Non possono rinchiudere una voce di protesta: Libertà per Alejandro Diaz Santis


Aldo Santiago

“Le ingiustizie, gli assassinii, le sparizioni, le detenzioni ingiuste e le minacce da parte dei governanti le subiamo tutti, in differenti luoghi di questo paese e del mondo. Solo insieme possiamo ottenere una vera giustizia.” Alejandro Diaz Santis

Nel sistema penale messicano i segni della diseguaglianza sociale sono sempre più profondi. Mentre grotteschi giovani di ricche famiglie continuano a violentare quasi indisturbati, chi in carcere ci rimane, senza nemmeno avere ricevuto sentenza, sono coloro che non possono pagare. Su 260 mila detenuti in Messico, il 40% non ha ricevuto sentenza. Sono presunti colpevoli, che non hanno denaro per uscire e rimangono prigionieri nelle carceri, alimentando il sistema penitenziario che vive della loro povertà ed emarginazione.

Tuttavia ogni carcere, con le sue celle e i suoi prigionieri, ha le sue voci, i suoi bisbigli, i suoi boati. Voci solitarie che tra di loro che formano un’orchestra di instancabile dignità, di rabbia per la giustizia, di resistenza e lotta per ciò che è loro, che è vostro, che è nostro, che è di tutti: terra, educazione, salute, libertà, umanità. Il loro megafono sono le organizzazioni aderenti alla Sesta Dichiarazione dell’EZLN, a quella lotta interminabile di più di 500 anni, tanto fuori come dietro le sbarre, dal basso a sinistra verso il mondo fuori.

Il compañero Alejandro è un indigeno tsosil di 35 anni, è detenuto dal 1999, accusato di un omicidio che non ha mai commesso. Al momento dell’arresto non parlava spagnolo, venne torturato, non poté accedere a un traduttore e non aveva abbastanza denaro a disposizione per una difesa legale adeguata. Venne arrestato e imprigionato per il solo fatto di essere povero e indigeno, cosa che rientra perfettamente nella logica razzista del sistema coloniale di giustizia in Messico, e in particolare in Chiapas.

Se è politicizzato in carcere e ha deciso di aderire alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN. Si è organizzato con altri detenuti e detenute in un collettivo dal nome Solidarios de la voz del Amate, i cui partecipanti, attraverso numerose azioni alle quali ha partecipato anche Alejandro, sono riusciti ad ottenere la libertà nel luglio del 2013. Alejandro Diaz Santis è a oggi l’unico partecipante di questa organizzazione ancora detenuto, nonostante abbia realizzato uno sciopero della fame di 39 giorni nell’ottobre del 2011.

“E evidente che il governo non prende in considerazione le persone indigene. Io sto solo chiedendo la libertà di mio figlio. Anche lui la sta pretendendo, ma il governo ci ignora. Anzi, invece di aiutarci, lo mandano lontano. Non esiste giustizia.” commenta Antonio Diaz Velazquez, padre di Alejandro, durante una chiacchierata a San Cristobal de las Casas.

Il prossimo 11 maggio suo figlio compie 17 anni da detenuto. Il 10 settembre 2015 è stato trasferito dal CERESO (“Centro de Rehabilitacion Social”, Centro di Riabilitazione Sociale) numero 5 di San Cristobal del las Casas a un lontano carcere federale a Villa Comatitlan. Il trasferimento ha peggiorato un suo disturbo agli occhi, oltre a logorare emozionalmente ed economicamente la sua famiglia.

“Lo vedo triste laggiù, sono stato a visitarlo da poco ed è malato, non riceve attenzione medica, si lamenta di un dolore agli occhi, si infiammano e gli fa male la testa. Se qualcuno vuole andare a trovarlo, suo cognato, i suoi zii, gli amici, non li lasciano passare perché ogni volta si inventano che c’è bisogno di documenti, e non lasciano passare nessuno” ci dice Antonio, che ribadisce che tutta la popolazione carceraria soffre gli stessi maltrattamenti che sta ricevendo suo figlio, in un luogo dove l’isolamento è parte della punizione.

Parla Pedro Lopez Jimenez, partecipante de i Solidarios de la voz del Amate, organizzazione figlia de La Voz del Amate, collettivo di detenuti nato nel CERESO numero 14 di Cintalapa (Chiapas), i quali si sono dichiarati aderenti alla Sesta Dichiarazione il 5 gennaio 2006. Negli anni, i due gruppi hanno ottenuto la liberazione di 138 detenuti, attraverso un lungo processo di lotta che prevedeva scioperi della fame, proteste, mobilitazioni sociali e campagne di pressione pubblica.

