Politica di allenze o di affratellamento


  Raúl Zibechi

Quanto successo mezzo secolo fa tra i tagliatori di canna da zucchero uruguayani non fu qualcosa di eccezionale anche se, si deve riconoscere, non succede tutti i giorni. Qualcosa di simile sta succedendo in Cile.

Itacumbú, nel 1962, fu il primo accampamento dei tagliatori di canna da zucchero (cañeros) a Bella Unión, dipartimento di Artigas, nord dell’Uruguay. L’accampamento fu, da una parte, uno spazio di convivenza, di dibattito ed elaborazione collettiva delle risposte di un gruppo di cañeros di fronte alla persecuzione poliziesca e padronale che subivano. In questo senso gli accampamenti contribuirono a creare forti legami di solidarietà tra oppressi, condizione elementare per affrontare i duri scontri che li aspettavano.

In secondo luogo, da tutto il paese arrivarono negli accampamenti persone per appoggiarli in una lotta così diseguale contro le grandi imprese che applicavano forme di lavoro vicine alla schiavitù. Accorsero studenti, operai, cooperativisti, professionisti, sacerdoti francesi e comunità cattoliche, che convivevano nell’accampamento e nelle case di famiglie della località. Lavorarono insieme ai cañeros per costruire un policlinico, compito che richiese tre anni di lavoro collettivo, e facevano anche lavori culturali, ricreativi e corsi di formazione.

Gli accampamenti dei cañeros, riuniti nel sindacato chiamato UTAA (Unione del Lavoratori Zuccherieri di Artigas), devono molto all’influenza del loro leader, Raúl Sendic Antonaccio, anche se la forma-accampamento già c’era e continuerà ad essere un modo di azione degli oppressi in molti luoghi del mondo. L’esperienza vissuta da centinaia di giovani, e non solo, negli accampamenti dei tagliatori di canna fu decisiva nella formazione di un vasto movimento di liberazione nazionale che sarebbe scoppiato anni dopo. Furono scuole di autoformazione popolare, prima che nascesse l’educazione popolare e moltissimo prima che questa fosse codificata come “metodo”  di lavoro dalle ONG vicine alle politiche di “lotta alla povertà” in linea con la Banca Mondiale.

Quanto successo mezzo secolo fa tra i tagliatori di canna da zucchero e i giovani cittadini non fu qualcosa di eccezionale anche se, si deve riconoscere, non succede tutti i giorni. Qualcosa di simile sta succedendo in Cile tra i settori più attivi e autonomi del popolo mapuche e gli studenti organizzati intorno all’Assemblea Coordinata degli Studenti Secondari (ACES). Decine e successivamente centinaia di studenti liceali hanno cominciato ad affollare i cortei mapuche e a creare in seno all’assemblea “una commissione speciale per lavorare in modo diretto con i mapuche”, come spiegano alcuni dei suoi membri.

Anche gli studenti mapuche sono organizzati e ambedue i collettivi appoggiano le comunità militarizzate nel sud cileno. I legami tra i due movimenti più importanti del paese si approfondisce in modo capillare, partecipando ad azioni e in alcuni casi recandosi in piccoli gruppi nelle comunità semplicemente per trattenersi, accompagnare, apprendere, appoggiare. Non credo appropriato chiamare questi legami “solidarietà”, giacché si tratta di una relazione soggetto-oggetto in cui una parte decide, quando e come le pare, di appoggiare, nel modo che considera adeguato, altri e altre stando a maggiore o minore distanza. Ma senza muoversi dal luogo materiale e simbolico che occupa.

Quanto succede nel Cile attuale ed è successo mezzo secolo fa in Uruguay, e tante e tante volte in tanti abbasso, è un’altra cosa. Preferisco chiamarli “affratellamenti”. È un legame tra uguali, tra due soggetti che costruiscono una nuova realtà, materiale e simbolica, muovendosi ambedue dal luogo che occupano. Questo presuppone autoapprendimento collettivo senza che qualcuno insegni e un altro apprenda, ma qualcosa di molto più forte: la costruzione di qualcosa di nuovo tra tutti e tutte coloro che partecipano all’esperienza di vita, qualcosa che non apparterrà agli uni e alle altre perché è un risultato collettivo.

Questo non  è portare delle cose a chi si suppone ne abbia bisogno perchè ha qualche “carenza”. La forza motrice di questo affratellamento non è aiutare, qualcosa che mai si sa bene che cosa sia, ma creare. Non è né dare né ricevere. Storicamente, è stato il cammino di quelli in basso per costruire movimenti ribelli, non per vincere elezioni, ma per creare un mondo nuovo, qualcosa che passa inevitabilmente attraverso la distruzione dell’attuale sistema capitalista e militarista.

In Cile, gli studenti secondari hanno percorso un cammino sollevandosi in due anni di massicce mobilitazioni. Hanno cominciato con richieste a favore di una educazione gratuita e di qualità per mettere in piedi, di fronte alle elezioni municipali di ottobre, la campagna Io non presto il voto, chiamando all’astensione. Il 60 per cento si è assentato dalle urne, mostrando l’alto grado di discredito del sistema politico. La combattività e la radicalità degli studenti, il valore dimostrato nell’affrontare nelle strade i Carabinieri e l’insieme del sistema dei partiti, la sua creatività e persistenza nel tempo, nello scenario cileno lo hanno trasformato nell’attore principale.

Il movimento mapuche, come segnala Gabriel Salazar nel suo recente Movimenti sociali in Cile, fa un tipo di politica che “non è data dalla Costituzione (…) né diventa un partito politico; né adegua il proprio ritmo al calendario delle elezioni, né vuole diventare un potere parlamentare”. Nemmeno discute per “la conquista di un ‘incarico’ (feticcio di potere) nello stato”. La politica per i mapuche è “l’attenzione di un ‘popolo’ verso sè stesso. Della ‘vita’ verso sé stessa … E, senza dubbio,  tutto questo è un compito di tutta la comunità, non di uno o di un altro individuo. Per questo è politica, e forse, sovranità”. Insomma, “vivono lottando e lottano vivendo”.

Chiamare “politica di alleanze” il legame tra due soggetti sembra non solo insufficiente, ma vuole denominare le relazioni tra quelli in basso con le parole di quelli in alto. La politica dei primi si regge su una “correlazione di forze”, concetto che non può dissimulare la sua forma sulla base di calcoli meschini di interessi immediati. Parliamo allora di affratellarci, di diventare carne e sangue, e fango. Per affratellarci, ci uniamo, ci mescoliamo, ci leghiamo, ci incrociamo; smettiamo di essere per continuare ad essere in, e con, altri.

08/2/2013

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca da:
Raúl Zibechi, “Política de alianzas o hermanamientopubblicato l’ 08-02-2013 in La Jornada, su [http://www.jornada.unam.mx/archivo_opinion/autor/front/16/35761/y/Poltica-de-alianzas-o-hermanamiento-] ultimo accesso 13-02-2013.

 

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