“In Venezuela non possiamo appoggiare una destra violenta patrocinata da fuori”


César Valdez e Marco Teruggi

Possiamo non essere d’accordo con il chavismo, ma non possiamo appoggiare una destra violenta appoggiata dagli Stati Uniti, dichiara il giornalista Marco Teruggi in una intervista con César Valdez per il sito di notizie di Cristina Sada.

Che significa per il Venezuela e per l’America Latina il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente convocato dal governo di Nicolás Maduro?

Bene, credo che per comprendere l’attuale momento che è, diciamo, in una fase di acutizzazione dello scontro, bisogna porre vari elementi in prospettiva per intendere  com’è che si sia giunti a questa situazione e perché domenica si va a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente. Credo che la prima cosa da intendere sia che da quando quattro anni fa Nicolás Maduro si è insediato qui, c’è stato un permanente processo di destabilizzazione che è avvenuto su tutti i piani, a volte con maggiore priorità su uno e a volte simultaneo. Allora, da quattro anni abbiamo un attacco sul fronte economico, un attacco sul fronte comunicazione, un attacco in termini di violenza (per dirlo in termini semplici), un attacco sul piano diplomatico, un attacco sul piano civico, della popolazione. Tutto quello si va permanentemente combinando, e quello che è permanente è l’attacco economico, è pressapoco il fattore che più lavora al logorio della popolazione.

Allora, la destra ha regolarmente cercato episodi insurrezionali per abbettere con la forza il governo di Nicolás Maduro. Il primo episodio ci fu nello stesso giorno in cui il presidente vinse nell’aprile del 2013, giorno in cui Capriles Radonski chiamò la gente nelle strade e finì con undici morti. Il secondo episodio fu nel 2014, da febbraio ad aprile; quella volta si mise di traverso Leopoldo López e il saldo finale fu di 43 morti. E questo che stiamo vivendo ora sarebbe il terzo tentativo di uscire con la forza.

Loro calcolano che la situazione economica, più del logoramento provocato dalle difficoltà per ottenere medicine, dei prezzi che aumentano, della pressione internazionale, degli attacchi della stampa e dei mezzi di comunicazione nazionali e stranieri, sul governo, fanno sì che ci siano le condizioni per convocare la gente e con la forza eliminare il governo di Nicolás Maduro.

Quello è cominciato agli inizi di aprile e il conflitto è andato evolvendo, come dire, quando è iniziato c’era uno schema conosciuto per quello che è la logica del conflitto venezuelano: c’erano interruzioni di strade, c’erano attacchi con bombe molotov, assassinii di persone nelle manifestazioni, ma diciamo, qualcosa che sta è la logica del conflitto di come la destra lavora lo scenario casalingo. Non era nuovo.

A partire da allora e fino ad oggi, abbiamo avuto un’evoluzione di quel quadro, segnato da varie fasi molto forti. La prima è che hanno incominciato ad apparire attacchi di tipo militare, attacchi alle caserme militari, ai commissariati, attacchi armati contro i corpi di Sicurezza dello Stato, ossia, una bomba fatta detonare a distanza; all’estremo quando pochi giorni fa si è vista a Caracas una persona con un fucile R15 che assaltava una stazione di polizia. Quello è il nuovo, una acutizzazione di quella scalata, mischiata a sua volta con tentativi di mantenere per due o tre giorni vari punti del paese sotto l’assedio di una violenza molto forte.

In dieci o quindici città venezuelane ci sono stati quegli attacchi che durano due o tre giorni, li possono guidare gruppi paramilitari, o li possono guidare gruppi di scontro addestrati per questo. Quelle sono cose che da fuori non si sanno molto, ma quando uno percorre il paese si rende conto che quella struttura armata che tiene insieme la destra sta operando con molta forza e sarebbe, per dirlo in termini classici, il suo braccio armato, che è quello che lavora nell’ombra e che non viene mostrato nella comunicazione.

Potresti precisare per la gente che non conosce lo scenario venezuelano: Chi è la destra? Qual è la sua struttura?

Ci sono differenti livelli di destra. Abbiamo la grande borghesia riunita nelle camere, l’oligarchia, soprattutto la Federazione Nazionale degli Allevatori, la cupola ecclesiastica, i partiti di destra che a loro volta al loro interno hanno differenze, non è la stessa cosa la destra come Unità Democratica che è guidata da Henry Ramos Allup, della destra più nuova come Unità Popolare o Prima Giustizia, che sono quelle di Leopoldo López ed Henrique Capriles Radonski.

Dopo abbiamo la base sociale storica della destra, che è una base principalmente di classi medie, medio alte, che è quella che si è permanentemente opposta al chavismo per tutto il periodo che è stato al governo dal 1999, che sono coloro che hanno appoggiato il colpo di stato nel 2002, che hanno odiato tutto quello che sembri chavismo, quella è la sua base sociale, e a loro volta hanno sviluppato, diciamo, formazioni per lo scontro di strada. Allora, ci sono livelli che si vedono e livelli che non si vedono.

