Il neoliberismo come “progetto di classe”. Intervista a David Harvey


Elsa Roulet

Harvey, David. Geografo e urbanista inglese, nato nel 1935 nel Kent. Ha svolto gran parte della sua carriera negli Stati Uniti dove è titolare della cattedra di antropologia del College University di Nueva York, dopo aver insegnato per più di trenta anni geografia e urbanistica ad Oxford e a Baltimora. Profondo studioso dell’opera di Marx, nel 1982 pubblica un’importante opera di teoria economica, I limiti del capitale. Nel 1985 pubblica due libri di saggi sull’urbanistica, La coscienza e l’esperienza urbana e L’urbanizzazione del capitale, e nel 1989 appare La condizione della postmodernità, probabilmente la sua opera più conosciuta, dove indaga l’emergere della cultura e dell’arte postmoderni come effetto delle trasformazioni del capitalismo e dell’apparizione del postfordismo. Oltre alle opere già menzionate è autore di Spazi di speranza, Akal (2000), e Il nuovo Imperialismo, Akal (2003). Vedere nei precedenti numeri di Herramienta, gli altri lavori pubblicati.

In questa intervista David Harvey riprende l’analisi della crisi del capitalismo, intesa come crisi del “progetto di classe” che è il neoliberismo. Evoca anche le trasformazioni della classe operaia, la situazione in Europa e negli USA, il ruolo che possono disempegnare gli intellettuali critici, e difende la necessità, se si vuole cambiare il mondo, di costruire una visione utopistica.

E.R. – Lei ha teorizzato l’adozione del neoliberismo come una transizione dal fordismo ad un regime di accumulazione flessibile [1]. Crede che la crisi economica che è scoppiata nel 2008 dimostri il fracasso di questo modo di accumulazione flessibile?

David Harvey – Questo dipende dal modo con cui si definisce l’accumulazione flessibile. Se si concepisce come modello per rivitalizzare il capitalismo nel suo insieme, io direi di sì, ma ha già fracassato fin dall’inizio. Se il modello è stato disegnato per concentrare ed aumentare il potere della classe capitalista, e in particolare di determinate frange della classe capitalista, è stato un successo totale. Senza dubbio il crack del 2008 non è stato un avvenimento speciale se si osservano tutti i crack che hanno avuto luogo dal 1997: quello dell’Asia orientale e sudorientale nel 1998, quelli del Sudamerica nel 2001. Tutto questo periodo è stato caratterizzato da brevi tappe di crescita interrotte da altrettanti crack, ma è indiscutibile che questi crack abbiano avuto una funzione molto importante nel consolidamento di una ricchezza e un potere sempre più grandi in porzioni sempre più piccole della classe capitalista. Credo che il 2008 abbia semplicemente segnato un passo in più in questa direzione verso la concentrazione di ricchezza e potere. Da parte mia, comprendo prima di tutto il neoliberismo come un progetto di classe, di consolidamento e rafforzamento della dominazione. Credo che il 2008 non abbia segnato la fine di tutto questo, una crisi di questo progetto di classe, ma un passo in più.

Ma si potrebbe dire che anche il liberalismo era un progetto di classe. Allora quale è la differenza tra il liberalismo e il neoliberismo?

Credo che la differenza stia nel fatto che il progetto di classe, che fu delineato alla fine del decennio del 1960 e realmente cominciò a fissarsi alla metà di quello del 1970, era molto più centralizzato, nella misura in cui il potere si era significativamente spostato a favore del settore finanziario. In un certo modo quest’ultimo si è trasformato nell’agente principale. Non avvenne lo stesso con il liberalismo. All’epoca del liberalismo si pensava che il settore finanziario dovesse agevolare l’attività produttiva e la sua funzione era più di lubrificante che di un motore del processo di accumulazione. Credo che in maggior misura il neoliberismo si caratterizzi per ciò che chiamo l’accumulazione per spoliazione, e non per le forme classiche di accumulazione per espansione, per crescita, forme classiche che in determinati periodi non erano in contraddizione con l’idea dell’aumento del livello di vita dei lavoratori. In molte parti del mondo, l’aumento del livello di vita dei lavoratori nei decenni del 1960 e 1970 si è potuto produrre, in una epoca in cui i tassi di accumulazione erano molto alti. Era un periodo in cui i poteri finanziari erano significativi, ma non predominanti. Dopo, a partire dagli anni settanta, è sorta questa economia caratterizzata molto di più dalla spoliazione.

