Perché contro i Mapuche?


Darío Aranda

È il bersaglio scelto dal governo nazionale e dai media governativi. Tutti i popoli indigeni dell’Argentina chiedono la stessa cosa: territorio.

Hanno diverse metodologie di lotta, ma nessuna provoca tanta diffidenza (politica, giudiziaria, mediatica, sociale) come il modo di agire del Popolo Mapuche. “Terroristi”, “cileni”, “hanno ucciso i tehuelche” (tribù non mapuche, ndt), sono alcune delle definizioni che la voce ufficiale ha stabilito in diversi momenti della storia e si ripetono fino ad ora. A due mesi dall’assassinio alle spalle di Rafael Nahuel e dopo la creazione di un “comando unificato”, merito della ministra Patricia Bullrich, si va avanti con la criminalizzazione. Razzismo, diritti lesi e in fondo: il territorio disputato. Un articolo di Darío Aranda per “lavaca”.

Gennaio, agosto e novembre 2017. Tre momenti: feroce repressione contro il Pu Lof In Resistenza di Cushamen (Chubut), scomparsa di Santiago Maldonado e assassinio di Rafael Nahuel (nella Villa Mascardi, Río Negro). Come mai prima, i mezzi di comunicazione hanno fatto fuoco sui “mapuche”. La situazione mapuche si è insediata, nel peggiore dei modi, nell’agenda nazionale.

Diana Lenton, dottoressa in antropologia e docente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA, dichiara che l’avanzata contro il Popolo Mapuche ha una base fondamentale nel razzismo. Spiega che le comunità mapuche fanno le medesime richieste del Popolo Qom, ma esprimono il loro messaggio in modo differente, “da uguale ad uguale” di fronte al non mapuche. “Il punto di vista razzista non tollera che un indigeno si posizioni da uguale ad uguale”, afferma.

La Lenton mette in evidenza che molte persone di solito dicono di non essere razziste perché “aiutano” un determinato gruppo, ma quando il destinatario esce da questa situazione tutto cambia. “Tollerano ‘l’altro’ quando sta sotto uno, ma non tollerano che quell’altro lo tratti da uguale ad uguale”.

Membro della Rete di Ricercatori sul Genocidio e la Politica Indigena, aggiunge che c’è una generazione di dirigenti mapuche molto preparata, con una formazione politica e universitaria, e questo aumenta la diffidenza razzista. E quei dirigenti mapuche fanno un buon uso dell’oratoria e dei mezzi di comunicazione, per cui il loro discorso è forse più efficace di altri popoli.

Territori e compagnie

C’è una coincidenza nella quale un elemento centrale è la lotta per il territorio, con attori che passano sopra i diritti indigeni (imprese petrolifere, minerarie, grandi tenute; sempre d’accordo con settori politici e giudiziari). “Bisogna tenere presente perché imprese e perché attività economiche vogliono svilupparsi nei territori dove vivono le comunità mapuche”, mette in allarme la Lenton.

Lefxaru Nawel, membro della zonale Xawvnko della Confederazione Mapuche di Neuquén, conferma il rifiuto del fracking (in particolare a Vaca Muerta), delle attività minerarie e delle dighe, che sgomberano e inondano i territori ancestrali. Ed evidenzia un altro fattore particolare del Popolo Mapuche, i “recuperi territoriali”, quando le comunità identificano un luogo ancestrale oggi nelle mani delle grandi imprese o dei proprietari terrieri, e decidono di ritornare. Sebbene esistano alcune esperienze di recuperi territoriali di altri popoli (comunità pilagá a Formosa), questo è soprattutto proprio del Popolo Mapuche. “Più di 25 anni fa noi comunità decidemmo di fare un uso effettivo dei nostri diritti e di tornare nei territori che ci appartengono”, dichiara Nawel.

Colonizzazione tardiva

Lefxaru Nawel non dubita che negli ultimi mesi ci sia stata una campagna politica e mediatica per criminalizzare le comunità originarie della Patagonia. “Solo da poco sono passati i 130 anni della fine della conquista, per mano dello stato argentino, mentre i popoli indigeni del nord argentino l’hanno subita 300 o 400 anni fa, per mano degli spagnoli”, ricorda. E, d’altra parte, puntualizza che il Popolo Mapuche ha la particolarità di proporre la necessità di una nazione, non in termini secessionisti, ma di sovranità sui territori, autonomie, con proprie autorità. “È un progetto che comporta un profondo dibattito sullo stato plurinazionale, forse altri popoli non lo propongono così apertamente e questo comporta che i settori reazionari prendano posizioni repressive”, afferma.