“Prima del trasferimento andavamo sempre a trovarlo per mantenere un vincolo forte con la nostra lotta e le nostre esigenze; adesso l’isolamento è totale, tanto per lui come per noi compagni, che non possiamo più avere contatti con lui. Le volte che ho accompagnato suo papà Antonio avrei voluto entrare e parlare con Alejandro, però purtroppo non ho mai potuto, perché nelle carceri federali solo i familiari stretti possono fargli visita, dopo aver consegnato una serie infinita di documenti”.

“Spesso si parla di un prigioniero politico riferendosi a qualcuno che è finito in carcere per la lotta. Ricordiamo che i Solidarios de la voz del Amate sono persone che sono state imprigionate per discriminazione, per colpa del sistema di giustizia coloniale che si vive in Chiapas, dove le persone vengono criminalizzate per il solo fatto di essere povere e indigene. Questi detenuti sono stati arrestati per crimini che avvengono nella logica delle condizioni di estrema povertà ed emarginazione che lo Stato stesso favorisce. Spesso, sono uomini e donne indigeni che non parlano spagnolo, non capiscono i termini giuridici e le accuse, non sono a conoscenza dei loro diritti come cittadini, non conoscono la legge. Sono vittime di situazioni di vendetta familiare, o di clan e gruppi criminali che fanno imprigionare gente scomoda, che può e non sa difendersi” condividono i compagni del GT, Grupo de Trabajo “No estamos todxs” (Gruppo di Lavoro anticarcerario).

Che cosa fa la giustizia? In pratica, il sistema di giustizia in Chiapas e in tutto il Messico esige grandi somme di denaro, così che non importa il tipo e la gravità del crimine, se possiedi abbastanza denaro uscirai presto. Per questo è difficile trovare persone ricche all’interno delle carceri: le prigioni sono destinate a chi non riesce a pagare le mazzette al poliziotto, al pubblico ministero, al giudice, e chi non ha abbastanza soldi per pagare un avvocato. Tutta questa macchinaria serve a ingurgitare denaro, soprattutto della gente povera.

Secondo il collettivo anticarcerario, un detenuto in lotta è chiunque passi per un processo di politicizzazione all’interno del carcere, e che da dietro le sbarre inizi un percorso di lotta per la libertà. “Il trasferimento è una punizione. Teoricamente Alejandro è stato spostato perché ha una condanna lunga da scontare, però in realtà ha già scontato più della metà della pena, 17 anni. Se è vero che come dicono le autorità, è una persona pericolosa, lo è soprattutto per il governo, per il sistema. L’attuale governatore apparentemente non ha niente a che fare con il trasferimento, ma sappiamo che è una bugia, che probabilmente lui stesso lo ha organizzato: è la stessa situazione che accadde con il compagno Alberto Patishtan nel 2011, quando il segretario governativo, di fronte al nostro sciopero della fame, aveva richiesto il trasferimento di Alberto a Sinaloa. Credo che sia successa la stessa cosa con il compagno Alejandro” aggiunge Pedro.

“Lo portano in un carcere federale con l’obiettivo di privarlo dei suoi diritti e di silenziare la sua voce, perché quando stava nel carcere di San Cristobal Alejandro scriveva comunicati, rendeva pubbliche le cose che succedevano lì dentro. Dall’isolamento di quest’altro carcere non può scrivere, non può parlare con i suoi compagni. Lì dentro hanno un’ora d’aria ogni 8 giorni. Nel patio del carcere possono fare esercizio, ma non possono parlare tra di loro, non possono nemmeno guardarsi. E’ una condizione durissima, una punizione tremenda. sembra che il governo voglia ammazzarlo in vita, sanno che Alejandro è innocente, è uno che non ha paura di lottare, è stato spesso sul punto di uscire ma trovano sempre la forma di prolungare il processo e non lasciarlo libero” spiega Pedro sui castighi e gli ostacoli che lo Stato, a tutti i livelli, esercita nella prolungata ed ingiusta detenzione di Alejandro.

Alejandro ha diritto a sconti di pena, dato che, al di là della difficoltà a dimostrare la sua innocenza, ha già superato la metà della pena. Per buona condotta ha accumulato diritto a una riduzione del periodo di detenzione, per cui dovrebbe già essere libero di uscire. Legalmente, ha già soddisfatto i requisiti per venire scarcerato, però il sistema giudiziario indica il contrario. Di fronte alla decisione del tribunale di tenerlo detenuto, è stato presentato un amparo (azione legale volta a tutelare i diritti costituzionali del cittadino), affinché gli sconti di pena vengano considerati ed Alejandro possa uscire dal carcere. La risoluzione sarà resa pubblica entro fine aprile.

