Bolivia: Polizia e militari si schierano ed Evo è costretto alla resa


Christian Peverieri

Al termine dell’ennesima giornata di tensioni, e dopo tre settimane di rivolta, il presidente Evo Morales è costretto ad arrendersi alla piazza e ai militari rassegnando le dimissioni assieme al suo vice Alvaro Garcia Linera.

L’ultimo giorno da presidente di Evo Morales è cominciato all’alba, quando la OEA ha annunciato che i risultati della “auditoría” avevano riscontrato irregolarità e manipolazioni informatiche tali da suggerire il ritorno alle urne. Pochi minuti dopo Morales è apparso in conferenza stampa assieme a Garcia Linera per annunciare la decisione di indire nuove elezioni presidenziali, con nuovi attori politici e il rinnovo del TSE, il Tribunale Supremo Elettorale e chiedendo a tutti gli attori in campo di abbassare la tensione e di pacificare il paese.

La resistenza del MAS è capitolata negli ultimi due giorni. Già nella giornata di venerdì le polizie di Cochabamba e di Santa Cruz si sono ammutinate e, spinte da rivendicazioni settoriali, si sono unite alle proteste per chiedere la rinuncia del presidente. L’accerchiamento si è concluso sabato quando anche le polizie di El Alto e altri dipartimenti hanno abbandonato il presidente e lasciando sguarnite le piazze ai manifestanti e ai fedelissimi del MAS.

Ad abbandonare la nave alla deriva sono stati anche altri rappresentanti istituzionali del MAS, tra cui il sindaco di Oruro che si è dimesso, un senatore di Potosí e soprattutto l’ambasciatore boliviano in Francia, segno evidente della piega che stavano prendendo gli eventi. Non solo, l’appello al dialogo lanciato dal presidente è praticamente caduto nel vuoto: rifiutato da Camacho, da Mesa e dagli altri partiti politici, ha avuto solo nel candidato ultra cattolico Chi una fredda risposta, troppo poco per sperare di riuscire a riportare alla normalità la situazione.

Nelle piazze poi è continuata per tutto il giorno la “rivolta” e l’accerchiamento territoriale ha raggiunto la capitale La Paz, tanto da costringere Evo a rifugiarsi tra i suoi fedelissimi della Coordinadora de Seis Federaciones de Tropico de Cochabamba nel dipartimento di Chapare. Scontri si sono verificati a Oruro e a Vila Vila, dove una carovana di manifestanti che voleva raggiungere la capitale è stata attaccata dai “masisti” provocando una trentina di feriti; per rappresaglia è stata bruciata la casa del governatore di Oruro. Ma anche a El Alto ci sono stati momenti di tensione, coi “masisti” che hanno cercato di bloccare l’autopista per non fare arrivare a La Paz le carovane di manifestanti in arrivo da tutto il paese.

Stretto in questa morsa, con la capitale invasa dai manifestanti, senza polizia a contenerli e con l’esercito che ha annunciato che non sarebbe intervenuto nelle piazze, a Evo sono rimaste davvero poche speranze. Speranze che si sono definitivamente esaurite appunto all’alba quando la OEA ha annunciato i risultati preliminari delle indagini sullo scrutinio del 20 ottobre, scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta: i commissari hanno evidenziato che c’è stata una manipolazione informatica che non permette di avvallare i risultati ufficiali, numerose gravi falle informatiche e irregolarità su un totale di 350 mila voti, che ha influenzato il voto dal momento che Morales ha vinto al primo turno per 40 mila voti soltanto.

Così dopo questo annuncio, a Evo non è rimasto altro che convocare una conferenza stampa e, senza menzionare nemmeno i risultati della “auditoría”, ha indetto nuove elezioni, sperando che questo bastasse a riportare la calma nel paese. Nelle ore seguenti però la piazza non ha abbassato la guardia e mentre i manifestanti rimanevano a presidiare le strade e bruciavano la casa del presidente della Camera dei Deputati (che in seguito rinunciava al suo incarico), i leader dell’opposizione, da Camacho a Mesa, cercavano di affondare il colpo definitivo a Evo esigendo l’immediata rinuncia. Rinuncia che è arrivata nel tardo pomeriggio, dopo che anche l’esercito “consigliava” al presidente di rinunciare immediatamente per pacificare il paese.

Nel suo discorso d’addio, sempre accompagnato dal fido Garcia Linera, Evo ha ricordato tutti gli indiscutibili successi dei suoi tredici anni di governo, primo tra tutti la creazione dello stato plurinazionale che ha dato una spallata al profondo razzismo che pervadeva il paese, e ha proseguito denunciando il colpo di stato nei suoi confronti e gli atti di violenza nei confronti di sua sorella e di altri dirigenti del MAS ai quali i manifestanti di destra hanno bruciato le abitazioni. La violenza nei confronti dei dirigenti del MAS e delle loro famiglie e verso i militanti è stata il motivo che ha spinto Morales a rinunciare alla presidenza.

Da qui in poi, il caos si è impadronito del paese: mentre Camacho entrava a Palazzo Quemado e si inginocchiava davanti alla bandiera boliviana con la bibbia in mano, i suoi seguaci toglievano dai palazzi istituzionali la whipala, la bandiera dei popoli originari e cominciavano ad assaltare i simboli del potere “masista” e dei suoi alleati, comprese le sedi delle ambasciate cubana e venezuelana; nel frattempo, si sono verificate almeno una cinquantina di rinunce alle cariche da parte di rappresentanti istituzionali del MAS. Scontri e violenze da parte di entrambe le fazioni sono durate tutta la notte, in particolare nella capitale La Paz.

Che la rivolta popolare che ha investito il paese in questi venti giorni abbia preso una deriva golpista è indubbiamente un fatto concreto: in tarda serata Evo Morales, ritornato nella sua roccaforte a Chapare, ha denunciato il tentativo di arresto da parte della polizia, notizia smentita poi dallo stesso Comandante Generale delle forze di polizia boliviane, che ha assicurato che i mandati di cattura sono stati diramati, e messi in pratica, solo contro la presidente e il portavoce del Tribunale Supremo Elettorale, accusati di aver organizzato i brogli elettorali.

Ha vinto la piazza, ha vinto la destra. Ha vinto chi ha saputo sfruttare il malcontento generato da Evo e, come al solito, ha il sostegno di chi può rompere gli equilibri democratici, vale a dire le forze armate che, prima i reparti della polizia e poi l’esercito, hanno dato il colpo di grazia al governo agonizzante di Evo Morales.

11 / 11 / 2019

Global Project

Christian Peverieri, Bolivia: Polizia e militari si schierano ed Evo è costretto alla resa” pubblicato il 11/11/2019 in Global Project, su [https://www.globalproject.info/it/mondi/bolivia-polizia-e-militari-si-schierano-ed-evo-e-costretto-alla-resa/22365] ultimo accesso 12-11-2019.

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