Indomiti e transfrontalieri

Eduardo Hualpa è un avvocato specializzato in diritto indigeno, con più di venti anni di lavoro insieme alle comunità mapuche-tehuelche di Chubut. Crede che la diffidenza contro il Popolo Mapuche abbia molteplici cause, tra le quali che si tratta di “uno dei popoli più agguerriti, più indomiti, con dirigenti con un alto profilo in spazi regionali, nazionali e internazionali”. Afferma che la politica del governo nazionale è “puntare alla testa dei dirigenti mapuche e silenziare le proteste”.

Segnala anche la particolarità della grande estensione territoriale che abbracciano le comunità mapuche, con una presenza in cinque province, fatto che “gli ha dato una grande dinamica, differente nella loro lotta” ed evidenzia che si tratta dell’unico popolo che alza la bandiera dei recuperi territoriali.

Evidenzia che è nota anche la presenza mapuche in ambiti giudiziari. Hualpa è autore del libro “Diritti Costituzionali dei Popoli Indigeni”, dove ha scoperto che la metà delle sentenze nelle cause indigene riguardano comunità mapuche. È il popolo indigeno che litiga di più nei tribunali.

“Un fattore che fa pensare è che si tratta di un popolo transfrontaliero (Argentina e Cile), al quale calzano molto bene le teorie sulla sicurezza continentale che sono promosse dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti”, mette in allarme Hualpa, membro dell’Associazione degli Avvocati di Diritto Indigeno (AADI).

Estrattivismo e classe sociale

Adrián Moyano è laureato in Scienze Politiche e giornalista, ha scritto tre libri sul Popolo Mapuche e da 27 anni vive a Bariloche. Afferma che “l’offensiva e le repressioni” contro il Popolo Mapuche sono in relazione con l’annunciata “pioggia di investimenti” che il governo nazionale promette per la Patagonia. E precisa che un attore di peso è l’Eximbank, organizzazione finanziaria pubblica degli Stati Uniti che finanzia investimenti di compagnie statunitensi all’estero. “Vari di quei progetti passano per Neuquén, Río Negro e Chubut, e sono relativi allo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali e a progetti idroelettrici”, spiega Moyano.

Indica come esempio l’intenzione di una diga sul fiume Corcovado, contrastato dalla popolazione della città con il medesimo nome e dalla comunità mapuche Pillán Mahuiza. Sebbene il progetto abbia quasi due decenni, serve per approvvigionare di energia la compagnia Aluar, annunci ufficiali segnalano un tentativo di rilancio.

Moyano ricorda che il presidente Macri è solito riposare nel country club Cumelén di Villa la Angostura, e che poco tempo dopo essere stato eletto ha avuto un incontro con Joe Lewis, “signore feudale della zona e, come Benetton, con il controllo sulle fonti d’acqua e i progetti idroelettrici”.

Un fattore storico che evidenzia è che il Governo “è giunto al potere con lo speciale appoggio del settore sociale che ha beneficiato della Campagna del Deserto”. Il caso più emblematico è la nomina del presidente della Società Rurale Argentina, Luis Miguel Etchevehere, a capo del Ministero dell’Agroindustria. “L’appartenenza a quella classe sociale di funzionari importanti  è un fattore che spiega il particolare accanimento contro i mapuche, nell’ambito di un Governo che aumenta la stigmatizzazione dei popoli indigeni”, afferma Moyano.

Il Comando di Bullrich

“Comando unificato”, è stato il nome scelto dalla ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich, per battezzare uno spazio promosso dal governo nazionale e organizzato con i governi di Neuquén, Río Negro e Chubut.