Il 17 aprile è stata la giornata mondiale dei prigionieri politici, iniziativa nata il Palestina e che è stata ripresa in Kurdistan e nei Paesi Baschi. Da anni il GT si unisce a questa iniziativa per ricordare i prigionieri politici in Chiapas e in Messico. Nello scorso 17 aprile 2016 è stata convocata una giornata di mobilitazione con la famiglia di Alejandro, i Solidarios de la voz del Amate e gli aderenti alla Sesta Dichiarazione, per ricordare i casi di prigionia politica in Chiapas e nel mondo.

Esperienze come il collettivo dei Solidarios de la voz del Amate e come la lotta di Alejandro rendono chiara la necessità di costruire un’altra giustizia, che comprenda una prospettiva comunitaria di riparazione del danno e una vera reintegrazione sociale, una giustizia che rispetti e tuteli la visione delle comunità maya.

“Non è che nelle comunità non abbiano il senso della giustizia o non la applichino, solo che non coincide con quella dello Stato, il quale applica la sua giustizia in maniera coloniale, da invasore, imponendosi nella vita dei popoli indigeni. Oltre a questo, la tortura è un fatto reale e una pratica comune. Utilizzano “case di sicurezza”, che non sono caserme ufficiali, bensì case dove la polizia rinchiude le persone arrestate per far sì che escano di lì con una confessione firmata. La maggioranza dei prigionieri si auto-condannano per non subire più tortura”.

La maggioranza dei prigionieri indigeni, che sono l’80% nelle carceri del Chiapas, si dichiarano colpevoli, firmando fogli in bianco o dichiarazioni di colpa ottenute sotto tortura. “Senza contare che a volte ci sono testimoni del crimine contrattati dal pubblico ministero o dai capo-clan. Queste persone ricevono denaro in cambio di dichiarazioni, e molto spesso a questi stessi conviene rilasciare false testimonianze contro l’accusato, per rivalità o per screzi anteriori. Un pubblico ministero può ricevere fino a 40 mila pesos per confermare un’accusa, un testimone 25 mila pesos per dichiarare il falso: è un maledetto mercato sulla vita della gente. Dov’è la giustizia? Questa gente non cerca giustizia, cerca colpevoli e denaro che entri direttamente nelle tasche dei funzionari. Tutti sono inseriti in questo meccanismo di corruzione, e affinché esista e si alimenti questo grande sistema, c’è bisogno di colpevoli.. e i colpevoli sono sempre coloro che non parlano spagnolo, sono poveri, e non hanno amicizie altolocate che li possano salvare dalla detenzione ingiusta”.

Alejandro non si è mai scoraggiato, nonostante l’isolamento. Cosciente che può ottenere la libertà solo attraverso l’organizzazione e la lotta insieme ad altri prigionieri e a coloro che stanno fuori dal carcere, ha continuato a lavorare. Alejandro stava denunciando la corruzione dei funzionari, la negazione di cure mediche, e il controllo delle visite, che è una forma di ricatto. Alejandro, che parlava solo tstotsil e provava vergogna a parlare in pubblico, ha imparato a parlare e scrivere in spagnolo per denunciare a sua volta le autorità. Per questo lo stanno punendo con questo trasferimento e con l’isolamento totale. E’ una tecnica che era già stata utilizzata contro Alberto Patishtan, contro Álvaro Sebastián Ramírez a Oaxaca e ora contro Alejandro: tutti loro sono stati puniti per il loro lavoro politico di organizzazione e denuncia.

Facciamo un appello alle organizzazioni aderenti alla Sesta, alle organizzazioni solidali, ai collettivi anticarcerari e tutti i compagni e le compagne di cuore, che comprendano questa ingiustizia e si uniscano a questa lotta per la libertà di Alejandro Diaz Santis e contro la criminalizzazione della povertà in Chiapas.

10 aprile 2016

SubVersiones

a cura di Nodo Solidale

Traduzione a cura di Nodo Solidale:
Aldo Santiago, “No pueden cerrar la voz: libertad para Alejandro Díaz Santispubblicato il 10-04-2016 in SubVersiones, su [http://subversiones.org/archivos/122691] ultimo accesso 09-05-2016.

 

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