In questa evoluzione verso il neoliberismo, come interpreta da un lato il ruolo della finanza e dall’altro quello della globalizzazione?

Ambedue le cose sono intimamente legate. La moneta è ciò che chiamo la “forma farfalla” del capitale, che può volare dove ne ha voglia. Le mercanzie sono una specie di “forma larva” del capitale: si spostano, ma lo fanno piuttosto lentamente. La produzione tende a fissare la “forma crisalide” del capitale. Nel concedere più potere alla finanza, si rafforza la “forma farfalla” del capitale, che ha la capacità di trasferirsi quasi dove le piace. Credo che ci sia stato un deliberato processo di consolidamento della “forma farfalla” del capitale, in modo che ha potuto posarsi in territori dove, per esempio, il costo della mano d’opera è molto basso, dove le imposte sono molto basse. Così, i trasferimenti risultano più facili, con il risultato che ciò ha permesso di abbassare i salari dei lavoratori nelle antiche zone industriali del Nord, dell’America, dell’Europa, eccetera. Pertanto, assistiamo ad una deindustrializzazione dei centri di produzione classici. Questa deindustrializzazione si nutre del trasferimento dei posti di lavoro in altri luoghi e mancava qualcosa che la facilitasse; questo qualcosa è stato la finanziarizzazione.

Sembra di assistere ad una crescente mercantilizzazione dei “beni immateriali” come le idee (con il forte aumento del numero dei brevetti), l’educazione, la cultura, così come una mercantilizzazione della natura (titoli finanziari sui geni, sulla pioggia, eccetera). Come interpreta questa tendenza? Che ruolo svolge in questa crisi del capitalismo?

Produciamo una quantità ogni volta maggiore di plusvalore. Già esiste da molti anni un vero problema per trovare luoghi in cui collocare questo capitale. Ciò che è successo negli ultimi 30 o 40 anni è che il capitale si è interessato molto di più dell’aumento del valore dei beni e della speculazione intorno al valore dei beni. Nonostante ciò, in questo processo ci si interessa ogni volta di più delle rendite, come in particolare abbiamo visto riguardo alla proprietà immobiliare, la rendita della terra, i prezzi del suolo. E, certamente, ai diritti di proprietà intellettuale. Di colpo si è prodotta una esplosione di ciò che si chiama il settore della rendita dell’economia capitalista. Il settore della rendita è sempre stato molto importante. Per esempio: tutto indica che nei secoli XVIII e XIX il denaro che guadagnavano le classi superiori con l’affitto e l’appropriazione di terre era più abbondante di quello che traevano dal settore manifatturiero. Così che il settore della rendita è sempre stato importante, in particolare nella costruzione delle città. Ed è chiaro che continua ad esserlo; in determinate aree avanzate del mondo capitalista, i rendimenti della proprietà delle terre e dei beni sono molto alti, e la proprietà intellettuale è una nuova forma di proprietà, che in qualche modo è sempre stata presente, ma che ora ha acquistato molta importanza. E se uno può guadagnare denaro per il mero fatto di essere proprietario di brevetti, se uno può ottenere buoni rendimenti del capitale senza la necessità di impiegare nessun lavoratore, perché dovrebbe prendersi il disturbo di produrre? Così penso che nel corso degli ultimi 30/40 anni ci siano stati numerosi segnali che si stasse costruendo un potente settore della rendita, con entrate provenienti dalle rendite di ogni tipo di fonti: terra, proprietà di risorse, proprietà di diritti di varia natura, tra loro, certamente, i diritti di proprietà intellettuale. Nel suo insieme questo settore nell’attività capitalista è ora molto più significativo e, inoltre, non impiega molti lavoratori.

Lei ha elaborato il concetto di accumulazione per spoliazione, che ha suscitato numerosi dibattiti. In certe occasioni è stato considerato essere molto ampio. Che conclusioni teoriche e politiche trae da questi dibattiti?