“Dopo otto anni di un crescente aumento della violenza, la Ministra della Sicurezza insieme ai ministri di Governo di Chubut, Pablo Durán, della Sicurezza di Neuquén, Jorge Lara, e al ministro della Sicurezza di Río Neogro, Gastón Pérez Estevan, hanno creato un comando unificato per affrontare la problematica. Con 96 cause giudiziarie contro di loro, questo gruppo violento ha intensificato i propri attacchi, intimorendo tutti i cittadini”, annuncia il comunicato del governo nazionale, datato 27 dicembre 2017.

Secondo il Governo, si registra “un incremento delle azioni violente e delinquenziali dell’organizzazione Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), il braccio armato di un movimento di liberazione etnonazionalista chiamato Movimento Autonomo del Puel Mapu (MAP). La RAM e il MAP, e la loro organizzazione madre situata in Cile, il Coordinamento Arauco Malleco (CAM) promuovono una lotta insurrezionale contro gli stati argentino e cileno che persegue il fine ultimo di separare i cosiddetti ‘territori ancestrali’ di ambedue paesi, e confermare un nuovo stato retto da un proprio governo”.

Le chiama anche “organizzazioni estremiste” e le accusa di ricevere il sostegno di “gruppi anarchici e di sinistra radicale che utilizzano il loro nome e i loro simboli per commettere azioni violente nelle grandi città”.

RAM. Rapporto congiunto realizzato dal Ministero della Sicurezza della Nazione e dai governi di Río Negro, Neuquén e Chubut”, è il nome della “indagine” che ha presentato Patricia Bullrich. Si tratta di 180 pagine zeppe di imprecisioni, falsi dati, supposizioni e pone i mapuche come nemico interno, pericoloso, terrorista. “La RAM sarebbe legata a comunità aborigene radicalizzate nelle province di Río Negro, Chubut e Neuquén (…) Non riconosce lo Stato Argentino, la sua organizzazione, le sue leggi, e le istituzioni, cercando di imporre con la forza e il timore le proprie idee di non appartenenza alla Nazione Argentina (…) Agiscono nella clandestinità, con i visi coperti e portando armi da fuoco, pugnali, fionde, bombe molotov, bastoni e pietre. Incendiano proprietà, danneggiano installazioni, rubano bestiame, bloccano strade e la fornitura di elettricità, minacciano gli abitanti, intimidiscono e lanciano pietre contro i passanti, non permettono la libera circolazione, sparano, uccidono anche.

La seconda settimana di gennaio, il presidente Macri ha ricevuto i governatori di Chubut (Mariano Arcioni) e di Río Negro (Alberto Weretilneck), in vacanza nel country Cumelén di Villa la Angostura. “La questione mapuche” (come è chiamata da parte del potere) è stata nell’agenda politica.

“Una volta di più, assistiamo ad una misura del governo nazionale e dei governi di Neuquén, Río Negro e Chubut, che attenta contro leggi e principi democratici consacrati nella Costituzione Nazionale, configurando un altro passo nell’aumento della persecuzione dei popoli indigeni”, ha avvisato il Tavolo Nazionale per la Pace e il Dialogo Interculturale, formato da Adolfo Pérez Esquivel, Fernando Pino Solanas, Roberto Gargarella, Diana Lenton, Maristella Svampa e Alcira Argumedo, tra gli altri.

Allo spazio partecipano anche la Confederazione, il Parlamento Mapuche-Tehuelche di Río Negro e il Parlamento Plurinazionale. “La creazione di un comando con forze di sicurezza a carattere interprovinciale e nazionale il cui obiettivo è combattere questo ‘nemico mapuche’ ricorda la terribile storia del terrorismo di stato in Argentina”, hanno avvisato le organizzazioni indigene.

Anche il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale (Correpi), insieme a mezzo centinaio di organizzazioni, ha ripudiato la creazione del comando unificato: “Lo Stato, nuovamente, cerca di demonizzare e dividere diversi movimenti popolari, con l’obiettivo di creare un nemico interno, un capro espiatorio per giustifichare il vertiginoso aumento della repressione della protesta sociale di fronte alle permanenti misure antipopolari che porta avanti.

Facendo il gioco

Il 10 gennaio, il Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu (MAP) ha emesso un comunicato con il quale ha denunciato la politica repressiva del governo nazionale. E ha anche rivendicato le modalità d’azione della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), giusto lo spazio che il Governo mette in discussione e tema della campagna mediatica dei grandi quotidiani.