Cosa è ciò che si vede nella strada e che viene mostrato nei mezzi di comunicazione?

I dirigenti della destra, la sua storica base sociale mobilitata e poco a poco si incominciano a vedere coloro che loro chiamano “gli scudieri”, che sono le prime linee di scontro, che si vedono intensamente nelle telecamere. È questa gente che è preparata con scudi, che rimanda all’età media -non è un caso che sia così-, che già sono rivendicati come eroi; quelli sono i primi livelli e fino a lì arrivano le telecamere, ed evidentemente sono sempre presentati come se fossero vittime delle aggressioni dello stato. Quegli scudieri hanno una gamma di modalità di scontro: le bombe molotov, i mortai nelle loro differenti varietà, i cavi, che sono fili di ferro con i quali interrompo le strade, olio per far scivolare le moto, eccetera; una gamma di modalità per scontrarsi in strada.

E a sua volta ci sono gli altri livelli che sono questi fili che nessuno nomina, che sono livelli che hanno la capacità, per esempio, di assaltare caserme militari, di assaltare commissariati, di sottomettere una popolazione con armi lunghe, armi corte, con assedio totale, che sono coloro che operano quando la destra organizza uno sciopero, allora questi gruppi appaiono e obbligano i commercianti a chiudere i negozi. Sono su moto incappucciati, con armi da fuoco, danno fuoco agli autobus che circolano per obbligarli a fermarsi, e che hanno a che vedere con un processo che da molti anni ha in Venezuela, diciamo, circa dieci anni, un radicamento del paramilitarismo in varie zone nazionali, nello stato del Táchira, nello stato del Barinas, lì si è andata creando una struttura paramilitare con logistica, intelligence, legata ai partiti di destra, che è ciò che incomincia ad emergere in questo scenario di conflitto.

Quello è ciò che nessuno mostra, ciò che nessuno vuole nominare ed è ciò che in realtà più preoccupa perché è ciò che sta emergendo e nell’ombra accompagna tutto ciò che è il processo di mobilitazione della destra.

Evidentemente la destra non si dichiara responsabile di quello, non si fa carico della sua stessa esistenza, ma li vede agire nei territori e ci si trova con il fatto che c’è effettivamente un braccio armato che sta operando.

La cosa preoccupante è che c’è una struttura comunicativa, soprattutto internazionale, che legittima quello, diciamo, che gli dà una carattere epico, un carattere democratico, libertario; ossia, presentano questa violenza come una violenza legittima e la benedicono. Dico, la benedicono comunicativamente, ma letteralmente la benedicono: si sono visti preti che benedicono in strada questi settori di scontro prima di assaltare una caserma militare, li si è visti benedire le guarimbas (gruppi che fanno blocchi stradali, spesso violenti, soprattutto nei quartieri di classe media e medio alta, ndt).

Orbene, mai si dichiareranno responsabili dei fatti che provocano. Per esempio, qualcosa che è successo fin dall’inizio del conflitto ad oggi, è che hanno adottato la metodologia di bruciare la gente in strada; ci sono più di 20 casi dove tutti sono o poveri o neri o chavisti, che per loro è fondamentalmente la stessa cosa. Da un punto di vista classista della destra è la stessa cosa un nero o un povero, o un chavista. Tutto quello, per la destra, è un errore storico che deve essere eliminato, e hanno incominciato ad applicare quella metodologia di dar fuoco alle persone.

Allora quella è la reale struttura della protesta della destra che da fuori si continua a presentare come democratica e che non si fa carico di nessuna delle proprie azioni, ossia, mai riconoscerà che è quello che fa. Se uno gli chiede se fece, per esempio, il colpo di stato del 2002, che è qualcosa che è stato filmato, studiato, dimostrato, nessuno dei dirigenti, che sono coloro che fecero quel golpe, si sono fatti carico di aver fatto parte di quel processo di forza, di aver tolto Hugo Chávez e presentano sé stessi come democratici e pacifisti.

Qual è la correlazione di forze nelle strade, nella base sociale del chavismo e della destra?

Il blocco della destra, come precedentemente l’ho descritto, ha due fondamentali carenze per la sua strategia di fare un colpo di stato: la prima è che non ha l’appoggio delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, ossia, non può contare sull’esercito per fare un colpo di stato; e la seconda è quella che ha a che vedere con i settori popolari, con i quartieri. Lì ci sono vari fenomeni congiunti.

