In Brasile, un ciclo di lotte per frenare la destra


Le oceaniche manifestazioni del 2013 l’avevano mostrato con chiarezza: non si tratta del logoramento di un governo ma di qualcosa di più profondo: in Brasile s’è concluso un ciclo virtuoso di crescita e pace sociale. Il mito “lulista” comincia a dissolversi.

L’economia non riesce più a sostenere un modello che, mentre garantiva profitti senza precedenti per la finanza, l’edilizia e l’agro-business, era riuscito ad aumentare il salario minimo e il credito per i lavoratori e aveva ambiziosi programmi contro la povertà. Il modello di governabilità del Pt è esaurito. Lo dicono alcuni dei movimenti sociali più indipendenti, come i Sem Teto, ma lo dice anche l’ex presidente Cardoso, il nemico storico di Lula. D’altra parte, quello eletto nel 2014 è il parlamento più conservatore dai tempi dal golpe del 1964. La lobby della pallottola, militari e polizia, è cresciuta del 30 per cento, quella dei latifondisti del 33 e quella degli industriali ha 190 membri. La democrazia brasiliana è stata sequestrata dalle imprese, segnala Stédile dei Sem Terra, le dieci maggiori finanziano il 70 per cento del parlamento. La presidenta Dilma annaspa, ha messo un Chicago Boy all’economia, fa tutto quel che in campagna elettorale aveva giurato di non fare, denigra e sottovaluta, con gli intellettuali del partito, i milioni di patecipanti a una protesta sociale inevitabilmente strumentalizzata dall’opposizione. Solo un nuovo ciclo di intense e radicali lotte popolari anti-liberiste, capace di aggredire il rimosso dall’era del Pt, le disuguaglianze, potrebbe forse frenare l’imminente avanzata della destra politica brasiliana.

Raúl Zibechi

La notte dell’otto marzo, mentre la presidenta si rivolgeva al paese con un discorso televisivo, una parte della popolazione, in una decina di città, le ha risposto con “cacerolazos”, urla e fischi. È stata la prima apparizione pubblica di Dilma Roussef dopo la diffusione della lista dei 47 politici indagati per aver preso tangenti dalla società statale Petrobas.

La protesta è stata organizzata, attraverso i social network, dall’opposizione, nella quale gioca un ruolo fondamentale il Partido da Social Democrácia Brasileira (PSDB) dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso e del candidato sconfitto da Dilma, Aécio Neves. Cardoso, però, ha preso le distanze dall’istanza di impeachment nei confronti della presidenta, richiesta da una parte dell’opposizione, compresi alcuni membri del suo partito.

Le proteste tendono a crescere. L’opposizione ha indetto manifestazioni per domenica 15 marzo [erano quasi un milione di persone in 12 Stati, ndt] mentre il governo, attraverso Lula, ha reagito invitando i propri sostenitori a scendere nelle piazze venerdì 13 (per la forma era la Cut contro la rottura della democrazia, ndt). Il clima di tensione sociale si produce in un contesto di crisi economica, di manovre nel bilancio statale e di taglio dei benefici sociali nei confronti dei lavoratori. Un buon esempio di questo clima è dato dalle dichiarazioni di Aloysio Nunes, ex candidato a vicepresidente con Neves, il quale ha detto: “Non voglio le dimissioni, voglio vedere Dilma dissanguarsi” (Valor, 9 marzo 2015).

La lavatrice

La crisi intorno al caso di corruzione della Petrobas mette il governo in posizione difensiva. Dopo diversi giorni di incertezza, il Supremo Tribunale Federale ha pubblicato il nome dei 47 politici indagati. La maggioranza fa parte del PT, ma c’è anche chi è iscritto ai partiti alleati come il Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB), del quale fanno parte il vicepresidente della Repubblica, Michel Temer, e i presidenti della Camera dei Deputati, Eduardo Cunha e del Senato, Renan Calheiros.