“La Resistenza Ancestrale Mapuche è esistita, esiste ed esisterà fino a quando il Popolo Mapuche continuerà ad essere oppresso dallo stato argentino (…) Di fronte a queste minacce, alla violenza e all’assoggettamento esercitato dallo stato e dal capitalismo transnazionale, il fatto è che sono stati organizzati gruppi di resistenza nelle comunità e nelle zone rurali per difendere il territorio mediante azioni di sabotaggio”, spiega il comunicato.

Segnala che il MAP è “una proposta politica e filosofica” e sostiene che “le comunità allineate alla proposta politica del MAP riconoscono l’esistenza della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

Nessuna comunità mapuche firma il comunicato. Nessuna comunità mapuche si identifica in pubblico come parte della RAM.

Il comunicato del 10 gennaio è funzionale alla strategia repressiva del governo nazionale.

Lo scorso settembre, una decina di organizzazioni mapuche aveva emesso un inusuale e duro comunicato: “Di fronte al drammatico o grottesco appello della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

“Non avalliamo, non giustifichiamo, non aderiamo a nessuna RAM. La RAM e la controfaccia, che è il piano di repressione dello stato, è il sintomo della mancanza di un dialogo politico istituzionale serio. Il Popolo Mapuche rivendica i diritti umani e la non violenza come metodo di rivendicazione dei diritti”, evidenzia lo scritto firmato dai referenti del Coordinamento del Parlamento Popolo Mapuche-Tehuelche di Río Negro, della Confederazione Mapuche Neuquina (Zonali Xavnko, Pewence, Willice e Lafkence) e delle comunità di Santa Fe, Chubut e Santa Cruz. Contestano duramente la RAM: “Oggi sorge una espressione che si autodefinisce mapuche, che attraverso comunicati e volantini si rende responsabile di azioni dirette, con attacchi fisici e distruzioni materiali di presunti ‘obiettivi nemici’ che in modo grottesco ed evidente sembra più l’agire di un gruppo di intelligence che la lucidità e capacità di resistenza culturale che ha avuto il popolo mapuche in decenni di repressione”.

Hanno ricordato che il popolo mapuche ha sempre rivendicato il dialogo come forma di risoluzione dei conflitti. “Come è possibile che assurdi volantini che rivendicano violenza, aggressioni fisiche, incendi di beni di lavoratori, di spazi pubblici, siano proprio di persone che si identificano con una storia come quella mapuche. Crediamo che sia opera di una montatura, dell’agire dei servizi di intelligence degli stati argentino e cileno, per approntare un piano per l’applicazione della legge antiterrorismo; costruendo così uno scenario che giustifichi una politica repressiva”.

Violenza e impunità

Il 17 gennaio la comunità mapuche Las Huaytekas ha denunciato un attacco incendiario nelle sue abitazioni. La polizia non ha perseguito gli attaccanti. E il Potere Giudiziario ha i suoi tempi (lunghi) per indagare i fatti di violenza contro i mapuche.

Giovedì 25 gennaio si compiono due mesi dall’assassinio alle spalle, per mano della Prefettura, di Rafael Nahuel, giovane mapuche. Nonostante che il proiettile mortale sia del medesimo calibro di quelli utilizzati dalle forze statali, nessun effettivo è stato processato dal giudice Gustavo Villanueva né allontanato dal suo incarico da Patricia Bullrich.

Ci saranno manifestazioni nella città di Buenos Aires, nella capitale neuquina e a Bariloche. “È stato lo Stato, è stata la prefettura. Nessun altro morto per la difesa del territorio”, invita la convocazione a Bariloche, promossa da organizzazioni sociali, comunità mapuche, familiari e amici di Rafael Nahuel.

Il manifesto di invito mostra una foto di Rafael Nahuel in un corteo, che suona un ñolkiñ (strumento mapuche). A lettere rosse, due parole riassumono ciò che chiede la famiglia Nahuel e anche un debito storico verso i popoli indigeni: “Giustizia ora”.

25/01/2018

lavaca

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío Aranda, ¿Por qué contra los Mapuches?” pubblicato il 25-01-2018 in lavacasu [http://www.lavaca.org/notas/por-que-contra-los-mapuches/] ultimo accesso 06-02-2018.

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