Evidentemente per la situazione economica molto complessa che attraversa il Venezuela, nei quartieri popolari c’è gente che si è allontanata dal chavismo, gente che è disillusa, gente che è semplicemente impegnata nella risoluzione dei propri problemi quotidiani che hanno a che vedere con il trovare alimenti, con il trovare medicine, prodotti di igiene; gente che è più preoccupata e occupata a risolvere la vita quotidiana che stare a pensare alla battaglia politica. E anche nei quartieri c’è gente dell’opposizione, come sempre c’è stata.

Orbene, i quartieri, i settori popolari, anche in questo quadro di complessità in cui uno non può dire “i quartieri sono chavisti” come qualcosa di monolitico, ma dentro ci sono differenti punti di vista, i quartieri non si sono uniti alle proteste della destra. Gli epicentri del conflitto continuano ad essere nelle zone di classe media, medio alta delle principali città, lì è dove si sviluppano le interruzioni, gli scenari di violenza, gli incendi, eccetera. Per fare un grafico: Caracas è divisa fondamentalmente in Ovest e in Est, l’Ovest dovrebbe essere la zona di classe popolare e l’Est la zona di classe media e medio alta, anche se nell’Est ci sono anche alcuni quartieri importanti, ma tutta la zona del conflitto è soprattutto nell’Est di Caracas. Io vivo nell’Ovest della città, tutti i giorni esco, faccio i miei acquisti, cammino, prendo l’autobus, la metro, e non succede assolutamente nessun episodio di violenza, tutto avviene in quel lato dove è la base sociale della destra.

Orbene, loro sanno che quello è un problema perché non si può cacciare un governo senza le forze armate, nemmeno senza l’appoggio delle classi popolari. Che è ciò che hanno cercato di fare, e che stanno facendo? Sono incursioni notturne nei quartieri popolari. Lì hanno un’alleanza con alcuni settori delle delinquenza organizzata che generalmente fanno agire verso le otto, le nove, le dieci della notte in quei quartieri per creare scontri con la polizia, per creare un quadro di attacco ai commercianti, eccetera, eccetera, e cercare di mostrare che in quella zona c’è effettivamente una specie di ribellione popolare. Ciò che c’è è un piano orchestrato che viene mosso per la città, come se fosse una mappa, e dicono, “questa notte andiamo in tale luogo, in tale luogo e in tale luogo”, e simultaneamente avvengono quegli scontri organizzati, nelle reti sociali si creano tendenze, soprattutto in Twitter, che cercano di mostrare che lì c’è una specie di violenza genuina e spontanea della gente.

Orbene, questa è un’architettura del conflitto, è una strategia per cercare di costruire una realtà che non c’è.

Nei fatti, allora, questo è un paese che funziona simultaneamente con molti tempi. É il tempo che loro hanno nelle proprie zone dove progettano il conflitto, e dopo il resto del paese che trascorre nella normalità. Oggi (25 luglio 2017) per esempio, che è un giorno prima dell’inizio del loro nuovo “sciopero civico” -che non sarà uno sciopero civico ma un esercizio di violenza e di sostegno imprenditoriale- la città è in assoluta tranquillità, uno la percorre dall’alto al basso e non succede nulla. Succede solo quando loro portano fuori nelle strade i loro settori radicalizzati, e la loro base sociale.

Ora, è anche bene notarlo: hanno una quantità di sostegno considerevole, ma quel sostegno non è aumentato in questi più di cento giorni di violenza, e quello è un tema che li pone anche in uno scenario complesso, perché significa che sono sì riusciti a legittimare la propria violenza nei settori convinti, anche soprattutto sul piano internazionale, ma all’interno della società venezuelana, per la dimensione di quei fuochi di violenza da loro fatti, questo lo sta portando avanti la destra e l’opposizione, e questo gli crea logoramento; diciamo, non è gratis dar fuoco a venti persone in un paese come il Venezuela, si vede, è difficile dire che è stato il governo, anche se loro negano tutti gli episodi. Alcune settimane fa, per esempio, si è visto che un agente del servizio di intelligence legato a quell’universo ha effettuato un attacco con un elicottero sul Tribunale Supremo di Giustizia, la destra dice che è stato un auto attentato del governo; bene, così fa con ciascun fatto, non si dichiara responsabile di niente e accusa il governo di fare ciascuna di quelle azioni. Ma questo ha un limite, dopo cento giorni di conflitto evidentemente la gente comprende che è insostenibile l’ipotesi di una opposizione pacifica e democratica.

Allora c’è tensione: la violenza bisogna legittimarla, bisogna farla vedere come giusta, quello vogliono fare con la propria base sociale che è convinta che sia necessario uccidere i chavisti, e lo dicono, giacché se vedono un chavista in strada lo linciano, e credono che il chavismo sia un grande errore storico e che bisogna distruggere l’aspetto del Venezuela. Ma per il resto del paese è difficile pensare che sotto l’appello della destra ad eliminare il regime, come loro dicono, di Nicolás Maduro, ci sia realmente un progetto democratico, una soluzione possibile per il Venezuela. Allora sono in trappola, perché vogliono levare Maduro con la forza ma non hanno la correlazione sufficiente.

