Gli attuali movimenti politici indigeni in Latinoamerica


Ricardo Martínez

Negli ultimi due decenni, popoli, comunità e movimenti politici indigeni hanno studiato nuove forme di organizzazione sociale territoriale che, in diversa misura, qualificano come costruzioni storico-statali in Bolivia, ma fondamentalmente come autonomie radicali in Messico, Colombia, Cile, Argentina ed Ecuador, che fanno del Latinoamerica il luogo più importante della lotta anticapitalista.

Sono movimenti antisistema. Essenzialmente anti-estrattivisti che si oppongono allo sfruttamento squilibrato della natura in uno qualsiasi dei modi, sia privato, statale o mediante associazione pubblico-privato. Accomunati nella prospettiva della loro filosofia del “Buen Vivir” (Vivere Bene), resistono alla depredazione, al saccheggio e ai danni delle risorse naturali e propongono una visione millenaria di armonia con la terra e i suoi frutti, l’acqua e le sue fonti, la vita come interezza, dove l’essere umano fa assegnamento su un’etica di protezione.

Si tratta di una ribellione di nuovo tipo che smuove il Latinoamerica e che sorge ai margini del sistema mondo. Storia carica di esperienze radicali e portatrici di cosmovisioni diverse da quelle occidentali. Si oppongono in pieno alla logica del capitale che cerca il massimo profitto privato e, in cambio, propongono nei fatti la produzione comune e collettiva.

Le loro lotte sono dirette a distruggere il cuore del capitalismo: la contraddizione tra il capitale e il lavoro che nella sua forma attuale conosciamo come sfruttamento e che si manifesta nelle sue sfere di azione, circolazione e realizzazione. Allo stesso tempo, attaccano le forme di coscienza sociale determinate dalla cultura del capitale, l’individualismo, il consumismo, lo spreco, la disuguaglianza e le sue varianti di classe, genere ed etnia. Non si tratta di una teoria, ma fondamentalmente di una pratica. Si oppongono nei fatti al capitalismo.

Sono società in movimento, la loro base è comunitaria, che implica un’organizzazione orizzontale, riducendo al massimo le gerarchie del potere come dominio anteponendogli il potere come creatività, come capacità comune di fare insieme agli altri.

Il sociologo uruguayano Raúl Zibechi li definisce come “portatori di un mondo nuovo”, perché producono e riproducono le loro vite sulla base di relazioni di reciprocità rafforzando una nuova cultura che si basa sulla solidarietà.

In Messico, le comunità indigene zapatiste nel sudest del paese rappresentano l’autonomia più sviluppata del continente. Dall’anno 2003, un esteso territorio si è consolidato come sede delle Giunte di Buon Governo, forme di organizzazione politico comunitaria dove le popolazioni composte da centinaia di migliaia di indigeni tzeltales, tojolabales, tzotziles, mames, tra gli altri, formano l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), organizzazione che ha guidato la sollevazione indigena del 1994.

Il possesso della terra è collettivo, la loro produzione, commercio e consumo, anche. Hanno istituito metodi di lavoro dove tutti i membri di municipi, popoli e comunità partecipano per risolvere le necessità di salute, educazione, casa, progetti produttivi, comunicazione, giustizia, esercizi di Buen Vivir. Definiscono la loro pratica come “comandare obbedendo”, dove la guida è collettiva e a rotazione.

Dall’insurrezione zapatista del 1994, il Governo messicano ha avviato una guerra di controinsurrezione. Nel 1997 è stato responsabile del genocidio nella località di Acteal, Chiapas, dove furono crivellati decine di indigeni; mantiene militarizzata la zona con metodi di azione punitivi, con il controllo delle popolazioni, con crimini selettivi come il recente contro il dirigente zapatista José Luis Solís López, conosciuto tra i suoi compagni come “Galeano”.

L’attuale presidente, Enrique Peña Nieto, si rifiuta, come i suoi predecessori, di riconoscere i diritti dei popoli originari. Al contrario, cerca di disarticolare l’esteso e approfondito processo autonomista nel Chiapas.

Un altro caso interessante è quello boliviano. A seguito di ampi movimenti subalterni, negli anni 2000 e 2003 sorge una direzione plurinazionale indigena.

A Cochabamba come ad El Alto, milioni di aimara e quechua, popoli originari, costruiscono una territorialità fondata su usi e costumi millenari. Si mobilitano in difesa dell’acqua contro le imprese transnazionali, come fanno anche per la difesa dei propri territori naturali contro lo sfruttamento di tipo estrattivista del gas.

Costruiscono popoli con organizzazioni collettive, le decisioni sono pluraliste, in comune e praticano forme di politica basate più sull’accordo e il consenso. Mantengono una relazione di coordinamento, a volte tesa, con lo stato, oggi guidato dal presidente indigeno Evo Morales, che effettua anche la consultazione nazionale per prendere decisioni importanti come quelle relative alla costruzione di strade o alla produzione mineraria.

Questi movimenti sociali sono riusciti a modificare la struttura del potere formale e hanno aperto un processo di riforma dal basso, come dire, dalle basi sociali. Contano sulla prima costituzione politica nazionale che riconosce i diritti dei popoli originari, che ha fatto dichiarare la Bolivia uno Stato Plurinazionale, riconoscendo le nazioni etniche che lo costituiscono. Questo gli ha permesso di mantenere un processo di trasformazioni permanenti e di mobilitazioni per orientare importanti decisioni governative.

Il conosciuto Piano 3000, nella località di Santa Cruz, dà origine ad un’attiva territorialità indigena. Più di 250.000 quechua ed aimara rendono effettiva l’autonomia indigena opponendosi a progetti modernizzatori capitalisti. Orientano il Governo verso misure conformi alla volontà popolare.

In Colombia, i popoli indigeni nasa nell’intrico montagnoso del Cauca, al nord del paese sudamericano, praticano “il cammino della parola degna”. Prendendo decisioni politiche nei loro consigli, rendono effettiva la democrazia diretta con la partecipazione di tutti gli abitanti. A partire da una visione di madre, avanzano in quello che considerano il recupero delle proprie terre e lì approfondiscono processi autonomisti come modo per convivere meglio con i territori.

Nei loro comunicati e appelli pubblici affermano: “abbiamo stabilito che la solidarietà e la tenerezza rimpiazzino per sempre la competenza e il desiderio di potere. Questo lo apprendiamo dalle nostre sorelle, nonne, madri e compagne”.

In Cile, i popoli originari mapuche storicamente si sono mostrati contro “i progetti di morte”, come dicono, qualificando i progetti privati. Attualmente si oppongono con mobilitazioni di massa alle dighe idroelettriche, alle imprese minerarie transnazionali e a superstrade come i gasdotti. Si tratta della lotta contro il saccheggio delle loro terre collettive. Sono stati perseguitati, repressi, incarcerati. Sono andati avanti nelle loro degne lotte per la vita. Consolidano così una identità politica della “comunità”, come il principio di fare politica collettivamente.

I popoli indigeni marcano così una tendenza che dà la priorità all’essere umano nel suo ambiente bioculturale e si scontra anche nei fatti con il vortice del capitale.

26-05-2014

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Ricardo Martinez, “Los actuales movimientos políticos indígenas en Latinoaméricapubblicato il 03-06-2014 in Rebelión, su [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=185128] ultimo accesso 06-06-2014.

 

,

I commenti sono stati disattivati.