Cinque ex ministri della Roussef, una ex governatrice, 12 ex deputati e l’ex presidente Fernando Collor de Mello, completano la lista degli indagati. In totale, sono coinvolti membri di sei partiti, sia del governo che dell’opposizione. L’indagine si basa sulle denunce fatte dall’ex direttore dell’Abastecimiento de Petrobas, Paulo Roberto Costa e da Alberto Youssef, incaricato del riciclaggio del denaro sottratto. Entrambi hanno scelto di parlare in cambio di una riduzione di pena. Si valuta che tra il 2004 e il 2012 la rete di corruzione abbia deviato fondi dalla società petrolifera statale per circa 3700 milioni di dollari.

Il Partido dos Trabalhadores (PT) ha diffuso un comunicato in difesa delle indagini ed ha assicurato che se qualcuno dei suoi militanti risulterà colpevole, sarà sanzionato dallo stesso partito. Tuttavia, dopo dodici anni di governo, il partito non può ridurre il problema ad una manciata di dirigenti. Dietro le denunce può esserci la destra, compreso il capitale finanziario globale che si vede avvantaggiato dalla crisi di una delle principali compagnie petrolifere del mondo e dalla sua possibile privatizzazione come soluzione dei gravi problemi che sta affrontando.

Due grandi problemi sembrano configurare lo scenario della corruzione. Il primo è il modo in cui il PT si finanzia da quando è al governo. Le sue campagne elettorali beneficiano delle donazioni elargite dalle grandi imprese, soprattutto da quelle edili che sono sorte sotto lo sviluppismo di Getulio Vargas (1930-1945) e di Juscelino Kubitshek (1956-1961) e si sono diffuse sotto la dittatura militare (1964-1985). Ma queste società multinazionali sperano in un vantaggio di ritorno con la vincita di gare d’appalto per le grandi opere intraprese dai governi statale e federale.

Questo modello di finanziamento, che non nasce con il PT ma che il partito ha “istituzionalizzato”, si è diversificato nel governo grazie al controllo di grandi imprese statali, come è successo con il mensalao [1] sotto il primo governo Lula. Allora erano utilizzate le Poste come base per le tangenti che venivano pagate mensilmente ai parlamentari alleati del governo, assicurando in tal modo la loro lealtà.

La giustizia ha processato tra gli altri José Dirceu, ministro della Casa Civil e uomo di fiducia di Lula. Ci sono stati altri casi successivi che confermano che ci troviamo di fronte ad una modalità consolidata di finanziamento dei partiti –non solo del PT- che, a cascata, si ripete dagli Stati fino ai municipi.

I grandi imprenditori costituiscono anch’essi un settore pesantemente toccato dal caso di corruzione nella Petrobas, per quanto al momento i loro quadri dirigenziali non facciano parte della lista diffusa dalla giustizia. La crescita del capitalismo brasiliano ha trovato uno dei suoi punti di forza in un settore imprenditoriale che proviene da famiglie le cui attività sono imperniate sull’edilizia (tra le principali: Odebrecht, Camargo Correa, Andrade Gutierrez, OAS, Mendes Junior), sul settore alimentare (JBS Friboi, Brasil Foods), in gruppi economici come Votorantim e metallurgici come Gerdau.

Il problema è che una parte di queste imprese, in particolare quelle dell’edilizia che hanno forti legami con Petrobas, non potranno continuare ad operare con le modalità fin qui seguite. Questo aspetto colpisce una delle basi della governabilità lulista-petista e non sarà facile, da qui in avanti, trovare appoggi nel settore imprenditoriale. Al partito di governo sono stati necessari molti anni per guadagnare la fiducia del settore imprenditoriale che ora si trova in mezzo alla tempesta così come il suo governo.

