I dialoghi di pace e la destituzione di Petro


Raúl Zibechi

La decisione del procuratore generale, Alejandro Ordóñez, di destituire il sindaco di Bogotà, Gustavo Petro, e di inabilitarlo alle cariche pubbliche per 15 anni, è un colpo al processo di pace che le FARC e il governo di Juan Manuel Santos negoziano all’Avana. Ma è anche una dimostrazione del tipo di democrazia che domina nel paese sudamericano, attraverso la quale le elite dominanti cercano di blindare i propri interessi di classe.

Petro è stato membro del M-19, smobilitato più di due decenni fa. È il primo sindaco di sinistra della principale città della Colombia che esercita l’incarico. Nella sua campagna elettorale ha promesso di difendere la cosa pubblica, l’ambiente e di lottare contro le mafie. Anche se non è un radicale ma un tiepido socialdemocratico, dopo aver assunto l’incarico di sindaco a gennaio del 2012 ha cercato di riformare la raccolta dei rifiuti della città, in mano di impresari privati legati ai paramilitari.

Ciò che ha scatenato la crisi e la sua successiva destituzione è stata la decisione del 18 dicembre 2012 di trasferire la raccolta dei rifiuti all’impresa pubblica Acque di Bogotà. Gli imprenditori hanno boicottato il trasferimento e per alcuni giorni si è vista la città sommersa dall’immondizia, per cui il comune si è visto costretto a contrattare per la pulizia dei camion per la raccolta dei rifiuti. È stata proposta, inoltre, la regolarizzazione di 14.500 lavoratori che fanno la raccolta informale dell’immondizia.

Secondo tutte le analisi, lo sviluppo di questa giusta decisione è stata alquanto affrettata, ma nessuno ha accusato Petro di corruzione o di cattiva gestione dei fondi pubblici. Le ragioni che lunedì 9 il procuratore ha sostenuto per procedere alla destituzione sono tre: aver firmato accordi per la raccolta dell’immondizia con una compagnia senza che questa abbia la sufficiente esperienza; aver leso i principi di libera impresa e concorrenza imponendo delle limitazioni alle imprese affinché non offrissero il servizio; autorizzare l’uso di camion per pulire la città.

La relazione tra le accuse e le sanzioni è assolutamente sproporzionata. I danneggiati dalla decisione di Petro sono due impresari appaltatori: William Vélez, del Gruppo Ethuss, e Alberto Ríos, legato al Gruppo Nule. Vélez è uno dei grandi appaltatori di opere dello stato (pulizia e autobus urbani, aeroporto di Bogotà) ed è “il più rappresentativo di una nuova classe imprenditoriale che si è rafforzata nell’era Uribe attraverso i grandi contratti con lo stato, e che fa già parte dei nuovi cacaos colombiani” ( Semana, 21 novembre 2009) (cacaos, importanti uomini d’affari simpatizzanti o attivisti di candidati presidenziali, ndt).

Vélez è amico personale dell’ex presidente Álvaro Uribe, al quale ha finanziato la campagna per le sue rielezioni, e viene considerato legato ai progetti dei paramilitari per legalizzare le loro fortune mediante due tipi di affari: quelli che gli permettevano di lavare il denaro perché potevano sovrafatturare le vendite, e i monopoli statali nelle regioni dove avevano influenza (La Silla Vacía, 2 agosto 2009).

Anche il Gruppo Nule, chiamato Carosello dell’Appalto, è legato alle grandi opere della città e nel 2010 è stato protagonista del maggiore caso di corruzione del paese, sotto il mandato del sindaco Samuel Moreno, nell’aggiudicazione di opere in modo irregolare (Caracol Radio, 25 febbraio 2011). Nonostante fosse indagato e carcerato preventivamente, il procuratore ha sospeso e inabilitato Moreno per 12 mesi, mostrando una strana differenza con il trattamento dato a Petro, che è accusato solo di aver commesso degli errori.

Il procuratore Ordóñez ha destituito e inabilitato per 18 anni l’ex senatrice Piedad Córdoba per aver collaborato con le FARC, nel caso dei negoziati per la liberazione di ostaggi. In cambio ha assolto i parapolitici (parlamentari legati ai paramilitari) dopo che erano stati condannati dalla Suprema Corte, ha difeso i militari accusati di violare i diritti umani e ha mantenuto il silenzio sui falsi positivi ( l’assassinio di civili innocenti per farli passare come guerriglieri morti in combattimento).

Per questo molti colombiani sono d’accordo con la giornalista Juanita León, direttrice di La Silla Vacía, che considera la destituzione di Petro un ulteriore atto politico e arbitrario del procuratore e si domanda sulla convenienza per la democrazia che la procuratoria possa destituire funzionari eletti popolarmente. Ordóñez, nel dicembre del 2008, fu eletto dal Senato procuratore per un periodo di quattro anni, con 81 voti a favore e uno solo contrario, e rieletto nel 2012 fino al 2017. Petro uno dei senatori che votarono a favore.

Al di là della personalità del procuratore, uno dell’ultradestra e integralista cattolico, la questione è relativa al carattere della democrazia colombiana. Il giorno successivo alla destituzione di Petro, le FARC hanno emesso un duro comunicato: Ieri, con una sola botta, Ordóñez ha dato a noi insorti in armi una lezione su quello che per l’oligarchia significa democrazia in Colombia e sulle inutili garanzie per un esercizio politico indipendente.

Questo, giustamente, è il tema su cui governo e guerriglia si sono trovati d’accordo meno di un mese fa: le garanzie per l’esercizio di una opposizione legale. Se ti destituiscono per aver tentato di cambiare il modello di raccolta dei rifiuti, che succederà quando gli usurpatori dovranno restituire le terre rubate?

Ridurre il problema al procuratore è troppo semplicistico. Quella che è messa in questione è la democrazia. Non c’è mai stato altro in Colombia che una democrazia razionata, un concetto del rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella recuperato da Lincoln Secco: un regime dove la violenza contro i poveri e gli oppositori si combina con azioni autoritarie dentro la legalità e gli scarsi diritti sono distribuiti con il contagocce ai settori più moderati dell’opposizione.

Merita la pena di riflettere su questo tipo di democrazia, che si diffonde in tutto il mondo: un regime dove comandano impresari corrotti, arricchiti al riparo di affari con lo stato, e dove dei funzionari possono destituire impunemente i rappresentanti popolari.

17-12-2013

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “Los diálogos de paz y la destitución de Petro pubblicato il 17-12-2013 in La Jornada, su [http://www.jornada.unam.mx/2013/12/13/index.php?section=opinion&article=030a1pol&partner=rss] ultimo accesso 18-12-2013.

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