Credo che in un certo modo fosse un argomento molto generale e che esistano diversi tipi di spoliazione. Alcuni, per esempio, hanno domandato se per caso ciò che avviene nel processo di produzione non sia una spoliazione dell’eccedente che producono i lavoratori. È una forma di spoliazione, ma non si presta attenzione alle distinte forme di spoliazione che si producono in altri ambiti, nella circolazione del capitale. Questo è ciò che io volevo formulare teoricamente analizzando il circuito del capitale. Quando osserviamo il circuito del capitale, vediamo che c’è il circuito delle merci, il circuito della moneta, il circuito della produzione, tutto ciò sta nel secondo tomo del Capitale.

Questi distinti circuiti sono integrati tra loro, ma ciascuno ha il suo agente: il circuito della moneta ha il settore finanziario, il circuito della produzione ha il settore industriale, il circuito delle merci ha il settore commerciale. Allora la questione che si presenta è la seguente: in che modo queste distinte sfere rivendicano l’eccedente e come si appropriano effettivamente di questo? La mia tesi è che il settore finanziario e il circuito delle merci operano secondo un principio di accumulazione per spoliazione, perché ciò che fanno è utilizzare il loro controllo sulle merci o il loro controllo sulla moneta per sottrarre una tassa, una tassa che strappano ai lavoratori. Pertanto, in un certo modo la borghesia può recuperare attraverso i banchieri e i finanzieri tutto ciò che può concedere nell’ambito della produzione. Analizziamo la questione di sapere dove si realizza il plusvalore, in opposizione a dove si produce. Marx spiega che si crea nella produzione, cosa che non metto assolutamente in dubbio. Ciò con cui non sono d’accordo è la supposizione che, creandosi nella produzione, si realizzi anche nella produzione.

Di fatto, è possibile che soltanto una parte molto piccola di plusvalore sia realizzato nella produzione. Se osserviamo l’esempio che ho già utilizzato, che è quello della [catena di supermercati] Wall Mart, che è una organizzazione commerciale capitalista, vedremo che ottiene elevatissimi tassi di profitto sulla base del subappalto ai produttori cinesi, che a loro volta ottengono dei tassi di profitto molto bassi. Pertanto, si tratta di una relazione di accumulazione per spoliazione. Malgrado ciò possiamo andare più lontani con la questione, che ho già presentato, di sapere come il capitalismo acquisisce i beni e come successivamente cerca di valorizzare questi beni. Ebbene, spesso li rubano ai membri di altre classi. Negli USA ci sono qualcosa come sei milioni di abitazioni che sono state sfrattate, come dire, sei milioni di famiglie che hanno perso la propria casa. Che avviene con queste abitazioni? Per ora hanno un prezzo molto basso. Sono state acquistate da grandi gruppi capitalisti che le tengono per due o tre anni, nell’attesa che il mercato si riprenda, e allora si riempiono le tasche. Abitazioni riacquistate al prezzo di, poniamo, 200.000 dollari per unità si venderanno allora a 300.000 o 400.000 dollari ciascuna, sempre che il mercato si riprenda.

Si tratta di una attività speculativa, è ciò che chiamo accumulazione per spoliazione. Esistono anche forme di rapina diretta quando si sopprimono gli assegni di pensione, si riducono i diritti alla sanità, o quando un bene gratuito prodotto fino ad ora dallo stato diventa oneroso, come, per esempio, in genere l’università o l’educazione. Io in Gran Bretagna ho potuto godere di una educazione gratuita, ma coloro che ora studiano devono pagare. Negli USA il costo dell’educazione aumenta ogni volta di più, gli studenti si indebitano e già esiste un enorme debito studentesco. Anche questo è una economia di spoliazione. Ciò che deduco da tutto questo è che le forme che adotta la spoliazione sono molto varie, e come termine generale probabilmente risulta molto ambiguo dire soltanto che “è una economia di spoliazione”. Dobbiamo stare più attenti alle forme di spoliazione che si producono e dove si producono. Credo che sia una buona idea sviluppare una comprensione più sofisticata delle distinte forme che può adottare la spoliazione, questo è ciò che concludo nei dibattiti. Ma non voglio in alcun modo riproporre l’idea che costituisca una parte molto importante della struttura dello sfruttamento in una economia capitalista.

