Intervista a Raúl Zibechi: Pensiamo per resistere, resistiamo pensando


Débora Cerutti e Mercedes Ferrero 

Raúl Zibechi ha visitato Córdoba il mese passato, invitato dal Collettivo di Ricerca La pianura in fiamme per la seconda edizione del seminario “Dialoghi dalla pianura: capitalismo e resistenze”.

Dopo due giorni di ricchi dibattiti, pensiamo insieme a lui ad alcune sfide delle resistenze oggi, così come del pensiero critico in tempi di tanto fast-food accademico e di idee inscatolate.

Le categorie si definiscono nella(e) lotta(e)

Cominciamo la chiacchierata ponendo sul tavolo la domanda sulla validità o (im)potenza delle categorie di “alto” e “basso” per affrontare l’attuale scenario nella regione, e come metrica con cui costruire le lotte. Ma Raúl ci ha rapidamente sfidati proponendo un altro cammino per il pensiero, e sottolineando il valore epistemologico di quelle categorie costituite dal conflitto e al calore delle lotte. “Come tutti sappiamo quella di alto e di basso viene dallo zapatismo, no? Io credo che sia una definizione che condivido, aiuta ad uscire da concetti come classe, come razza o etnia, ecc. E aiuta, soprattutto, perché chi la formula, e quello è il valore che ha epistemologico, sono gli indigeni. Quello è per me, il principale valore”, afferma Zibechi.

Così, il “basso” si costituisce in un’ampia categoria che include quelli che siamo sfruttate e oppresse, ci dice Zibechi. E continua: “Non c’è una frontiera concettuale definita, ma quello che definisce la frontiera è il conflitto, la lotta. Alto e basso non sono categorie fisse, non sono categorie definitive, si includono o escludono persone, in funzione di come si posizionano in una lotta. Come ogni categoria ha i propri limiti, no?, dico, è imprecisa, è fluttuante, la qual cosa non è male. Coloro che non sfruttano, coloro che non opprimono, quelli starebbero in un concetto ampio di “quelli in basso”.

Il “basso”, propone Raúl, è una categoria che serve per il Chiapas e per chi la vuole usare, fatto che non implica che sia una categoria “con vocazione ad essere universale”. E ci ricorda che gli zapatisti, mai hanno proposto di universalizzare le loro idee.

Le categorie di alto e basso, hanno per Zibechi due valori principali; da un lato sono frutto dell’esperienza di lotta e, dall’altro, sono formulate da un soggetto che sta in basso e sceglie chiamarsi così. Nè astratte, né fisse: la validità delle resistenze richiede categorie-strumenti di lotta, vive, attive, mobili, creative; il cui valore risieda nella capacità di spiegare il mondo e rendere conto delle relazioni di saccheggio, sfruttamento, dominazione, sia come del suo potere di riorganizzarlo e trasformarlo. Quanto più, in scenari come l’attuale, dove il conflitto sociale e politico assume -sempre più- la forma della guerra.

Il pensiero critico così si trasforma in un trincea, in una azione necessaria dell’esistere-resistere. E nella trincea, non c’è spazio per la pigrizia intellettuale, per i luoghi comuni, lì non è possibile una decisione comoda né la sicurezza; ma nemmeno -e in questo bisogna insistere- c’è tempo per il divagamento e la speculazione concettuale. Pensiamo per resistere. Pensiamo per reinventare la vita, nei limiti della morte.

Senza autodifese non si può resistere né creare nuovi mondi

Conversare sulle sfide del pensiero critico emancipatorio con Zibechi, ci ha spiritualmente e mentalmente trasportati a San Cristóbal de las Casas (Chiapas, Messico). Da lì poniamo  l’orecchio vicino al cuore dei e delle compagne zapatiste, che ci offrono un’immagine del capitalismo: il mostro dalle centinaia di teste che si moltiplicano nella misura in cui gli sono tagliate. Che facciamo per mettere fine all’idra capitalista? Come lo facciamo fuori? Ci domandiamo insieme a Raúl Zibechi.

Il compagno ha risposto con molta serietà sostituendo il senso della nostra domanda per trasformarla in sfida: “Noi movimenti dobbiamo fare due lavori: uno di tagliare teste; quella è sempre stata la dinamica storica dei movimenti antisistema. Lottare, resistere, avanzare quando si può, destituire, accettare… la lotta contro il capitalismo. E a sua volta, creare mondi nuovi, creare spazi di educazione, sanità, produzione, di vita. Quegli spazi sono piccoli mondi nuovi che andranno a crescere. E in quei mondi nuovi c’è un compito nuovo che è difenderli. Come? Ora si vedrà. Ciascuno lo difende a modo suo”.

E ha aggiunto “in America Latina (…) abbiamo un mucchio di esperienze di autodifesa dei tipi più diversi… in generale non armate. O armate con strumenti come bastoni o cose così, simboliche, vero? Ma la disciplina c’è e la capacità c’è, e quando dovranno fare un passo in più lo faranno o no”.

Due compiti (intrecciati) per le società in movimento in questa fase: resistere al capitalismo, assestargli piccoli e grandi colpi; misurare la correlazione di forze, agire per cercare di modificarla a nostro favore; recuperare terre, risorse, macchinari, strumenti; sabotare l’accumulazione di profitti e il saccheggio; ampliare i dialoghi, avere una tenace militanza controculturale, solidarizzare con le altre lotte, unire le forze. E creare nuovi mondi, costruire autonomie, forme e modi propri, emancipatori, di risoluzione materiale della vita, della salute, della produzione, della convivenza, di relazione sociale, di giustizia, di deliberazione e presa di decisioni, di educazione, di pensiero-azione; tessere saperi e volontà.