Questi cento giorni di violenza hanno come destinazione il processo dell’Assemblea Nazionale Costituente. Come si incastra tutto questo nella proposta della Costituente?

La proposta dell’Assemblea Nazionale Costituente appare il primo maggio, quando da meno di un mese era iniziato il conflitto, ma stava già prendendo nuove proporzioni. Quando viene fatta la convocazione dell’Assemblea Nazionale Costituente io credo che ci fossero due scenari. Il primo è in qualche modo di trainare (sic) la destra affinché ritorni sul terreno elettorale democratico e di dialogo, ossia, propone uno scenario che è né più né meno la discussione delle basi di una costituzione nazionale, e con quell’apertura fare sì che la destra si trovi in difficoltà, per dirlo così, tra mantenere un’agenda violenta o unirsi ad un processo aperto di iscrizione di candidati e candidate per l’Assemblea Nazionale Costituente. Quello era un piano che ha a che vedere con la creazione di quello spazio possibile in un piano di lotta comune di fronte all’aumento della violenza, e da un altro lato aveva a che vedere con l’aprire nuovamente le saracinesche all’interno del processo rivoluzionario, perché si sa che il processo ha difficoltà legate alla crisi economica, dove ci sono attacchi dei grandi impresari ma anche mancanze da parte della medesima direzione del chavismo; c’è gente che è disillusa per le logiche della direzione politica, infine, c’è una serie di problemi che nella Costituente venivano prospettati, come aprire le porte all’interno del paese affinché tutto il mondo potesse entrare, segnarsi come candidato e tornare in qualche modo a rianimare il dibattito interno del Venezuela, e tornare ad unire maggioranze al progetto politico.

Quale problema c’è stato, che era una possibilità? È che la destra si è del tutto rifiutata di partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente, e non solo si è rifiutata -poiché questa era una possibilità, quella di non iscrivere i propri candidati-, ma ha progettato di impedire che quell’assemblea avesse luogo; e così inizia ad apparire uno scenario di scontro molto più forte, perché quello che la destra incomincia a costruire come discorso, è che è appoggiata dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dai presidenti di destra dell’America Latina, dagli ex presidenti, e da tutto quel blocco politico, tutto questo la porta ad opporsi a quell’Assemblea Nazionale Costituente.

Allora tutto si basa sulla lotta intorno alla data del 30, dove la destra dice “Non fate la convocazione”, e il governo dice “faremo la convocazione democratica, aperta a tutto il paese”.

Ci sono più di seimila candidati e candidate iscritti per il 30 luglio.

Allora è lì che incomincia a crearsi questa aspettativa di scontro circa l’Assemblea Nazionale Costituente, che a sua volta è alimentata da nuovi elementi che appaiono: il principale è questo piano della destra di stare costituendo uno stato parallelo, di cominciare a nominare nuovi magistrati al Tribunale Supremo di Giustizia e di annunciare di eleggere un nuovo presidente attraverso elezioni primarie, fatto che in qualche modo è uno scenario di governo parallelo, che si è visto in vari conflitti come in alcuni paesi del Medio Oriente. Quel governo parallelo ha un senso? A livello del Venezuela nessuno, perché non creeranno un governo reale, che invece sarà una specie di nomina mediatica, ma che ha senso a livello internazionale.

Qual è l’ipotesi possibile? Che una volta fatte domenica le elezioni, che sono state precedute da ondate di violenza molto forti, l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale non riconoscano più, per esempio, il governo del presidente Nicolás Maduro né l’Assemblea Nazionale Costituente e passino a riconoscere questo governo parallelo e a concedergli finanziamenti, diplomazia, armi, eccetera, eccetera. Quella è una possibilità che si sta gestendo. Questo implica un conflitto di carattere prolungato, loro si stanno preparando a questo.

Ora, sebbene venerdì in Venezuela siano stati eletti i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia, quello non ha nessun effetto in Venezuela. Come dire, non basta autoproclamarsi qualcosa perché succeda effettivamente. Il potere bisogna poterlo esercitare e la destra non ha forza per esercitare quel potere. Quella è la sua trappola, diciamo: nominare cose che dopo non possono sostenere ma che possono portare a livello internazionale.

Ciò che si vede in questi cento giorni di conflitto è che l’unico modo, che la destra ha per riuscire a rompere la correlazione di forze, è attraverso un’azione più grande proveniente dalla comunità internazionale, come dire, dagli Stati Uniti. Oggi a livello nazionale non ha forza per il proprio piano.

Che pensi del plebiscito effettuato dalla destra alcuni giorni fa e che ha avuto un forte impatto mediatico a livello internazionale?

