Il nuovo paramilitarismo colombiano


Diego Serrano / Fronte Urbano Camilo Torres

La strategia del nemico interno, è stata la condanna della Colombia, che non apre la strada alla possibilità di ampliare il proprio orizzonte democratico; con questa logica, il paese è sopravvissuto alla recente storia, la stigmatizzazione, il segnalamento, la persecuzione e la scomparsa di tutto un gruppo di persone, di idee e differenze politiche che cercano di mettere in discussione e affrontare lo stato, hanno bloccato le opzioni di cambiamento, con una prospettiva che dia dignità all’esistenza e alle forme di vita del popolo colombiano.

Le origini imperialiste

Dopo la seconda Guerra mondiale, sorge l’imperialismo nordamericano, come la principale potenza egemonica mondiale e inaugura la Guerra Fredda, come guerra permanente contro il comunismo su scala planetaria, secondo la Dottrina della Sicurezza Nazionale. Così il Pentagono ha imposto alle oligarchie creole, la strategia del nemico interno, come la priorità militare dei loro governi. Facendo uso di tutto l’apparato statale, hanno cercato di reprimere qualsiasi tipo di espressione di opposizione, per evitare o neutralizzare l’attività politica di differenti settori della società, riuniti in movimenti sociali e organizzazioni politiche differenti da quelle tradizionali e questo, dopo la nascita delle guerriglie di sinistra nel 1964, si intensifica come pratiche di stato. Così diventa ufficiale il Terrorismo di Stato, che attacca in modo sistematico la popolazione civile, con differenti meccanismi di terrore.

Per il caso colombiano, l’applicazione di questa strategia imperialista, è stata la nascita e il consolidamento del progetto paramilitare, come politica di stato, che con il pretesto della lotta antisovversiva, ha rafforzato il dominio economico e politico delle oligarchie in varie regioni, attraverso l’azione militare illegale; basato anche su un progetto ideologico che è stato alimentato dai grandi proprietari terrieri e latifondisti a causa dell’assenza dello stato in molti territori del paese e dalla pressione generata dalla guerriglia. Questo ha portato a stabilire un discorso anticomunista generalizzato, che è stato accettato non solo nelle sfere del potere economico e politico, ma che, grazie al ruolo dei mezzi di comunicazione, è calato su gran parte della società. Con quello si è alluso alla difesa della proprietà privata attraverso la rivendicazione della “legittima difesa”, discorso di grande gradimento tra importanti impresari, usurpatori di terre del paese e imprese multinazionali.

Il paramilitarismo al potere

Questa logica, dopo più di tre decenni dall’apparizione del paramilitarismo come politica di stato, continua ad essere così attuale come non mai, anche nonostante lo show e la pompa magna della presunta smobilitazione che si è avuta con la Legge di Giustizia e Pace del 2005, dell’ex  presidente Álvaro Uribe, attraverso i quali è stata fatta la montatura, per far credere all’opinione pubblica che le forze paramilitari smettevano di esistere. Ma questo non è stato altro che una farsa mediatica, dato che viene mantenuto il medesimo discorso antisovversivo e continua a generare le pratiche di terrore nella maggioranza delle regioni del paese, nelle quali il paramilitarismo non ha mai smesso di esistere, perché mai i suoi alleati politici ed economici hanno perso il dominio dei territori di cui si sono impadroniti e che mantengono a sangue e fuoco.

Il decennio del 2000 sarà lo scenario dello smantellamento parziale della struttura paramilitare. Il paese entra in un momento di consolidamento di un modello di sviluppo estrattivista e di monocolture, con cui i paramilitari hanno molte affinità. Il paramilitarismo, inoltre, si trasforma nella locomotiva di una nuova fase di accumulazione originaria di capitale, attraverso il violento saccheggio e i profitti straordinari del narcotraffico. La politica della terra bruciata del paramilitarismo permette di svuotare i territori, con una presenza guerrigliera, della grande maggioranza della popolazione, che ha subito la scomparsa delle forme organizzative, l’assassinio dei principali dirigenti e l’esilio di massa.