Cambio di epoca

Quando nel gennaio del 2003 è salito al governo, Luiz Inacio Lula da Silva è riuscito a tessere una rete di alleanze politiche e sociali che gli hanno assicurato la governabilità. In parlamento era riuscito a costituire un’alleanza con una decina di partiti. Con 90 deputati eletti su 513, era costretto a tessere una base di appoggio al suo governo. Entro fine anno Lula aveva il sostegno di undici dei quindici partiti rappresentati in parlamento: vale a dire 376 deputati, il 73 per cento della Camera (Folha de Sao Paulo, 30 dicembre 2003).

È molto probabile che molti di questi deputati, alcuni di tendenza chiaramente conservatrice, siano stati “ammorbiditi” dai fondi mensili che puntualmente ricevevano. Quello che è certo è che l’alleanza funzionava ed era diventata una sorta di modello di governabilità del PT. Tuttavia questo modello si è consumato, come notano molti analisti, tra i quali l’ex presidente Cardoso. “Il presidenzialismo di coalizione, che in realtà è il presidenzialismo di cooptazione, è finito” (Xinghua, 10 marzo 2015).

Da un lato, si registra una evidente deriva a destra del parlamento e un palese logoramento del PT. Nel 2014 sono stati eletti solo 70 deputati e il PT ha clamorosamente perso in quella che era la sua fortezza, São Paulo, dove ha ottenuto solo dieci deputati, ritornando ai livelli del 1990. In questi dodici anni negli altri partiti si sono verificati dei cambiamenti: alcuni stanno chiaramente sparendo, come il partito di estrema destra PFL, adesso Demócratas; molti hanno perso forza, mentre il PMDB [Partido do Movimento Democrático Brasileiro] mantiene una notevole continuità, forse per il suo inveterato opportunismo.

Tuttavia la cosa più rilevante è l’ingresso di nuovi partiti in parlamento, dove sono rappresentate già 28 sigle, quasi il doppio rispetto al 2003. Questa polverizzazione della rappresentanza si relaziona con la crisi dei partiti che genera la comparsa di sigle prima marginali o inesistenti: tuttavia la base che sostiene il PT si indebolisce.

Il parlamento eletto nel 2014 è il più conservatore dal golpe del 1964: la “bancada de la bala” [“lobby della pallottola”], costituita da militari e poliziotti che propongono la difesa armata individuale, ha avuto un aumento del 30 per cento; quella degli industriali può contare su 190 membri mentre i latifondisti sono cresciuti del 33 per cento raggiungendo la maggioranza assoluta con 257 parlamentari (Valor, 8 ottobre 2014). Al contrario, i sindacalisti hanno solo 46 rappresentanti – soltanto la metà di quelli che avevano nel loro momento migliore.

La crisi del 2008 e i suoi strascichi si coniugano con le mobilitazioni del giugno 2013. Non si tratta del logoramento del governo, bensì di qualcosa di più profondo: la fine di un ciclo virtuoso, di crescita economica e di pace sociale. La prima è stata trainata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalle importazioni dalla Cina, che hanno consentito politiche sociali compensatorie mentre l’integrazione, attraverso i consumi, dei settori sociali prima esclusi, ha dato loro l’illusione di appartenere alle classi medie.

Dalla sponda opposta a quella di Cardoso, il dirigente del Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST) Guillerme Boulos, si dice d’accordo sul fatto che “il modello di governabilità del PT si è esaurito”. Assicura che durante i primi sei anni di Lula, fino alla crisi del 2008, si è registrato “un ampio processo di pacificazione tra le classi sociali” (Correio da Cidadania, 2 marzo 2015).

Spiega che questo consenso si è mantenuto grazie ai profitti record del settore finanziario, edile e agroalimentare, “per il capitale una prosperità senza precedenti e al contempo ai lavoratori aumentava il salario minimo ed il credito, oltre [all’attuazione] di programmi sociali come Bolsa Familia e Mi Casa Mi Vida”.