Prima, nessuno, in Venezuela la destra ha scelto di uscire dalla legalità e quello è ciò che vedremo da qui in poi. Allora, il plebiscito non era evidentemente legale, ma non è più il dibattito in Venezuela, il dibattito era che loro avevano bisogno di costruire una giornata per dare legittimità al governo parallelo, per questo c’è stato il plebiscito, per dire dopo: “Guardate, noi abbiamo tanti voti, tanti milioni di persone che sono d’accordo con ciò che stiamo facendo”. Nessuno sa quanti voti ci furono realmente, c’è disaccordo sui numeri, ci sono gigantesche carenze per giustificare la quantità che hanno presentato; questo non importa, ciò che importa è che internazionalmente hanno ragione.

Se, inoltre, uno va a vedere, quel giorno c’era un processo elettorale per l’Assemblea Nazionale Costituente, e a livello internazionale è esistito solo il plebiscito, ossia, i milioni di persone che quel giorno fecero un saggio elettorale per le elezioni che avranno luogo questa domenica, sono state del tutto invisibilizzate dalla mappa e in Venezuela è esistito solo un plebiscito. Qualsiasi persona sia stata in Venezuela quel giorno sa che era evidente che ci sarebbero state le due cose, così come è anche evidente che i mezzi di comunicazione hanno scelto di raccontare una metà del paese, e quella metà del paese raccontarla in modo falso.

Allora quel plebiscito lo utilizzeranno come una carta di legittimità delle azioni che faranno successivamente, per dire: “Noi abbiamo già fatto un immenso esercizio di democrazia, con una gigantesca partecipazione”, non importa che nessuno sappia quali numeri avessero perché i media internazionali li appoggiano, e a partire da quello svilupperanno i propri passi. In quel plebiscito c’era già il punto dei nuovi poteri pubblici e di un governo parallelo. Quello lo dice il plebiscito. Allora loro useranno questo per darsi una specie di prestigio democratico partendo da quella consultazione.

Hai commentato che la destra per riuscire nei propri propositi chiede il sostegno esterno. Vediamo già la mano degli Stati Uniti e il ruolo che stanno disimpegnando i governi del Messico e della Colombia. Fino a dove consideri possano giungere?

È sorprendente che il giorno dopo il plebiscito lo stesso presidente Donald Trump abbia minacciato il Venezuela con sanzioni economiche nel caso ci sia l’Assemblea Nazionale Costituente. È sorprendente, perché può essere anche interpretato come un segnale che il piano non stia progredendo così chiaramente come loro vogliono; e io credo che quello è un messaggio che è emerso il giorno 16 quando si è visto che molta gente ha votato nelle file del chavismo. Come dire, dopo tanti anni in cui stavano colpendolo, il chavismo continua a stare in piedi e si lo è visto domenica.

Loro stanno già annunciando che cavalcheranno le sanzioni economiche, quello è un piano dell’attacco, ed è ciò che anche diplomaticamente possono giustificare, così come da cinquant’anni giustificano un blocco economico di Cuba. E lì l’obiettivo è asfissiare la popolazione, far sì che l’economia nazionale non abbia la capacità di risolvere i problemi più gravi del momento.

Io credo che prima bisogna toglierci l’idea di un intervento, che sia qualcosa che un giorno appaia dall’aria, che una quantità di marine atterrino nel paese dicendo “siamo marine e veniamo ad invadere il Venezuela”. Io credo che quello schema non ci sarà e se uno guarda i conflitti recenti, prendiamo il caso della Siria, ci si rende conto che in realtà, gli Stati Uniti, salvo la bomba che alcuni mesi fa ha lanciato il governo di Trump, gli Stati Uniti non sono mai entrati così nel paese, ma che è stata una guerra condotta dal di fuori con gruppi finanziati all’interno.

Quale è il vantaggio che hanno gli Stati Uniti in questo quadro venezuelano? Che il nostro vicino è la Colombia. Questo significa che ci sono basi militari, sette, che c’è un esercito colombiano disposto a sostenere gli Stati Uniti, che in Colombia c’è un immenso sviluppo del paramilitarismo, che ha preso più forza nelle zone di frontiera dopo la smobilitazione delle FARC e che sta occupando quegli spazi frontalieri con il Venezuela, e che da lì si può pensare ad uno scenario per creare una forza militare capace di progettare uno scontro più grande contro lo stato venezuelano.

Io credo che in realtà l’intervento sia già cominciato, ciò che succede è sufficiente a destabilizzare il paese, è sufficiente a sigillare le città, ad assassinare gente e tutto questo quadro che ora vediamo, ma non è sufficiente a rompere la correlazione di forze.