Diciamo compiti “intrecciati”, perché qualsiasi processo organizzativo che voglia costruirsi in modo resistente nel tempo, deve tenere conto di ambedue le dimensioni, ambedue le “vie”, come dice Zibechi. Nemmeno i “nuovi mondi” possono persistere senza far fronte all’avanzata e alla penetrazione estensiva e intensiva nelle territorialità sociali da parte del capitale e del potere (l’Idra divora tutto al suo passaggio, ingoia tutto, rimodifica ogni “alternativa” nella sua metrica di accumulazione e sottomissione). Nemmeno le azioni di resistenza, per quanta ostinazione, intransigenza e resistenza abbiano, hanno prospettive future per sé stesse (domandiamoci, per esempio, quanto tempo è umanamente possibile mantenersi nella prima linea di battaglia senza riposo, senza cibo, senza addestramento, senza cure).

Ma anche, Raúl ribadisce che quando costruiamo nuovi mondi, sorge un nuovo compito che è difendere quei mondi. Condivide e racconta una diversità di esperienze recenti che puntano in quel senso; si tratta nella loro grande maggioranza di esperienze di autodifesa inalberata in difesa e protezione della terra e del territorio, principalmente rurali, ma non solo. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la polizia comunitaria del Guerrero, la guardia indigena Nasa nel sud della Colombia, le ronde contadine e i Guardiani delle Lagune in Perù, le brigate di autodifesa mapuche, i gruppi di donne per affrontare la violenza maschile nelle villas (insediamenti precari argentini, ndt) di Buenos Aires.

Senza dubbio potremmo ricostruire un percorso storico più vasto, con le resistenze di fronte all’invasione e alla colonizzazione come punto di partenza di tradizioni guerriere-difensive nella Nostra America, ma anche indagando esperienze e strategie storiche dei settori popolari urbani, solo per fare un esempio. Qui si tratta di un compito irrisolto, e un lungo cammino da percorrere in società intenzionalmente disarmate, espropriate di saperi e pratiche di autodifesa, in favore di strutture gerarchiche e militarizzate, e contro le dignità dei popoli. Autodifese, allora, perché senza quelle non ci sono resistenze né autonomie possibili.

L’autonomia come esperienza di potere che non sostituisce

Per molte di noi che pensiamo a partire dalle resistenze, non ci sono dubbi che la congiuntura del presente ci mette sotto scacco, minacciando le nostre esistenze, territori, popoli e progetti, in modo sempre più aperto e brutale. Nonostante ciò, Raúl trova speranze nelle esperienze vigenti e nelle loro capacità future, perché presuppongono accumulazioni storiche di esperienze e saperi di lotta, che sono lì e non possono essere negati. Ci avverte anche che queste possono dispiegarsi e moltiplicarsi esponenzialmente in “contesti di tormenta”. La tormenta, come la intendono gli zapatisti, quella catastrofe che viene in tutti i sensi, e che si trasforma sia in una minaccia che in una possibilità: “Dobbiamo costruire, dobbiamo avanzare, dobbiamo costruire diversamente dal capitalismo, senza padroni, senza gerarchie e quelle costruzioni fioriranno, cresceranno esponenzialmente se c’è la tormenta. Senza tormenta non possiamo vincere”.

Zibechi, continua questa metafora dicendo: “se tu pensi che il capitalismo sia una idra, gliene tagli una, come fai a tagliargli tutto simultaneamente? Hai bisogno di un’altra idra. Allora hai un’altra idra qui che ti opprimerà (…) Il problema è come non creare stato, avere un potere che non sia stato. Un cielo stellato. Che vantaggi hai, che non ti possono cooptare. C’è sempre lotta. Ci sarà sempre conflitto, e se domani cambia la cosa e si mette gente negli edifici, questi dello stato diverranno oppressori dopo poco tempo. Anche se noi entriamo come liberatori, ci trasformeremo in oppressori”.

E lì, la dispersione del potere che propone Zibechi, è necessaria immediatamente e nel frattempo, anche se è una dispersione territoriale dove la dispersione della popolazione è necessaria. “Le città sono un fatto insostenibile a lungo termine. Sono condannate al disastro. La maggioranza assoluta dei morti che ci saranno nelle tormente, saranno urbani. Credo che quello di cui si tratta, è apprendere, vedere ciò che c’è, aiutare a costruire e potenziare quelle costruzioni affinché resistano il più possibile e possiamo avanzare in quella direzione”.

Da lì l’urgenza: ascoltare (ascoltarci) i popoli, recuperare saperi ancestrali, reinventare le immaginazioni politiche e collettive, puntare -dalla prassi- ad abbattere i limiti del possibile, del pensabile, del dicibile, del realizzabile. Comunicarlo, tesserlo, da trincea a trincea, da territorio a territorio.

Foto: Colectivo Manifiesto

22 settembre 2017 

La tinta

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Débora Cerutti y Mercedes Ferrero, Entrevista a Raúl Zibechi: pensamos para resistir, resistimos pensando” pubblicato il 22-09-2017 in La tintasu [https://latinta.com.ar/2017/09/entrevista-raul-zibechi-pensamos-resistir-resistimos-pensando/] ultimo accesso 27-09-2017

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