Uruguay: Decine di migliaia di persone alla Marcia del Silenzio


Natalia Uval

Sette governi dopo la dittatura sono riusciti a ritrovare solo i resti di quattro dei quasi 200 scomparsi; i responsabili processati sono pochi e la verità continua ad essere nascosta, ma la protesta non diminuisce.

Si è ripetuta la parola d’ordine, la medesima che nel 2017 ricordò che l’impunità è responsabilità dello stato, ieri e oggi. Si sono ripetute le facce, ogni anno un poco più logore. Si sono ripetuti i cartelli in alto con la foto di ciascuno scomparso, di ciascuna scomparsa. A passo lento, la folla si è andata ampliando, da via Jackson, in ogni angolo della 18 de Julio. Si è ripetuto il silenzio, interrotto solo sporadicamente da qualche bambino, o dai droni che sorvolavano la 23ª Marcia del Silenzio per chiedere di conoscere il destino dei detenuti scomparsi nell’ultima dittatura civico-militare.

“Stiamo allo stesso modo; con grande dispiacere, nella misura in cui non si è andati avanti, praticamente. Al ritmo con cui andiamo, non so… serviranno 100 anni o 200 anni”, stimava prima di incominciare a camminare, Ignacio Errandonea, delle Madri e Familiari dei Detenuti Scomparsi. Lui cerca da più di 40 anni suo fratello Juan Pablo. “Manca una volontà politica per un’indagine seria. Se non c’è un ordine da parte delle più alte autorità -ossia, che il presidente ordini ai servizi di intelligence di cercare e dare tutte le informazioni che hanno-, continueremo come stiamo”, sostiene.

I cartelli con le facce degli scomparsi passano di mano in mano, fino a che ognuno trova il suo posto. Non tutti sostengono i propri esseri amati; alcuni militanti sociali o conoscenti sostituiscono i familiari che quest’anno non sono potuti essere presenti. Perfino una bambina solleva un cartello con una foto in bianco e nero di una persona che non ha mai conosciuto. “Siamo venuti per gli scomparsi”, spiega la bambina, che si chiama Antonia e ha 12 anni. “Affinché mai torni a succedere”, precisa Julia, che già arriva ai 25.

Alle sette in punto, la lunga colonna incomincia a muoversi. Non ci sono parole d’ordine di partito, ma sì, proteste raffigurate nei cartelli: “Né oblio né perdono”, “Dove sono i nostri compagni scomparsi?”. “Chi sono i responsabili?”, indaga un altro cartello. Più avanti, uno striscione degli studenti della Facoltà di Lettere e Scienze dell’Educazione risponde: “Il governo è responsabile. Basta impunità”.

Il coordinatore del Gruppo di Lavoro per la Verità e la Giustizia (GTVJ), Felipe Michelini, aveva detto molto prima a Radio Uruguay che il Potere Giudiziario, e in particolare la Corte Suprema di Giustizia, “ciò che ha fatto, in definitiva, è legalizzare la tortura negando alle vittime l’adeguata indagine giudiziaria”.

Errandonea pensa che i successivi governi del Fronte Ampio, dal 2005, si siano fermati “alle foglie” e non abbiano “attaccato il tronco”. “È vero che si sta scavando [alla ricerca dei resti degli scomparsi], è vero che si stanno sistematizzando le informazioni, ma il GTVJ non ha affrontato e non ha il potere di formare un gruppo di investigazione. E se non c’è un’indagine, si lavora con dei dati che arrivano volontariamente”, dichiara, e riassume: “Siamo soggetti alla buona volontà dei criminali”. “È come se ogni volta che in Uruguay si commette un crimine facessimo appello alla buona volontà dei cittadini per avere delle informazioni. No, la Polizia indaga. Bene, in questo caso la Polizia non indaga, l’Esercito non indaga, nessuno indaga. Per questo da 40 anni stiamo protestando per i nostri familiari che sono scomparsi”, dice.

Nilo Patiño, anche lui di “Familiari”, afferma che i tre poteri dello stato sono responsabili del mantenimento dell’impunità. “Non ci sono progressi perché non c’è volontà di andare avanti. Nel contesto dell’America Latina, bisognerebbe guardare abbastanza di lato per rendersi conto di cosa capita per le mani. Le democrazie non sono consolidate se non si lavora tutti i giorni per loro, e lasciare la giustizia in sospeso in una democrazia significa che la democrazia se ne vada azzoppata”, avverte.

Nella sede della Banca Repubblica, di fronte a Plaza de los Treinta y Tres, la Plenaria Memoria e Giustizia ha collocato uno striscione con la frase: “Non scapperanno dalla condanna sociale”. Un uomo che dorme nella strada si copre con una coperta e ascolta con i suoi auricolari, a tutto volume, una partita di calcio. Un giovane, anche lui con gli auricolari, passa cantando una canzone in inglese. Ma in genere, la marcia motiva la gente a fermarsi e ad osservare. “Queste sono le persone che non hanno trovato?”, domanda un bambino a sua madre, indicando i cartelli. Ha in mano una bandiera dei Treinta y Tres dipinta con un pennarello su un foglio A4.

È impossibile raccontare gli isolati che occupa la marcia del silenzio. Solo i droni lo sanno. A partire da Ejido, si ripetono i nomi, i cognomi, i soprannomi di ciascuno di coloro che mancano. Sullo schermo dell’IMPO si vedono i loro visi, con gesti di altri tempi.

La marcia si ferma a Plaza Libertad, come tutti gli anni. Come tutti gli anni si intona l’inno, e come sempre, l’applauso finale si trasforma in un gesto di protesta, diventa ritmico, indignato. Si ferma e dopo riprende quando l’eco degli altri applausi, lontani là, esprime lo stesso fastidio, lo stesso dispiacere. Sette governi sono passati dalla fine della dittatura; sono stati trovati solo i resti di quattro dei quasi 200 scomparsi e i militari processati si contano sulle dita della mano.

A Plaza Libertad, si ripete il gesto di abbassare i cartelli fino al prossimo anno. Che sarà il numero 24 da quando si è iniziato a camminare per ricordare l’assassinio di Zelmar Michelini, Héctor Gutiérrez Ruiz, Rosario Barredo e William Whitelaw, nell’ottobre del 1976. Ma sarà passato un altro anno. “Ogni marcia è la medesima ed è un’altra. Come l’alveo di un fiume attraverso il quale scorre sempre acqua nuova”, dicevano i familiari nella loro convocazione. E spiegavano che marciano in silenzio “per ascoltare i loro nomi più chiari, che sono i nostri. E per lasciarli parlare, perché gli scomparsi parlano di tutti noi, della società che siamo, della società che vogliamo”.

23-05-2018

La Diaria

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Natalia UvalUruguay: Decenas de miles de personas en la Marcha del Silencio” pubblicato il 23-05-2018 in La Diaria, su [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=241919] ultimo accesso 08-06-2018.

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