E politicamente, che conclusioni lei tira fuori da questi dibattiti intorno al concetto di spoliazione?

Dal punto di vista politico, ciò che deduco è l’idea della resistenza all’accumulazione per spoliazione. Che in ogni parte c’è molta resistenza, e che queste forme di lotta fanno parte della dinamica generale della lotta delle classi. Questo sposta il centro dell’attenzione dall’organizzazione e dalla teorizzazione politica, allontanandolo da ciò che spesso è stato il centro dell’attenzione esclusivo di determinate organizzazioni di sinistra, chissà, la fabbrica, per trasferirlo, per esempio, alla città. Se osserviamo le strutture dello sfruttamento in e nei dintorni di una città, vedremo lo sfruttamento della rendita, lo sfruttamento commerciale. In questo modo incominciamo ad avere una nozione molto diversa di ciò che è la politica di resistenza all’accumulazione capitalista, una volta che si integrano tutte queste altre forme di sfruttamento nel paesaggio.

In un articolo pubblicato nel 2009 su “Counterpunch”, lei ha scritto che la classe operaia non sempre è, e non lo è in tutti i paese, in condizioni di porsi all’avvanguardia della lotta sociale e politica. Può sviluppare questa idea?

Ci sono due modi di vedere la cosa. Potrei dire che la classe operaia, così come è stata tradizionalmente definita, non è in condizioni di essere all’avanguardia e che in certi casi i movimenti sociali o politici sono stati all’avanguardia. Se esaminiamo fenomeni come la rivolta zapatista, vedremo che non è stata una rivolta della classe operaia, ma una rivolta contadina. Era anche una rivolta contro l’accumulazione per spoliazione; e lo stesso accade, per esempio, riguardo alle guerre dell’acqua in Bolivia, a Cochabamba, dove si trattava anche di una lotta contro l’accumulazione per spoliazione. E le lotte ad El Alto, dove una città intera si ribella e distrugge il potere presidenziale e apre la via d’accesso al potere di Evo Morales. Questi movimenti rivoluzionari sono stati molto forti e potenti, e non si sono basati su una classe operaia tradizionale.

Ciò che voglio dire è che se analiziamo le dinamiche dell’urbanizzazione e ci poniamo la questione di “chi produce la città, chi riproduce la città?”, e se diciamo che tutti coloro che producono e riproducono la città fanno parte della classe operaia urbana, allora questa comprende molto di più dei lavoratori delle fabbriche, per includere il personale domestico, i tassisti, per cui abbiamo una concezione differente della classe operaia. Sono favorevole a cambiare la nostra concezione su chi costituisce la classe operaia e su quali tipi di posto di lavoro siano cruciali. Abbiamo visto degli esempi, ho menzionato El Alto, la grande forza che avevano i suoi abitanti nel bloccare totalmente la città, ciò che di fatto è uno sciopero generale, uno sciopero nello spazio urbano. Penso che gli scioperi dei trasporti siano molto efficaci; in Francia, per esempio, nel decennio del 1990 e in quello del 2000 ci sono stati scioperi molto importanti nei trasporti. Si può paralizzare una città, e paralizzare una città è un tipo di strumento molto efficace nella lotta delle classi. E non sono unicamente i lavoratori delle fabbriche che vanno a farlo, è necessario che sia la città intera appoggi questa azione. Pertanto, o diciamo bene che “la classe operaia è qui” e “quelli” sono altri movimenti sociali, o cambiamo bene la nostra concezione della classe operaia. Penso che sia preferibile cambiare la nostra concezione della classe operaia.

Come interpreta la crisi dell’Unione Europea? Sembra di assistere ad un processo di radicalizzazione neoliberista, proprio nel momento in cui sorgono relazioni neocoloniali tra il centro dell’Europa e la periferia, in particolare con la crisi del debito greco.

