Raúl Vera: Massacrare gli attivisti sociali, in Messico “un’abitudine”


Il vescovo di Saltillo e difensore dei diritti umani dice che non è più possibile distinguere in Messico dove finisca un cartello e incominci l’apparato politico. Denuncia che nel caso di Ayotzinapa, i criminali sono braccia di cui si servono i politici.

Messico. “Ma quale delinquenza! Questo è un messaggio per gli attivisti sociali; lo abbiamo già visto da molte parti”, accusa il vescovo Raúl Vera –che ha fatto attività pastorale nelle località conflittuali del Messico, dal Coahuila fino al Chiapas, passando per il Guerrero. Il massacro dei “normalisti” per mano della polizia di Iguala, il 26 settembre, ha precedenti in altre repressioni “e nell’uso smisurato della forza”, dichiara.

Vera paragona gli attacchi agli studenti –fino ad oggi c’è un saldo di sei persone giustiziate, 43 scomparse e 25 ferite, due delle quali gravi– con la repressione governativa a San Salvador Atenco nel 2006. “Si tratta di tattiche di terrorismo di stato”, riassume.

Acteal e Iguala: la crudeltà

Il vescovo di Saltillo, Coahuila, trova un punto di coincidenza tra il massacro di Acteal, Chiapas, nel 1997, e l’esecuzione extragiudiziaria e la scomparsa forzata dei “normalisti”, la crudeltà con cui si agisce. Nel Chiapas il trattamento verso gli tzotzil assassinati –“scelsero dei pacifisti, quasi tutti donne e bambini”-, chiarisce fu “kaibilesco” (forze speciali messicane, ndt). Il religioso insiste sul fatto che è stato un messaggio dello stato per intimidire gli insorti.

Un altro punto analogo tra i massacri, che hanno provocato la condanna internazionale del governo messicano, è l’impunità che li circonda. Ad Acteal, anche se sono stati catturati i paramilitari, questi si trovano liberi. E ad Iguala, anche il sequestro nel giugno del 2013 di otto attivisti e l’assassinio di tre di loro, appartenenti all’Unità Popolare, è rimasto senza castigo. Secondo un sopravvissuto, il responsabile diretto dell’esecuzione fu il sindaco, José Luis Abarca, oggi latitante. La vedova di uno dei dirigenti assassinati, Sofía Mendoza, continua ad essere minacciata dai criminali, precisa il domenicano.

Ad Acteal, insiste Raúl Vera, ci sono testimonianze che la polizia statale e l’esercito coprirono e guidarono le azioni paramilitari. “Questo tipo di cose le vediamo ad Iguala”, paragona. Il vescovo, che fa parte dell’organizzazione Red Década contra la Impunidad, ha partecipato a due carovane di osservazione dei diritti umani nel Guerrero, una per il caso di Iguala.

Sull’assassinio di Arturo Hernández Cardona, dirigente dell’Unità Popolare, Vera aggiunge che “dava fastidio” ad Abarca perché aveva organizzato una manifestazione “forte” per chiedere l’applicazione di aiuti governativi. Precisa che fu catturato, insieme agli altri sette militanti, e portato in un terreno incolto nei dintorni di Iguala, dove il sindaco lo minacciò e lo assassinò, accompagnato “dai criminali”, racconta. La dichiarazione del sopravvissuto è avvenuta a marzo di quest’anno, “e nessuno ha mosso un solo dito”.

“In queste scomparse, già partecipa un altro tipo di corpi”, spiega il vescovo. E insiste sul fatto che i criminali sono le “braccia” del sindaco. Giudica come “assurde” le versioni che indicano che i “normalisti” avrebbero molestato, in qualche modo, i criminali: “Questo è cercare di legittimare ciò che è successo”.

“Non sappiamo più dove finiscono i cartelli e incomincia il crimine organizzato che è nella struttura politica e negli apparati di giustizia. Ora siamo stufi di questa connivenza spaventosa”, si lamenta.

Foto: SIPAZ

10.10.2014

DesInformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
“Masacrar a luchadores sociales, “un hábito” en México: Raúl Vera” pubblicato il 10-10-2014 in DesInformémonos, su [http://desinformemonos.org/2014/10/masacrar-a-luchadores-sociales-un-habito-en-mexico-raul-vera/] ultimo accesso 13-10-2014.

 

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