La domanda è: gli Stati Uniti sarebbero disposti ad esporsi di più e a lanciare un’offensiva per creare uno scontro armato diretto alla frontiera con la Colombia, a offensive militari nel sud dell’Amazonia dove si uniscono il Brasile e il Perù con la Colombia? Diciamo che c’è uno scenario di tenaglia sul Venezuela, con la Exxon Mobil che sta operando nella zona della Guayana, che è in disputa con il Venezuela. Faranno un altro passo? Come sarà quel passo? Lo finanzieranno in modo aperto i settori paramilitari interni? Quei settori prenderanno un’identità?

Quello, per esempio, è interessante perché nelle ultime settimane c’è stata tensione, dove esiste la dirigenza della destra che è la MUD (Tavolo di Unità Democratica) e qualcosa che si chiama “La resistenza”, che ha elaborato un propria identità, che sarebbero i settori che non rispondono più alla destra, che si vedono come una forza autonoma. Quella forza autonoma possono svilupparla come un braccio armato militare, che prende un nome, come è stato nel Medio Oriente; una specie di forza ribelle che opera in territorio venezuelano con l’obiettivo di liberare alcune zone? Bene, quello bisogna ad andare a vederlo. Nei fatti, oggi, quello che si sa è che la destra può avere un vantaggio nella battaglia dei significati, nella battaglia comunicativa, ma oggi non ha la capacità di sostenere le proprie posizioni, come dire: oggi, per quel che sappiamo, la destra non può, per esempio, prendere un capoluogo di stato o un municipio, occuparlo con la forza e dire: “A partire da oggi questo è un territorio liberato”, e per esempio, porre in quella zona un governo parallelo. Oggi quello non sembra possibile a causa dello sviluppo della sua forza territoriale, materiale.

Come dire, è una guerra di tipo nuovo, una guerra dei significati, ma che ad un certo punto continua ad avere un elemento classico della guerra, che è la mancanza della forza come tale. In Siria avevano l’esercito dello stato che si è rivoltato e si è spaccato, avevano bracci armati organizzati con una grande potere militare; in Venezuela non hanno la Forza Armata Nazionale Boliviarina, quello è bene chiarirlo, e ciò che finora hanno sono alcuni gruppi paramilitari che non sembra abbiano una forza sufficiente. Per questo insisto: senza gli Stati Uniti, su una scala maggiore, è difficile che si esca da questo pantano.

Di fronte al 30 luglio, per quello che dici, la destra non ha modo di fermare questo processo. Allora, qual è lo scenario che vedi per il consolidamento dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Lo scenario più probabile dei prossimi giorni è che ci sia una scalata molto forte della violenza. Non dovrebbero sorprenderci le azioni militari di altro tipo e di altra importanza, a meno che non abbiano una carta sotto la manica che tutti non conosciamo, quelle azioni non saranno capaci di impedire le elezioni di domenica.

Orbene, quelle elezioni si faranno sicuramente in un quadro conflittuale molto grande. Una volta che ci sarà questo, ci saranno vari elementi da analizzare: la prima cosa è quanta gente avrà votato per l’Assemblea Nazionale Costituente, quello sarà la chiave per dare legittimità all’Assemblea Nazionale Costituente. Quanta più gente, più legittimità,  sarà più difficile per la destra dire che è un’Assemblea Nazionale Costituente che non ha nessun sostegno popolare. Allora lì c’è una sfida vitale per il chavismo, per il governo.

Finora non azzardo nessun pronostico perché è una situazione complessa.

Bisogna vedere le ripercussioni internazionali, come dire, se effettivamente questa ipotesi che i governi non riconosceranno l’Assemblea Nazionale Costituente e quindi il presidente, ma riconosceranno il nascente governo parallelo. Se questo avverrà avremo un successivo passo nella settimana dal 9 al 12 agosto -se non mi sbaglio nei giorni-, che è quando si iscrivono i candidati a governatore per il mese di dicembre. Lì vedremo se la destra iscrive i propri candidati, fatto che significherebbe che stanno ipotizzando una possibilità di risoluzione elettorale del conflitto, anche mantenendo livelli di violenza molto alti, o se la destra rinuncia ad iscrivere i propri candidati nel mese di agosto, come dire, rinuncia e si disinteressa del confronto democratico per essere totalmente concentrata su un piano di scontro violento e una uscita attraverso la forza del governo di Maduro. Quello io credo che sarà un elemento chiave. Insisto, se non iscrive i propri candidati, significa che siamo realmente ad un punto di non ritorno, perché secondo loro questo non si potrà dirimere, se non attraverso una violenta uscita del governo. Se iscrive i propri candidati significa che la porta è aperta affinché si riesca a mantenere questa specie di pareggio, si fermino gli attacchi che ricorrentemente lancia la destra, e si termini con l’andare alle elezioni dei governatori, e dopo alle elezioni presidenziali come è previsto dal Consiglio Nazionale Elettorale.