Mi sembra che sia necessario analizzare la crisi dell’U.E. in termini di classe. Non c’è dubbio alcuno che, per esempio, la creazione dell’euro sia stata una operazione molto vantaggiosa per la classe capitalista, e in particolare per le frazioni della classe capitalista che si trovavano nei settori più avanzati, nei paesi più avanzati dell’Unione. Pertanto, abbiamo un ambito geografico diseguale nel quale si produce una unificazione, che in particolare risulta molto vantaggiosa per la Germania, anche se non solo per la Germania. La Germania ha guadagnato molto con la creazione dell’euro, e quando si esamina quanto avvenuto nelle economie del sud dell’Europa in generale, e della Grecia in particolare … Non dirò che i greci non abbiano per conto loro causato alcuni dei disastri, nel portare a termine ogni tipo di inganni contabili, eccetera, ma d’altra parte la Grecia si è trasformata in un meraviglioso mercato per la Germania, che ha potuto sfruttarla al riparo delle sue superiori capacità produttive e organizzative.

La Germania, in effetti,  ha potuto applicare una politica di accumulazione per spoliazione per mezzo della Grecia e ridurre la capacità produttiva della Grecia. E quando sono sorti i problemi, è chiaro che non c’era nessun obbligo, da parte di nessun membro dell’Unione, di aiutare un altro membro. A partire da allora si è prodotto un diseguale sviluppo geografico della crisi, che si abbatte sulle popolazioni e i territori più vulnerabili. Un caso analogo negli USA sarebbe quello dello stato della California, che ha conosciuto difficoltà notevoli, ma che non ha avuto la medesima sorte della Grecia perché il governo federale ha dovuto pagare il Medicare, eccetera, mentre nei confronti della Grecia non esiste questo obbligo.

Allora in Grecia assistiamo a circostanze straordinarie in cui la gente sprofonda in una penuria totale, per molti aspetti a causa della politica di austerità imposta dai poteri della classe capitalista, i cui interessi principali sono concentrati in Germania e nel nord Europa. Mi sembra che nel breve periodo questa geografia diseguale non cambierà. Non percepisco nemmeno alcun cambiamento della politica, per cui credo che questo sarà un problema duraturo per l’Europa, che non si risolverà necessariamente con l’uscita dall’euro dei paesi del sud. Pertanto, si tratta di una specie di dilemma permanente che a mio giudizio si potrà risolvere solo mediante una completa federalizzazione della base sociale dell’economia, mediante una collettivizzazione dei diritti pensionistici e di questo tipo di cose, cosa che è politicamente impossibile, non credo che nessun voterebbe questo.

Crede che in questi momenti si assista ad una svolta di tipo keynesiano negli USA? È possibile che il governo di Obama si allontani dal neoliberismo e applichi politiche più keynesiane?

Gli USA non sono mai stati puramente neoliberisti, ma finora abbastanza keynesiani. Sono stati neoliberisti a parole, particolarmente su aspetti come il salario sociale e la protezione sociale, eccetera, ma mai lo sono stati rigorosamente riguardo al finanziamento del deficit. Il deficit di George Bush II finanziò due guerre, riduzioni di imposte per i ricchi e un enorme programma sociale di accesso alle medicine che è stato molto vantaggioso per le compagnie farmaceutiche. Ronald Reagan, che è una delle figure associate al neoliberismo, era di fatto un keynesiano in materia di difesa e finanziò il braccio di ferro con l’URSS per mezzo del debito pubblico. Gli USA sono sempre stati un caso particolare: la loro retorica sul settore pubblico è sempre stata molto neoliberista, ma le loro pratiche sono sempre state parzialmente keynesiane.

Ciò che nell’attuale congiuntura risulta interessante è che il Partito Repubblicano, che di fatto condivise sotto George Bush questa impostazione di tipo keynesiano per fare la guerra, quando ha perso il potere ha davvero deciso di portare all’estremo la politica di austerità. Così cerca di impedire la possibilità di un programma leggermente espansionista, vagamente keynesiano, come fin dal principio il governo di Obama preconizza. Penso che stiano calpestando un terreno scivoloso, non controllano più la Camera dei Rappresentanti, e se si può dimostrare agli statunitensi che ciò che impedisce il recupero degli USA è il modo con cui il Partito Repubblicano agisce nella Camera dei Rappresentanti, allora nelle elezioni del 2014 assisteremo al trasferimento del potere ai Democratici, il Partito Repubblicano sarà finito. Chiaro che è anche possibile che questo non succeda, si tratta di una situazione molto complessa. Credo che ci siano membri del Partito Repubblicano che si rendano conto di trovarsi su un terreno scivoloso e che cerchino di cambiare, anche se per il momento senza molto successo. Finora, negli USA non si è mai dubitato di applicare pratiche keynesiane, in particolare nel finanziamento del deficit, e di essere antikeynesiani in materia di programmi sociali, di protezione sociale, e risolutamente antikeynesiani quando si tratta di concedere più potere alle organizzazioni ed alle istituzioni della classe operaia.