Con la crisi non è stato più possibile mantenere la crescita del 4 per cento annuo che si era avuta fino al 2010 ed è diminuito il margine di manovra per la conciliazione degli interessi. Nella misura in cui non ci sono stati cambiamenti in merito alle disuguaglianze né si sono realizzate riforme strutturali, il fine di ottenere l’integrazione attraverso il consumo ha dato il via alla protesta sociale, contenuta a stento dalle politiche sociali e dall’aspettativa di un miglioramento. I carenti servizi sociali, dei trasporti, della salute e dell’educazione, sono diventati per i manifestanti il segno di quanto poco fosse cambiato il paese. Il mito lulista ha cominciato a dissolversi.

De-nordizzati

“Lula paz y amor” (Lula pace e amore), lo slogan della campagna del 2002 che ha portato l’ex operaio alla presidenza, è stato affossato da molte mani. Ad un certo punto, il capitale finanziario globale (controllato da coloro che si trovano a Wall Street e nella City londinese) ha deciso di passare all’offensiva davanti alle crescenti sfide da fronteggiare –tra le altre: lo yuan che è diventato la seconda valuta nel commercio internazionale rimpiazzando l’euro e lo yen; la Cina e la Russia che avranno presto un sistema di pagamenti parallelo allo SWIFT [2] -.

In ogni parte del mondo questa offensiva è stata attuata in tempi e con modi diversi. Così è arrivata la crisi dell’Euromaidan, in Ucraina, e il rovesciamento violento del governo eletto; la fine delle primavere arabe; gli attacchi diretti ai governi di Caracas e Buenos Aires, utilizzando perfino i servigi del giudice Usa Thomas Griesa [3]

I dirigenti del PT non hanno percepito il nuovo clima e, se lo hanno fatto, non hanno adottato alcuna misura. Hanno continuato a dire, come Lula, che la crisi del 2008 è stata solo una marolinha (una piccola onda) e, soprattutto, che il paese “non ha nemici”. La verità è che il primo governo Dilma è stato sconfitto dal capitale finanziario con l’impedimento di un maggior intervento statale nell’economia.

Secondo il filosofo Pablo Ortellado, sostenitore del Movimento Passe Livre, che ha organizzato le manifestazioni del giugno 2013, la presidenta non ha potuto proseguire con la sua politica di riduzione dei tassi di interesse e di sovvenzione delle tariffe pubbliche “per l’influenza [operata] dal sistema finanziario sia nella politica che nell’economia” (IHU Online, 25 febbraio 2015).

I primi mesi del governo di Dilma rappresentano il consolidamento di questa sconfitta, a partire dal momento in cui ha messo a capo dell’Economia un Chicago boy (Joaquim Levy) e sta facendo tutto ciò che durante la campagna elettorale ha giurato che non avrebbe fatto. “Il ritorno a politiche ortodosse è una necessità per poter equilibrare il bilancio, tuttavia è una sconfitta politica, frutto dell’incapacità di far crescere un modello economico alternativo”, sostiene Ortellado.

Questo è lo scenario che la destra ha compreso e sul quale sta operando con lucidità. I vecchi schemi di alleanze e la vecchia economia basata sull’esportazione delle materie prime non possono più sostenere il modello, tuttavia il PT, Dilma e Lula non sono stati ancora capaci di creare qualcosa di diverso. Peggio ancora: agiscono come nel 2003, quando c’era un margine politico per poter effettuare degli aggiustamenti per il rilancio dell’economia.

I milioni di brasiliani che in un mese sono scesi nelle piazze di 353 città, sono il dato che ancora non riescono ad inserire nelle loro analisi, e dinnanzi al quale continuano a bloccarsi perchè non possono accettare che qualcosa stia andando male. La superficialità con la quale il PT e i suoi intellettuali hanno interpretato quanto è successo (dall’incolpare la destra fino al ritenere che siano state effimere manifestazioni giovanili) li hanno portati a commettere un errore dopo l’altro.