Allora, vedremo come questi elementi si svilupperanno. Ma è sicuro che la destra farà venerdì, sabato e domenica, tutto quello che ha nelle proprie mani per cercare di creare in Venezuela uno scenario di enorme sconvolgimento affinché la gente non vada a votare, affinché la gente abbia paura di esercitare il proprio voto, affinché le strade siano sbarrate. Lì ci sarà un esercizio di forza. Il governo ha annunciato, per esempio, che dove saboteranno un centro elettorale, apriranno un altro centro elettorale affinché la gente possa votare. Ci sarà un dispiegamento di sicurezza per garantire la circolazione nelle vie. Sarà un esercizio tra le due forze per, da un lato garantire le elezioni e dall’altro per impedire che abbiano luogo o, se hanno luogo, far sì che siano sotto uno stato di sconvolgimento nazionale.

E da ultimo, come osservatore diretto di quello che sta succedendo in Venezuela, che diresti a coloro che leggeranno questa conversazione? Che messaggio daresti alla popolazione di un paese come il Messico, che è stato posto da una organizzazione inglese come il secondo paese più violento del pianeta dopo la Siria, un paese in cui ci sono fosse clandestine in tutto il territorio nazionale, dove ci sono più di 30 mila scomparsi, un paese come questo il cui governo osa chiedere i conti al governo Venezuelano? Che messaggio daresti alla gente che qui è esposta solo alla versione di Miami, alla versione dei media degli Stati Uniti, salvo alcune eccezioni?

La prima cosa, è diffidare sistematicamente di quello che esce nelle notizie e di cercare di informarsi per altre vie perché i mezzi di comunicazione sono parte attiva di quello che sta succedendo in Venezuela. Senza l’appoggio dei mezzi di comunicazione non starebbe succedendo questo. Allora la prima cosa è di diffidare sistematicamente. Diffidare per esempio quando la destra dice superficialmente che in Venezuela ci sono più di cento morti nei conflitti e che li ha uccisi il governo, questa è menzogna. Dei più di cento, dalle indagini sappiamo che circa dieci sono stati assassinati dalle forze di sicurezza dello stato, ci sono dei detenuti per quello, accusati, gente incarcerata. E gli altri novanta, come dire, la maggioranza, sono stati uccisi perché loro hanno usato mortai, per esempio, perché sono morti in una barricata della destra, eccetera. Di quei morti, dieci, che è già troppo ma è bene chiarirlo, ma solo dieci sono responsabilità delle forze di sicurezza dello stato. Allora, quando la destra dice superficialmente che ci sono cento morti per il conflitto, bene, bisogna analizzare ciascuno dei casi e vedere che lì c’è una menzogna, una matrice che viene costruita per dire che il governo ha assassinato dei manifestanti.

Qui ci sono due grandi blocchi: un blocco che è quello del chavismo, che ha molti elementi al suo interno. Ha il governo, ha i quartieri, ha un’organizzazione popolare, ha un partito, ha i poteri statali. È il blocco che in qualche modo possiamo chiamare della rivoluzione. Quel blocco ha settori assolutamente genuini, combattivi, che stanno costruendo un progetto di sinistra, settori di gente che è corrotta, c’è gente che segue il nunzio apostolico costi quel che costi, c’è gente che vuol fare accordi con gli imprenditori; come dire, lì c’è una complessità, ma è un blocco che è giunto al potere dal 1999 fino ad oggi con i voti e che è lì per mandato del popolo che lo ha votato e che ha accettato, quando ha perso una elezione, di non aver vinto e di non aver fatto nessun problema per questo. Successe quando Chávez non vinse il cambio costituzionale nel 2007, e successe nelle elezioni del 2015 quando il governo riconobbe di aver perso le elezioni.

Allora, uno può essere o no d’accordo con il progetto del chavismo, gli può sembrare che il progetto sia buono, sia cattivo, sia strampalato, sia quello azzeccato, sia quello corretto o no, ma è un progetto politico che sta lì per i voti e come tale deve governare. E di fronte c’è una destra che da quando quel blocco chavista è al governo, ha cercato un colpo di stato nel 2002, ha cercato negli ultimi anni di fare insurrezioni, si dedica a privare di rifornimenti la gente, a nascondere le medicine, che ha l’appoggio diretto, i finanziamenti degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump non ha nessun interesse a che questo conflitto si risolva con i voti. Allora, uno può o no appoggiare il governo di Nicolás Maduro, ma quello che non può è appoggiare ciò che è contro. Allora in ogni caso, bene, io non sono d’accordo con quello che propone Nicolás Maduro, ma non posso essere d’accordo con una destra che sta proponendo che l’unico modo di cambiare il governo in Venezuela è attraverso una insurrezione armata che ci porta una quantità di morti, che brucia gente nelle strade, che attacca ospedali, che attacca istituzioni, che attacca caserme militari, che è difesa dagli Stati Uniti, che usa paramilitari. Uno non può essere d’accordo con questo.