Il neoliberismo degli USA è sempre stato sospetto, il loro pragmatismo li ha sempre portati a fare ciò che giova alle classi superiori, ed è stato limitato da questo criterio. Non credo che ciò cambierà molto, anche se penso che in questo momento il governo di Obama abbia molto chiaro che il tasso di crescita degli USA sia molto basso e che esista la possibilità di una seconda recessione. Questo governo, se avesse le mani libere, punterebbe su pratiche espansionistiche, fino ad un certo punto anche su pratiche espansionistiche che implicassero la concessione di più potere alle organizzazioni e alle istituzioni della classe operaia. Credo che l’idea di una politica leggermente e parzialmente keynesiana sotto il governo di Obama sia già stata proposta e accettata, ma non sarà approvata dalla Camera dei Rappresentanti controllata dai Repubblicani, a meno che questi ultimi comprendano che questo li porterà ad un disastro elettorale se la gente percepirà che loro sono l’ostacolo. È da vedere come evolveranno le cose.

A suo giudizio, quale può e deve essere il ruolo degli intellettuali o degli universitari critici?

Ci sono due cose. Ciò che accade nel mondo universitario, da tempo, fa parte della lotta delle classi, è la lotta delle classi nell’ambito delle idee. Pertanto, una cosa che mi piacerebbe che facessimo tutti è di lottare nel mondo universitario per differenti tipi di produzione dei saperi, di riproduzione dei saperi. Coloro che sono fuori dalle università pensano spesso che questa sia una torre d’avorio, ma non è così, l’università è un  terreno di lotta abbastanza accesa. Per un certo tempo ho cercato di mantenere aperti gli spazi all’interno dell’università nei quali si potessero sviluppare cose come quelle che concernevano il mio lavoro, ed è molto duro organizzarsi all’interno dell’università quando si fa fronte alle pressioni della trasformazione neoliberista e amministrativa di quelle, e questo comporta molto tempo. Ma credo che abbiamo anche l’obbligo di prendere certe cose su cui riflettere e presentarle in modo che siano comprensibili ad un pubblico ampio, pensando a come la gente possa leggere questo e trarre le proprie conclusioni.

Non credo che noi universiatari conosciamo il mondo meglio di qualsiasi altra persona. La mia opinione è che, quando lavoro con le organizzazioni sociali, queste sappianoiciò che vogliono e lo facciano meglio di me, e non è il mio compito dire loro cosa debbano fare, questo non mi accadrà. Ma il momento in cui forse posso essere utile è quando vogliono sapere come ciò che stanno facendo si relaziona con ciò che avviene nel capitalismo, quale è la relazione tra ciò che fanno e la lotta anticapitalista. Se vogliono riflettere su questa relazione, possiamo sederci insieme e cercare di comprendere ciò che fanno riguardo a pratiche e questioni più ampie. Credo che nel mondo universitario cerchiamo di sviluppare questa prospettiva su come funziona l’economia, o come viene attuata la politica, e a volte questo è utile alle organizzazioni politiche e ai movimenti sociali. Cosicché credo che sia necessario mantenere aperti gli spazi all’interno del mondo universitario a lavori progressisti e stringere legami con le organizzazioni sociali per apprendere da loro, e che loro apprendano da noi nel processo di lotta politica.

Nonostante ciò, con le tendenze alla privatizzazione dell’educazione, in particolare dell’insegnamento superiore, sembra più difficile mantenere questo spazio e questi dibattiti in seno all’università.