Così si ha una simbiosi tra la rancida oligarchia regionale e i nuovi ricchi del narco-paramilitarismo. L’arrivo di Álvaro Uribe Vélez alla presidenza, nel 2002, avrebbe significato il consolidamento di un progetto che si stava costruendo a livello regionale, attraverso la politica e attraverso la forza (strutture e blocchi del paramilitarismo), che con Uribe sarà centrato su una prospettiva nazionale. Con Uribe, il narco-paramilitarismo prende d’assalto il potere dello stato centrale, per cui sarà necessario legalizzare le basi economiche create dai paramilitari e smantellare parzialmente l’attività militare di alcuni gruppi; è per questo che una delle bandiere politiche dell’uribismo in quel periodo sarà questo accordo di pace, che vuol favorire una generazione di capi narco-paramilitari in un processo di reinserimento, in modo da dargli una certa legalità, scontando delle pene ridicole, affinché possano consolidare i propri progetti economici in ciascuna delle regioni sotto controllo, legalizzando i propri capitali ottenuti disonestamente, e, controllando l’attività politica ed economica nei propri territori.

Il neo-paramilitarismo

Dopo il processo di smantellamento delle grandi strutture paramilitari rurali, vengono formati gruppi neo-paramilitari, che principalmente entrano per esercitare il controllo urbano e suburbano. Questi consolideranno strutture a livello regionale, dove sorgeranno alleanze tra vecchi paramilitari, politici e imprenditori, di modo che, dopo il consolidamento del loro progetto nazionale di estrema destra, tornano nelle loro regioni a controllare importanti settori dell’economia, a governare l’amministrazione pubblica e a continuare a manovrare dall’illegalità, con tutti gli affari illeciti e criminali, come i sequestri, il contrabbando, la prostituzione e il narcotraffico, del quale non hanno consegnato nel processo di disarmo tutte le rotte, e con le strutture militari che non saranno smantellate. Così continueranno a consolidare principalmente la propria economia in vari modi: effettueranno funzioni di sicurezza agli affari del narcotraffico stabilendo quote, le estorsioni continueranno ad essere un’importante fonte di risorse, legalizzeranno il denaro ottenuto in modo illegale attraverso imprese di facciata e l’aiuto del sistema finanziario, si dedicheranno a meccanizzare l’allevamento e la monocoltura, specialmente della palma da olio attraverso il saccheggio di terre; e in generale si approprieranno di reddito pubblico grazie all’aiuto di politici locali, per mezzo dei quali potranno costituire imprese di gioco d’azzardo e di sport professionistici; cooperative di sicurezza, di sanità, trasporto e distribuzione di combustibili; impianti di divertimento e turismo, centri commerciali, concessionarie di auto, urbanizzazioni di lusso, ecc.

Nelle relazioni e nei legami stabiliti con importanti settori della società, è in evidenza la creazione di partiti politici che saranno fatti nei governatorati e nei municipi locali, fatto che dimostrerà che queste strutture non sono solo bande al servizio del narcotraffico, ma che hanno una prospettiva più globale riguardo la politica nazionale, questo si tradurrà in contesti favorevoli al loro dominio territoriale. Il narco-paramilitarismo si trasforma nella principale macchina elettorale, per ottenere voti attraverso la legge metallica del “piombo e del danaro”, che finiscono al servizio di tutti i partiti politici istituzionali.

