008. Le cose parevano mantenersi dentro una situazione favorevole al Mas, che aveva buone relazioni con l’Organizzazione degli Stati Americani (in particolare con il suo segretario generale, Luis Almagro), al punto che il candidato dell’opposizione Carlos Mesa ha rifiutato la revisione [del conteggio dei voti] pattuita tra questa organizzazione e il governo.

La situazione è cambiata bruscamente venerdì 8, estendendosi l’ammutinamento della polizia iniziato a Santa Cruz e a La Paz. Nelle reti sociali sono circolate versioni che affermavano che i poliziotti erano stati “comprati” con denaro di un’impresa situata a Santa Cruz. La cosa certa è che l’ammutinamento della polizia è stato un punto di inflessione la cui origine e circostanze sarà necessario indagare. Il governo non poteva contare sulla polizia, ma nemmeno poteva inviare le forze armate contro i manifestanti, fatto che avrebbe creato una situazione insostenibile tra le sue stesse basi. Peggio ancora, non poteva contare su organizzazioni popolari forti che lo difendessero, perché queste erano state purgate e molti dei loro dirigenti allontanati e condannati, alcuni all’ostracismo, altri incarcerati. A questo punto, presidente e vice hanno deciso di rischiare. Giunta la domenica hanno provato una giocata che è consistita nel uscire da La Paz, piena di barricate e proteste, con l’intenzione di ritornare in migliori condizioni.

La destra ha continuato ad operare, probabilmente e come è abituale in questi casi, con l’appoggio dell’ambasciata degli Stati Uniti. Ha preso la prima fila un personaggio sinistro, di chiaro contenuto razzista e coloniale, Camacho si è eretto a rappresentante delle classi medie bianche dell’Oriente e delle élite proprietarie terriere della regione più ricca del paese. Ha convocato un consiglio per rifiutare i risultati delle elezioni e con il suo discorso incendiario ha superato tanto i “civici” di Santa Cruz che convivevano senza grandi problemi con il Mas, sia Mesa, che in pochi giorni ha sostituito come referente dell’opposizione. Si tratta di un opportunista estremista che dopo l’aver dato fuoco alle whipalas di cui sono stati protagonisti i suoi, ha dovuto chiedere perdono, con una dimostrazione dello scarso margine che hanno nell’attuale Bolivia i più conservatori.

LA GUERRA E LE DONNE. Se l’oligarchia di Santa Cruz ha mostrato il suo estremismo per mano di Camacho, il governo non è rimasto indietro. Giorni prima della debacle del governo il ministro della Presidenza della Bolivia, Juan Ramón Quintana, ha dichiarato a Sputnik che “la Bolivia si trasformerà in un grande campo di battaglia, un Vietnam moderno” (30-X-19).

Una delle più alte cariche del governo di Evo, Quintana, ha mostrato la suo lontananza dalla realtà dicendo che “qui c’è un’accumulazione politica dei movimenti sociali che sono disposti a lottare”. E ha proposto una strategia consistente in “una battaglia campale di fronte alla virulenza menzognera dei media”, che secondo la sua opinione fanno parte di “una guerra di dimensioni molto complesse, sconosciute, che richiederà moltissimo che si acuisca il pensiero, la strategia di autodifesa”.

Le donne sono state il settore che con maggior chiarezza e trasparenza si è impegnato a smontare i dispositivi guerrafondai. A La Paz, il collettivo Mujeres Creando ha convocato un Parlamento delle Donne (al quale ha assistito un pugno di uomini), dove si sono sforzati a costruire “voci collettive” che sfidassero la polarizzazione in corso. In quei momenti, nella città di El Alto migliaia di giovani gridavano “ora sì, guerra civile”, sventolando la whipala.

Molte donne hanno mostrato una doppia indignazione, contro la frode di Morales e contro la destra razzista. In generale, ha predominato una difesa dei progressi generati nell’ultimo decennio e mezzo, non tutti attribuibili al Mas, se non al fatto che ha guadagnato terreno la potenza creativa dei movimenti, che le autorità non hanno mai potuto ignorare.

