Gratuità universitaria: Trionfo tattico, vittoria strategica?


Alvaro Ramis

La nuova politica pubblica della gratuità universitaria costituisce un “trionfo tattico” del movimento studentesco e della cittadinanza anti neoliberista che appoggia le sue richieste. Gli studenti appartenenti al 50% più vulnerabile della popolazione non dovranno pagare le tasse né l’immatricolazione durante la durata formale del loro corso. Basta che si immatricolino nelle università previste per la gratuità, quelle che sono state dichiarate da scegliere secondo i requisiti stabiliti dalla legge. In concreto, ne beneficeranno circa 234 mila studenti, fatto che rappresenta il 20% delle immatricolazioni totali del sistema.

Fino a questo punto, nulla di più da dire. Solo festeggiare che gli sforzi dispiegati da decenni, e più radicalmente nel 2006 e 2011, siano giunti ad un primo risultato. Il sollievo economico per le tasche sarà importante, ed è stato creato un concreto precedente, giacché ha prevalso formalmente il diritto sociale all’educazione al di sopra del criterio del bene di consumo, come lo definisce Piñera. Questo non sarebbe stato possibile senza una permanente mobilitazione, tanto a livello della strada come di quello che si fa studiando, conversando, discutendo, convincendo coloro che bisogna convincere.

Il problema è che questo immediato trionfo ha richiesto per la sua concretizzazione delle circostanze abbastanza contraddittorie, che possono compromettere nel lungo periodo la vittoria strategica contro l’educazione di mercato. Il modo con cui è stata soddisfatta una richiesta economica indifferibile, innegabile e concreta, può danneggiare la trasformazione del sistema dell’educazione superiore. Il trionfo tattico di oggi, se non si analizza il corso degli avvenimenti e delle decisioni che verranno, si può trasformare in una sconfitta strategica, giacché potrebbe significare la fine della richiesta studentesca e il consolidamento del mercato dell’educazione, se non si procede ad un sostanziale cambiamento al quadro della sua regole.

Lotta politica e lotta economica       

Questa situazione non è un’anomalia. È molto normale che una parte importante di un movimento sociale o sindacale si mobiliti soprattutto per obiettivi economici immediati e gli sia indifferente la lotta politica. In mezzo a quanto di peggio della dittatura molti compagni scesero in strada nel 1983 solo quando la situazione economica gli divenne insopportabile. E mai hanno associato le proprie richieste economiche alle parole d’ordine di libertà, democrazia, diritti umani. “L’economicismo” ottiene sempre ampie mobilitazioni di massa e molto rapidamente. In cambio una mobilitazione prettamente politica risulta sempre molto più difficile, giacché i suoi obiettivi sono immateriali: sono relativi alla dignità, all’autonomia dei soggetti, alla partecipazione, alla giustizia, a tutti gli elementi che influiscono in modo qualitativo nella concretizzazione di un diritto, ma che non permettono di dare un sostegno immediato alle necessità della vita. Da lì, non si devono dissociare le richieste politiche e le richieste economiche, giacché questa biforcazione di solito beneficia gli amici dello status quo. Come pensava il vecchio Plechanov, immerso in questa medesima discussione nella Russia del 1900: “Non ci ribelliamo contro l’agitazione basata sull’economia, ma contro quegli agitatori che non sanno approfittare dei conflitti economici dei lavoratori contro gli imprenditori per sviluppare la coscienza politica dei lavoratori”1.

Gratuità non comporta demercificazione

Oggi è stata risolta la gratuità per un primo anno come “collaudo”, attraverso una glossa nel bilancio. È stata ottenuta dopo una turbolenta procedura parlamentare, che ha incluso un voto del Tribunale Costituzionale. Quella che si apre è una seconda fase che si dovrà concretizzare in una nuova legge generale dell’educazione superiore. Nell’attuale scenario, poco è cambiato per i grandi gruppi economici che hanno creato l’affare dell’educazione superiore come un sistema deregolarizzato e concentratore di potere e ricchezza. Per loro l’unica differenza è che ora, invece di riscuotere dagli alunni, dovranno farlo dallo stato, il loro nuovo grande cliente. Fino a questo momento le esigenze della gratuità non minacciano il loro affare.

In Cile ci sono 60 università, che per legge non possono lucrare, anche se nei fatti molte lo fanno in modo sibillino, distogliendo i propri profitti attraverso trasferimenti a società di carta. Ci sono, inoltre, 58 centri di formazione tecnica (CFT) e 42 istituti professionali (IP) che legalmente non hanno questa restrizione al guadagno. Senza un profondo cambiamento della legge e della capacità fiscale dello stato, le nuove risorse pubbliche andranno ad alimentare il portafoglio di queste istituzioni.