Così è. Tutti siamo aggredito, anche nell’università. E certamente, se osserviamo il processo di lavoro nel mondo accademico, ora negli USA la maggior parte dell’insegnamento è a carico di dipendenti che non hanno un contratto fisso e che vivono in certe condizioni economiche molto precarie. Questo è un altro campo di battaglia riguardo le condizioni di vita delle persone dipendenti nelle università. Non è una situazione facile, ma che può accadere? Bisogna organizzarsi e lottare, come da ogni parte.

Quale è la sua visione personale di una società socialista [2], se “socialista” è una parola adeguata?

Ci sono vari modi di costruire una visione utopistica. Credo che ci sia sempre la necessità di avere in mente una visione utopistica, in un modo o in un altro, un luogo nel quale vogliamo giungere, anche se alla fine non giungeremo, in un certo senso non importa molto se si giunge o no. Se si ha una visione, cercando di cambiare le cose, queste si muovono in una direzione o in un’altra. Non ho uno schema fisso, ne ho scritto uno nell’appendice di un libro che si intitola Spaces of hope, una specie di descrizione utopistica di una società costruita durante un periodo di 20 anni. E credo che abbiamo bisogno di un modo di costruire attraverso la negazione. Se si comprendono gli aspetti del capitalismo che non ci piacciono, che rifiuteremmo, come sarebbe una società che non fuzionasse più sulla base del valore di cambio, ma sulla base del valore d’uso, quali forme di coordinamento della divisione sociale del lavoro si creerebbero, come funzionerebbe per assicurare che nel valore d’uso l’approvigionamento di ciascuno sia sufficiente, che non si producano blocchi completi né rotture, ne penurie? Sono questioni molto pragmatiche. È possibile, pertanto, lavorare su questo tipo di idee, costruire attraverso la negazione: non vogliamo fare questo coordinandoci attraverso il mercato, vogliamo farlo in modo diverso, in collaborazione attraverso i lavoratori associati, i lavoratori associati che organizzano la divisione sociale del lavoro in modo che tutto il mondo abbia ciò di cui ha bisogno.

Con l’informatica abbiamo la possibilità di coordinare in modo diverso gli input e gli output [3]. In Argentina alcune fabbriche recuperate ora funzionano in rete grazie ai computer e organizzano i flussi di input e output in modo che cominciano a coordinarsi tra di loro, ma non si tratta di una pianificazione centralizzata, è qualcosa che si organizza in rete, senza nessun pianificatore centrale. Credo che, con le tecnologie che abbiamo, ora esistano nuove possibilità di proporre in modo differente queste questioni e che possiamo costruire una visione utopistica in cui i lavoratori associati in ciascuna unità produttiva controllino i mezzi di produzione, si organizzino e prendano le loro decisioni, potendosi coordinare tra di loro, comunicare tra di loro per rispondere alle necessità di tutti e tutte.

Elsa Bouletes collaboratrice della rivista Contretemps http://www.contretemps.eu/ nel cui sito il 24/03/13 è stata pubblicata questa intervista. Traduzione di Viento Sur http://www.vientosur.info/.

Note

[1] L’accumulazione flessibile designa il fenomeno della “flessibilizzazione” del lavoro dal decennio del 1970: il subappalto, la giornata parziale, la produzione “esattamente a tempo”, le attività informali si sono trasformate in elementi cruciali del processo di produzione. Questa “flessibilizzazione” (o detto in un altro modo, precarizzazione) non si instaura allo stesso modo da ogni parte ed è più rilevante nei “paesi emergenti”. Corrisponde ad una trasformazione della gestione delle imprese, centrata ogni volta di più su un funzionamento del mercato (subappalto delle attività, assicurando importanti rendite agli azionisti) a detrimento di una gestione “interna” dell’impresa.

 [2] In inglese “socialist”.

[3] Termini che designano ciò che “entra” (input) nel processo di produzione (materie prime, forza lavoro) e ciò che “esce” (output: prodotti, merci).

5/6/2013

Herramienta

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Elsa Roulet, “El neoliberalismo como ‘proyecto de clase’. Entrevista con David Harveypubblicato il 05-06-2013 in Herramienta, su [http://www.herramienta.com.ar/herramienta-web-13/el-neoliberalismo-como-proyecto-de-clase-entrevista-con-david-harvey] ultimo accesso 14-06-2013.

 

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