Si è distinto l’intervento della sociologa e storica Silvia Rivera Cusicanqui: “Io non credo alle due ipotesi che sono state maneggiate. Il trionfalismo, che con la caduta di Evo abbiamo recuperato la democrazia, mi pare un eccesso, un’analisi che non è centrata (…) La seconda ipotesi sbagliata, che a me sembra sommamente pericolosa, è quella del colpo di stato, che semplicemente vuole legittimare, completamente, con pacchetto e tutto, avvolto in cellofan, tutto il governo di Evo Morales nei suoi momenti di maggiore abiezione. Tutta questa abiezione, legittimarla con l’idea del colpo di stato è criminale, e pertanto bisogna pensare come è cominciata questa abiezione”  (Desinformémonos, 13-XI-19).

Con il medesimo orientamento, la portavoce di Mujeres Creando, María Galindo, ha scritto nel suo articolo su Página Siete: “Il sentimento di abbandono e di essere orfani che lascia vedere il decollo di Evo Morales verso il Messico si sente nelle strade. La gente mi chiama alla radio e rompe in pianto senza poter parlare, il suo sentimento di debolezza e di abbandono fanno sì che ad opera del dolore le siano cancellate dalla memoria le violenze e gli abusi del caudillo, e che la gente senta la mancanza del padre protettore e benefattore” (13-XI-19).

UN FUTURO INCERTO. Fallito il piano di Morales-García Linera per ritornare come “pacificatori”, si apre la cassa delle sorprese. L’iniziativa l’ha l’ultradestra razzista e fascista, che conta su enormi risorse materiali e mediatiche per arrivare al potere, anche se non ha la legittimità per mantenerlo.

La memoria lunga, concetto di Rivera Cusicanqui, ci insegna che le élite razziste possono rimanere per lungo tempo al potere a sangue e fuoco, anche se non hanno l’appoggio sociale, perché hanno i mezzi per farlo. Nonostante ciò, la memoria corta, complemento della precedente, suggerisce qualcosa di differente, per lo meno dal 2000 in Bolivia: la potenza delle e di quelli in basso impedisce ai regimi razzisti e patriarcali di poter godere di stabilità e durabilità. Perché le donne e i popoli originari non si scoraggiano più, come lo insegnano in questi giorni le strade di Santiago e quelle di Quito, testimoni di un’alleanza di nuovo tipo (di fatto e nei fatti) che si plasma nel fatto che la bandiera mapuche sventola nelle mani bianche e che in Ecuador le donne hanno aperto una crepa nel fragore del combattimento.

La via d’uscita alla tremenda situazione che vive la Bolivia possono essere le elezioni generali che il governo, che la Áñez usurpa, deve convocare immediatamente. Come precisa la sociologa Raquel Gutiérrez Aguilar, l’alternativa è “elezioni generali o guerra civile”. Se parlassero le urne, è molto probabile che il prossimo presidente sia Carlos Mesa, ma che il Mas conservi un’importante gruppo parlamentare e continui ad essere, forse, il partito più votato.

Più presto che poi, l’alleanza di diversità che un giorno ha rappresentato il Mas tornerà al Palazzo Quemado, perché è la maggioranza sociale e culturale del paese andino. sarebbe desiderabile che non fosse la ripetizione, necessariamente peggiorata, dell’attuale Mas, perché il passare del tempo finisce con l’imputridire le acque stagnanti. Affinché questo non succeda, una nuova cultura politica deve attecchire nei dirigenti e quadri dei movimenti e delle organizzazioni. Una cultura capace di bere dalle tradizioni andine di rotazione degli incarichi e di complementarietà tra generi, età e, anche ora, visioni del mondo. Una cultura che si lasci permeare dal radicale rifiuto del patriarcato delle femministe, che stanno destrutturando caudillissimi e organizzazioni gerarchiche.

La Bolivia può apportarci, come poche regioni nella nostra America, i contributi di ambedue i  versanti. Senza quelli, sarà impossibile tessere, comunitariamente, un arazzo emancipatore capace di superare le oppressioni che ci attraversano.

Pubblicato originariamente in Brecha

Foto: AFP , Ronaldo Schemidt

15 novembre 2019

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, Evo perdió a Evo” pubblicato il 15/11/2019 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/evo-perdio-a-evo/] ultimo accesso 16-11-2019.

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