Uno di questi è stata la brutale belligeranza adottata contro Marina Silva durante tutta la campagna elettorale: una virulenza tale da estrometterla dallo scenario [elettorale]. Il prezzo è stato molto alto. Hanno aperto ferite difficili da sanare, hanno chiuso alleanze, hanno creato confusione a destra e a sinistra e, dicendo che tutto ciò che non era PT era destra, sono diventati prigionieri dello scontro con una destra sociale, economica e politica che oggi è più forte e ha l’iniziativa. Mesi dopo stanno facendo la stessa politica per la quale avevano accusato Silva.

Ha ragione Joao Pedro Stédile, coordinatore del Movimento Sem Terra, quando sottolinea che “la democrazia brasiliana è stata sequestrata dalle imprese visto che le dieci più grandi finanziano il 70 per cento del parlamento” (Carta Capital, 27 febbraio 2015). Per questo motivo non viene realizzata nessuna riforma politica, visto che dipende dal parlamento stesso che, evidentemente, non intende suicidarsi. Il MST ha organizzato manifestazioni in tutto il paese: secondo la stampa, a quella del 5 marzo, organizzata nell’ambito della Giornata Nazionale di Lotta delle Donne Contadine, hanno partecipato 25.000 persone. Esigono una riforma agraria e cambiamenti al modello di sfruttamento agricolo.

Non si tratta delle manifestazioni solitamente organizzate dai sindacati, con carri musicali e servizio d’ordine per inquadrare i manifestanti. Con questa logica si “crea pressione” per negoziare. Al contrario, il ciclo di lotte anti-neoliberali è stato capace di “destituire”.

È possibile che il Brasile sia lo specchio in cui tutta la regione possa guardarsi, poichè in ogni luogo sta diventando necessario, come dice Boulos, “un nuovo modello politico ed economico”. Un modello capace di affrontare la disuguaglianza, che non consista però nella riduzione della povertà lasciando intatte le strutture. Tuttavia, come precisa il dirigente dei Sem Teto, questo “non si potrà raggiungere per mezzo di dispute istituzionali”, bensì attraverso “l’intensificazione delle lotte popolari”.

Il principale ostacolo affinché prenda il via un nuovo ciclo di lotte non è la presunta passività della gente (smentita dalle stesse manifestazioni di giugno), né l’egemonia dei media o gli attacchi delle destre. È lo stesso progressismo che, attaccato al potere, diffida delle strade piene di gente perché teme che la gente sia andata lì contro i suoi governi.

Note:

[1] Il nome mensalão (mensile) si riferisce ad un corrispettivo mensile di denaro che, secondo quanto affermato in una intervista al quotidiano Folha de São Paulo dal deputato del Partito laburista Roberto Jefferson, alleato del governo Lula, sarebbe stato corrisposto in maniera occulta a membri della Camera dei rappresentanti. Sarebbero stati corrisposti ad alcuni deputati compensi mensili (pare intorno ai 12 000 dollari al mese) perché venissero votati progetti che stavano particolarmente a cuore all’esecutivo.
Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_del_mensal%C3%A3o
[2] codice SWIFT: Worldwide Interbank Financial Telecommunication utilizzato nei pagamenti internazionali per identificare la Banca del beneficiario Fonte: wikipedia
[3] sulle sentenze del giudice Thomas Griesa e sui “fondi avvoltoi”: http://ilmanifesto.info/il-giudice-avvoltoio-griesa-fuorilegge-buenos-aires/

 *Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo libro, Descolonizar. Il pensamiento critico y las practicas emancipatorias, sta per uscire in Colombia per le edizioni desde abajo.

Fonte: Cip Americas

titolo originale: En Brasil, un ciclo de luchas para frenar la derecha

traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

23 marzo 2015

Comune Info

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo:
Raúl Zibechi, “Il Brasile che verrà” pubblicato il 23-03-2015 in Comune Info, su [http://comune-info.net/2015/03/il-brasile-che-verra/] ultimo accesso 24-03-2015.

 

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