Stato (coloniale) e rivoluzione


Un’accesa discussione tra le donne mapuche e le forze della sicuerezza cilena. Foto tratta da http://www.t13.cl

Raúl Zibechi

È trascorso un secolo da quando Lenin scrisse uno dei pezzi più importanti del pensiero critico: Stato e Rivoluzione. L’opera fu scritta tra le due rivoluzioni del 1917, quella di febbraio che pose fine allo zarismo e quella di ottobre che portò i soviet al potere. Si tratta della ricostruzione del pensiero di Marx ed Engels sullo Stato, che veniva sminuito dalle tendenze egemoniche nelle sinistre di allora.

Le principali idee che scaturiscono dal testo sono essenzialmente due. Lo Stato è “un organo di dominazione di una classe”, per cui non è appropriato parlare di Stato libero o popolare. La rivoluzione deve distruggere lo Stato borghese e sostituirlo con lo Stato proletario che, a rigore, non è più un vero Stato, poiché ha “demolito” l’apparato burocratico-militare (la burocrazia e l’esercito regolare) che vengono sostituiti, rispettivamente, da funzionari pubblici eletti e revocabili e dall’armamento del popolo.

Questo non-vero-Stato inizia un lento processo di “estinzione”, questione che Lenin raccoglie da Marx e attualizza. In polemica con gli anarchici, i marxisti sostenevano che lo Stato, così come lo conosciamo, non può sparire né estinguersi, non resta che distruggerlo. Ma il non-Stato che lo sostituisce, che non dispone più né di esercito né di burocrazia permanenti, può invece iniziare a scomparire come organo di potere-sopra, nella misura in cui anche le classi tendono a scomparire.

Le donne curde del Rojava. Foto The Kurdish Project

La Comune di Parigi era, in quegli anni, l’esempio preferito. Secondo Lenin, nella comune, “l’organo di repressione è la maggioranza della popolazione e non una minoranza, come sempre era stato sotto la schiavitù, la servitù e la schiavitù salariata”.

Si veda l’enfasi di quei rivoluzionari nel distruggere il cuore dell’apparato statale. Ricordiamo che Marx, nel suo bilancio sulla Comune, sostenne che “la classe operaia non può semplicemente prendere possesso dell’apparato statale esistente e metterlo al servizio dei propri fini”.

Fin qui una brevissima ricostruzione del pensiero critico sullo Stato. A partire da qui, dobbiamo considerare che si tratta di riflessioni sugli stati europei, sui paesi più sviluppati del mondo che erano, allo stesso tempo, nazioni imperiali.

Un soldato colombiano maltrattato dalla Guardia indigena dei Nasa

In América Latina la costruzione degli stati-nazione è stata molto diversa. Siamo di fronte a stati che sono stati creati contro e sulle maggioranze indie, nere e meticce, come organi di repressione di classe (come in Europa), ma anche – e in modo sovrapposto – come organi di dominio di una razza sopra le altre. Insomma, gli Stati non furono creati solamente per assicurare lo sfruttamento e l’estrazione di plusvalore, bensì per consolidare l’asse razziale come nodo della dominazione.

Nella maggior parte dei paesi latinoamericani, gli amministratori dello Stato-nazione (tanto le burocrazie civili quanto quelle militari) sono bianchi che derubano e opprimono violentemente le maggioranze indie, nere e meticce. Questo doppio asse, classista e razzista, degli Stati nati con le indipendenze, non solo non modifica le analisi di Marx e Lenin, bensì le colloca in un punto distinto: la dominazione statale non si può esercitare se non mediante la violenza razzista e di classe.

Se loro consideravano lo Stato come un “parassita” attaccato al corpo della società, in América Latina non è solamente parassita (figura che rimanda allo sfruttamento), ma è una macchina assassina, come dimostra la storia di cinque secoli. Un macchinario che ha unificato gli interessi di una classe che è, allo stesso tempo, economicamente e razzialmente dominante.

L’esercito zapatista di liberazione nazionale ha affrontato per decenni la cosiddetta guerra a bassa intensità

Arrivati a questo punto, vorrei fare alcune considerazioni di attualità.

La prima, è che la realtà del mondo è cambiata nel secolo scorso, ma questi cambiamenti non hanno modificato il ruolo dello Stato. Di più, possiamo dire che viviamo sotto un regime in cui gli stati sono al servizio della Quarta guerra mondiale contro i popoli. Ossia, gli Stati fanno la guerra ai popoli; non ci troviamo di fronte a una deviazione bensì di fronte a una realtà di carattere strutturale.

La seconda è che, trattandosi di distruggere l’apparato statale, si può argomentare (con ragione) che noi dei settori popolari non abbiamo la forza sufficiente per farlo, per lo meno nella stragrande maggioranza dei paesi. Per questo, buona parte delle rivoluzioni sono figlie della guerra, un momento nel quale gli Stati collassano e si indeboliscono all’estremo, come accade in Siria. In questi momenti, sorgono esperienze come quella dei Curdi nel Rojava.

Non avere la forza sufficiente, non vuol dire che si debba approvare il fatto di occupare l’apparato statale senza distruggere i suoi nuclei di potere civile e militare. Tutti i governi progressisti (i passati, gli attuali e quelli che verranno) non hanno altra politica verso gli eserciti che mantenerli come sono, intoccabili, perché non si sognano nemmeno di entrare in conflitto con loro.

Il problema è che entrambe le burocrazie (ma in particolare quella militare) non possono trasformarsi dall’interno né in forma graduale. Si suol dire che le forze armate sono subordinate al potere civile. Non è vero, hanno i loro interessi particolari e comandano, anche nei paesi più “democratici”. In Uruguay, per fare un esempio, i militari hanno fino a oggi impedito che si conosca la verità sui desaparecidos e sulle torture. Sia l’attuale presidente Tabaré Vázquez, che il precedente, José Mujica, si sono sottomessi ai militari.

È davvero poco serio pretendere di arrivare al governo senza una politica chiara verso le burocrazie civili e militari. Il più delle volte, le sinistre elettorali eludono la questione, nascondono la testa come fa lo struzzo. Dopo si vantano di un pragmatismo senza limiti.

Allora, cosa fare quando non c’è la forza per distruggere quegli apparati?

I Curdi e gli Zapatisti, oltre ai Mapuche e ai Nasa, hanno optato per un altro cammino: armarsi in quanto popoli, alle volte con armi da fuoco e altre volte con armi simboliche come i “bastoni di comando”. Non è questione di tecnica militare ma di disposizione d’animo.

23 giugno 2017

La Jornada

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

2 luglio 2017

tratto da Comune-info

http://comune-info.net/2017/07/stato-coloniale-e-rivoluzione/

Traduzione di Daniela Cavallo per Comune-info:
Raúl ZibechiEl Estado (colonial) y la revolución” pubblicato il 23-06-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/06/23/opinion/017a1pol] ultimo accesso 12-07-2017.

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