Di fronte a questo io credo che, nella lettura generale dello scenario del conflitto, dobbiamo sapere che l’imperialismo non è un mito. Opera, agisce. Il Messico è chiaramente sotto quella influenza. E lì dobbiamo fare un esercizio, diciamo, anche un riflesso, quando uno vede Donald Trump che si assume la responsabilità e annuncia che castigherà il popolo venezuelano, perché applicare delle sanzioni economiche non è castigare il governo, è castigare la gente, i più umili.

Cosa è quello che uno può appoggiare in quel senso? Riconoscere la democraticità del governo, che sta lì per i voti, che farà un’Assemblea Nazionale Costituente, mi immagino che molti paese dell’America Latina, come l’Argentina, desidererebbero un’opportunità come questa, di potersi sedere a dibattere con i propri abitanti su come vuole sia la costituzione. Ossia, le costituzioni degli altri paesi sono state scelte in piccoli gruppi di persone rinchiuse in stanze, che hanno detto “bene, queste sono le regole di questo paese”. Qui si dibatte per la seconda volta, terza volta negli ultimi 18 anni, come sia la costituzione di un paese, e questo è aperto a qualsiasi venezuelano e venezuelana comune, colui che ha voluto iscriversi come candidato si è iscritto. Mi piacerebbe che in Argentina avessimo la possibilità di poter dibatte la costituzione del nostro paese.

Allora non lasciamoci ingannare e sappiamo che -lo dico come argentino, noi che abbiamo vissuto una dittatura che ci ha lasciato 30 mila scomparsi, che fu un genocidio- in Venezuela non c’è dittatura. E se vogliamo porci in termini crudeli con i numeri, qui i morti, la grande maggioranza li ha prodotti la destra, e sono centinaia in centinaia di giorni di conflitto; in Argentina ci furono 30 mila scomparsi per opera dell’apparato dello stato, in Messico c’è un processo di scomparsa, di fosse comuni, i 43 studenti di Ayotzinapa, diciamo una struttura di uno stato che avalla quelle morti, quelle scomparse di massa, e qui siamo in un altro scenario. E se non è così, domandiamoci perché in Venezuela ci sono più di cinque milioni e mezzo di colombiani registrati e con carta d’identità che vivono in questo paese. Se le cose stanno così male, perché la gente migra dalla Colombia in Venezuela? Perché oggi, per esempio, si consegna la casa, un milione 700 mila in sei anni di gestione della casa in Venezuela?

Come dire, non lasciamoci ingannare e in ogni caso, se uno non è d’accordo con il governo di Nicolás Maduro, su nessun punto di vista può essere d’accordo e appoggiare il tentativo di colpo di stato poiché l’unica cosa che porta è più violenza, povertà e uno scenario catastrofico per il Venezuela. Nulla di buono ci si aspetta da un governo che si insedierà in Venezuela dopo il chavismo, e lo dico con tutta la responsabilità, qui quello che verrà è una rivincita, un tentativo di castigare la gente per aver osato sognare un altro tipo di progetto politico, per aver partecipato ad un piano di paese sovrano, indipendente, socialista. Quello che verrà è un processo di rivincita delle classi dominanti venezuelane: l’oligarchia, la borghesia, il settore finanziario, i partiti politici, sul popolo perché ha commesso il peccato storico di aver detto di no ad un modello di sviluppo diseguale, di ripartizione diseguale, dove sempre occupava un ruolo di povertà. Quello è ciò che verrebbe nel caso che vincesse la destra. Noi da nessun punto di vista possiamo accettare quello.

*Giornalista, cronista e sociologo laureato all’Università Nazionale di La Plata. Argentino nato il 27 febbraio 1984 nella città di Parigi, Francia. Figlio di esiliati ai tempi della dittatura. Vive in Venezuela dal gennaio del 2013. Collabora con TeleSur, Resumen Latinoamericano, www.notasperiodismopopular.com.ar, Revista Anfibia, www.latabla.com, tra gli altri media. Raccoglie gran parte del suo lavoro nel proprio blog personale: www.hastaelnocau.wordpress.com.

30 luglio 2017

Desinformémonos

Questa intervista è stata pubblicata originariamente sulla pagina web di Cristina Sada Salinas.

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
César Valdez e Marco Teruggi, En Venezuela no podemos apoyar a una derecha violenta patrocinada desde fuera: Marco Teruggi” pubblicato il 30-07-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/venezuela-no-podemos-apoyar-una-derecha-violenta-patrocinada-desde-marco-teruggi/] ultimo accesso 04-08-2017.

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