Questi gruppi neo-paramilitari mantengono la propria direttrice ideologica, di essere al servizio dell’estrema destra e a difesa dello stato, funzionando attraverso gruppi regionali, dove ciascuno di questi realizzerà attività di intelligence, finanziarie, di controllo e sterminio sociale e politico, in stretta collaborazione con gli apparati repressivi del regime. Dette attività si sviluppano attraverso reti di appoggio di informazione, connessi alle strutture dei settori che hanno definito la polizia e i gruppi di appoggio militare, che continueranno ad operare dalla clandestinità e mettendo al loro servizio la grande maggioranza delle bande delinquenziali. Questo concubinato delle forze repressive statali e del neo-paramilitarismo ha moltiplicato in modo esponenziale l’affare del microtraffico dei narcotici, facendo della Colombia, non solo il principale paese esportatore di cocaina, ma anche uno dei principali consumatori, con il gravissimo costo della decomposizione della gioventù e dell’infanzia.

Il neo-paramilitarismo e il post-accordo

Con l’accordo delle FARC con lo stato, per diventare un’organizzazione legale, il governo di Juan Manuel Santos grida ai quattro venti che la Colombia è entrata nell’epoca del “post-conflitto”, senza che lo stato sia migliorato o abbia superato nessuna delle cause che hanno dato origine al conflitto interno.

In mezzo ai dibatti giuridici, per permettere ad alcuni capi delle FARC di far parte del parlamento, la maggioranza dei componenti della guerriglia non sa quale sarà il proprio futuro, dentro un sistema, che hanno combattuto per tutta la vita. L’incertezza aumenta, mentre vedono morire diversi loro compagni e familiari in stato di mancanza di difesa e mentre aumentano gli assassinii, nei settori sociali, di dirigenti sindacalisti, di contadini, indigeni, afrodiscendenti, studenti, attivisti popolari e difensori dei Diritti Umani.

Mentre una guerriglia si disarma, le azioni del paramilitarismo prendono la mano contro le organizzazioni sociali e politiche che portano avanti alcune attività di difesa dei propri diritti più elementari. Sorgono nuovamente i gruppi paramilitari rurali, che cercano di circondare i territori che le FARC abbandonano, causando il terrore e l’esilio. Nonostante ciò, i portavoce governativi e tutti gli intellettuali organici e funzionali alle istituzioni, fanno equilibrismi accademici per dimostrare che il paramilitarismo non esiste, che il periodo criminale non è sistematico e che sono risorte solo alcune bande criminali che chiamano Bacrim, che non hanno motivazioni politiche e alle quali interessa solo arricchirsi.

Ora viene pubblicizzata l’immediata resa di uno dei principali gruppi del narco paramilitarismo, a cui in ogni momento cambiano il nome: Los Urabeños, il clan Úsuga, le autodifese Gaitaniste o il clan del golfo. Ma, con la sicurezza che il governo non potrà affibbiare al gruppo di Otoniel la responsabilità delle centinaia di crimini che hanno effettuato nell’ultimo anno contro i settori dell’opposizione. Semplicemente quelle morti fanno parte dei crimini di stato e il paramilitarismo è una delle maschere che utilizzano le forze di repressione statale.

Le guerriglie colombiane sono venute a giocare un ruolo di contenimento alla devastazione capitalista, in varie regioni che sono molto ricche di biodiversità, risorse naturali e beni pubblici. Con la smobilitazione delle FARC, è rinata la voracità sfruttatrice del grande capitale e, pertanto, assistiamo di nuovo ad una ripresa del paramilitarismo, che  il Terrorismo di Stato dispiega contro la popolazione.

Paradossalmente, il mal chiamato post-conflitto, è un’altra fase di acutizzazione della guerra interna colombiana, dove lo stato elimina tutto quello che rappresenta il nemico interno al grande capitale.

25 settembre 2017

ELN Voces – Ejército de Liberación Nacional

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Diego SerranoEl nuevo paramilitarismo colombiano” pubblicato il 25-09-2017 in ELN Voces – Ejército de Liberación Nacionalsu [http://www.eln-voces.com/index.php/voces-del-eln/frentes-de-guerra/54-fu-nacional/1267-el-nuevo-paramilitarismo-colombiano] ultimo accesso 04-10-2017

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