Altre domande sono: Come devono essere calcolate le tariffe? Che succede se si forma un cartello di sostenitori che si mettono d’accordo per incrementare artificialmente i prezzi che riscuotono dallo stato? O se al contrario, i contributi dello stato non riescono a coprire le tariffe dei corsi? Verrà instaurato un ticket? Le informazioni ufficiali parlano della fissazione di una “tariffa regolata”, ma ad oggi non è stato istituzionalizzato uno strumento di questa natura. Non sappiamo nemmeno che succederà al restante 80% delle immatricolazioni totali del sistema che non entra nell’attuale copertura. Sarà incluso progressivamente o l’attuale 20% è il piano e il tetto a cui si giungerà? Ricordiamo che fino al 21 maggio 2015 la gratuità includeva il sesto decile, che è stato ridotto dopo l’assemblea della Nuova Maggioranza del 3 agosto 2015 solo al quinto. In mezzo alla crisi del prezzo delle commodities e alla riduzione della domanda cinese per i nostri prodotti, sul breve periodo non è facile ottenere un aumento del bilancio.

La discussione sui criteri di scelta per la gratuità

Ma il problema chiave consiste nei criteri di scelta degli istituti. Ufficialmente ne sono stati fissati tre per le università non statali: accreditamento per quattro o più anni, avere la partecipazione di alunni e/o funzionari in qualche organo di governo superiore dell’istituzione, e non avere società con fini di lucro tra i membri delle proprie società o fondazioni. Juan Pablo Figueroa, del Ciper, ha sottoposto a questo esame le università esistenti ed è giunto alla conclusione che le uniche private non tradizionali che si qualificavano in modo rigoroso riguardo a queste esigenze erano tre: le università Alberto Hurtado (UAH), Católica Silva Henríquez (UCSH) e Diego Portales (UDP)2.

Il primo criterio è stato applicato con rigore e sono state escluse le università con meno di quattro anni di accreditamento. Ma questo criterio mostra la sua debolezza quando si analizza “l’industria dell’accreditamento” universitario, messa tante volte sotto processo per denunce di corruzione, clientelismo, e molto a fondo, per gli assurdi criteri che prevalgono al momento di concedere queste certificazioni. Il secondo criterio è stato realizzato a metà. Varie università private che sono state d’accordo sulla gratuità hanno adattato la propria struttura per incorporare la partecipazione minima dei propri professori e studenti. Ma si tratta di cosmetica. I “signori de La Querencia” (telenovela cilena, ndr) desiderano mantenere il controllo dei propri fondi universitari senza che nessuno minacci i loro capricci.

E il terzo è il più contrastato e quello che è stato oggetto di opposizione nel Tribunale Costituzionale. Basta rileggere L’Affare delle Università in Cile, di María Olivia Mönckeberg, per intercettare il groviglio di società che sono coinvolte in un affare che crea utili esponenziali. Con le parole di Patricio Basso, ex segretario esecutivo della Commissione Nazionale di Accreditamento (CNA) “le università sono un affare migliore della cocaina”. E lo esemplifica graficamente: “Le attuali tariffe in Cile sono molto al di sopra della decenza, sono un furto con l’avallo dello stato. Questo devo dimostrarlo, e lo faccio mediante questi seguenti punti. In primo luogo, vedendo gli utili delle università. Ti faccio un esempio, la San Sebastián è stata edificata nell’anno 90 con 14,4, milioni di pesos messi dai soci. Successivamente, dopo 23 anni, ha un patrimonio di 37.457 milioni di pesos”3. Questo volume di profitti è superiore a qualsiasi altro settore dell’economia nazionale. Nemmeno l’attività mineraria ha questo tasso di redditività.

Da lì, la carta di navigazione delle mobilitazioni del 2016 è già chiara. È giusto festeggiare le conquiste economiche già conseguite perché sono il frutto della mobilitazione e della lotta sociale. Ma se il movimento si blocca è possibile che sul lungo periodo il trionfo tattico e parziale di oggi si trasformi in una vittoria strategica dei sostenitori del guadagno e della mercificazione dell’educazione.

Note:

1 Baron, Samuel H. (1958). “Plekhanov’s Russia: The Impact of the West Upon an ‘Oriental’ Society”. Journal of the History of Ideas , 19 (3): p. 388.

2 “Los desconocidos detalles de cómo se implementará la gratuidad universitaria en 2016”. Ciper 18.08.2015.

3 El Desconcierto , 21.12.2015.

Pubblicato in “Punto Final”, edizione Nº 844, 8 gennaio 2016.

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alvaro Ramis, “Gratuidad universitaria: Triunfo táctica, ¿victoria estratégica?pubblicato il 08-01-2016 in Punto Final, su [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=207638] ultimo accesso 11-01-2016.

 

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