Argentina nazionalizza YPF


a cura di Aldo Zanchetta

La presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha annunciato la nazionalizzazione dell’impresa petrolifera detenuta dalla spagnola Repsol. Evviva Cristina Fernandez de Kirchner!!! Evviva Argentina!!!

Questo il messaggio semplificato, al quale molti subito hanno applaudito incondizionatamente all’udire la parola “nazionalizzazione”. La quale, beninteso, quando riguarda risorse strategiche, è sempre meglio di “privatizzazione”, comunque sia. Ma la realtà talvolta non è riducibile all’annuncio.

Il problema della “nazionalizzazione” di Repsol è infatti più complesso e questa è una buona occasione per affinare le analisi. Infatti come dice Julio Gambina (vedi dopo): “non siamo abituati a decidere su temi strategici.” E non si tratta solo di un esercizio critico fine a se stesso. Solo una sollecitazione lucida dal basso può fare sì che una decisione di cambiamento lo produca in senso emancipatorio e non a favore dei soliti noti, occultati dal velo della parola “nazionalizzazione”.

In queste note sono stati utilizzati solo testi di economisti o giuristi argentini, per di più di sinistra. Naturalmente ci sono sul web testi di tenore diverso di autorevoli personaggi (Boron, Marin etc). Ma che evitano di entrare in questioni tecniche o economiche. Ma, come si sa, il diavolo spesso si nasconde nei dettagli  (supposto che questi siano solo dettagli).

Qualche dato per inquadrare la situazione

Nel 1999 il governo Menem privatizzò la compagnia petrolifera di stato YPF. La società Repsol, registrata in Spagna ma con capitale internazionale (ma col 20% dello Stato spagnolo), comprò YPF per 15 miliardi di dollari, assieme ad altri azionisti di minoranza, rispettivamente con il 57,45 e il 42,55%. Fra il 1999 e il 2011 la produzione di petrolio argentina è calata del 38,3% (e il 25,4% del gas) e l’Argentina da paese esportatore è divenuta paese importatore.

Gli utili realizzati dalla società in questo frattempo sono stati pari a 16,450 miliardi di $, di cui 13,2 miliardi distribuiti fra gli azionisti. Nello stesso periodo Repsol ha investito in ricerche di nuovi pozzi solo lo 0,2% delle entrate.

Lo stato contabile al 31.12.2011 mostra debiti della società per 8,3 miliardi di dollari. Il debito curiosamente è circa lo stesso che la società aveva quando fu venduta (8,5 miliardi di $), debito che fu assunto dallo Stato per poter vendere la società libera dal passivo. Riacquistando il 51% di Repsol-YPF ora lo Stato dovrà farsi carico dei detti 9 miliardi oltre al finanziamento del Piano di investimenti non realizzato da Repsol e stimato in 30 miliardi di $, oltre all’eventuale indennizzo alla Repsol (con concordato o conseguenza di un giudizio del CIADI[1]. Sempre il bilancio al 31.12 mostra un problema di liquidità a cui lo Stato dovrà fare fronte.

Gruppo Petersen (famiglia Eskenazi): 25,46%

Province: 24,99%

Repsol: 6,43%

Capitale flottante in borsa: 17,09%.

In sostanza la quota del 57,45% già di Repsol passerà quasi per intero a Stato e Province, a Repsol resterà un 6,3% e la quota del gruppo Petersen resterà immutata.

Con questa appropriazione parziale della quota di Repsol il controllo dello Stato sul mercato petrolifero argentino sarà del 17,8%, dato che Repsol ne copre il 35%. Il restante 82,2% resta in mano a società con capitali privati nazionali o stranieri (Gran Bretagna, Cina e Brasile). La strada per riconquistare la sovranità energetica non è quindi dietro l’angolo ma un primo passo è stato fatto.

Alcune questioni

Il 51% non significa nazionalizzazione piena ma semmai parziale. Una situazione <<che espropria Repsol ma che mantiene come soci, fra gli altri, il gruppo Petersen, la banca Lazard (francese ndt), la Goldman Sachs, mentre annuncia la prossima associazione di YPF con altre imprese multinazionali di ricerca e sfruttamento di giacimenti di idrocarburi, mantiene la maggioranza dell’industria petrolifera e del gas in mano ai grandi gruppi economici transnazionali o locali come è oggi, o assocerà imprese cinesi e prevede di pagare per la sua espropriazione una impresa come Repsol che dovrebbe restituire al paese quanto ha saccheggiato e, ciò che è più grave, questa decisione governativa è al servizio della soddisfazione delle necessità energetiche di una economia sempre più in mani straniere e concentrata.>>

Questo primo ritaglio di stampa utilizzato[2] condensa alcune osservazioni chiave da sviscerare per capire la realtà di questa operazione che, beninteso, segna un cambiamento di rotta nella politica energetica del governo al quale non possiamo non guardare con interesse, conservando però un atteggiamento di analisi critica.

L’economista di sinistra Claudio Katz nel corso di una intervista ha affermato: <<E’ un riconoscimento tardo, però riconoscimento, finalmente, di ciò che sta succedendo. E’ evidente che le decisioni prese, l’intervento di YPF e l’introduzione di una gestione statale sono misure necessarie per cominciare a rovesciare la rapina energetica, ma sono solo un punto di partenza per un recupero delle risorse petrolifere. La spoliazione causata da Repsol praticamente non ha precedenti: hanno spremuto pozzi, riserve, impianti e hanno estratto il massimo possibile senza fare investimenti. […] Restiamo in attesa di vedere fino a qual punto questo cambiamento, che è molto significativo, si traduce in una nuova politica; questo resta da vedere, però non c’è dubbio che non è la stessa cosa accettare il furto di Repsol o espropriare il grosso del suo pacchetto azionario. Sarebbe di una cecità inammissibile non registrare questo cambiamento, che è importante ma che deve essere osservato con molta cautela […] I funzionari che sono intervenuti in YPF sono gli stessi che hanno autorizzato tutte le misure di cui ha avuto bisogno Repsol per saccheggiare il nostro petrolio.>>[3]

Interessante, e fortemente critica, dal punto di vista giuridico e strategico, l’analisi di Alejandro Tietelbaum[4]: <<In un precedente articolo sul recupero parziale delle azioni di YPF, abbiamo scritto che il Governo non ha fatto nulla per modificare preventivamente un contesto giuridico sfavorevole: restano vigenti le leggi sugli investimenti esteri e sulle espropriazioni proclamate dalla dittatura militare […] e i decreti del Governo Menem […] di liberalizzazione petrolifera, i 54 trattati commerciali bilaterali celebrati e ratificati dallo stesso non sono stati denunziati né rinegoziati e l’Argentina continua a aderire al CIADI. Concludevo l’articolo imputando al governo improvvisazione e sprovvedutezza, vista la permanenza di un contesto giuridico facilitatore della spoliazione del patrimonio nazionale. Ora, considerando i ‘soci’ che il Governo sta cercando e per cosa, devo dire che mi ero sbagliato. Non c’è né improvvisazione né sprovvedutezza: il mantenimento del contesto giuridico antinazionale riflette la continuità –con discorsi differenti e quasi senza interruzione- di una politica di cessione del patrimonio nazionale e contraria agli interessi popolari (economici, sociali e ambientali) che iniziò circa 60 anni or sono e che prosegue ancor oggi.>>[5]

Le società cui il Governo argentino sembra essersi rivolto  sono, secondo indiscrezioni raccolte dal quotidiano Pagina 12: Chevron-Texaco (fatturato nel 2010: 196 miliardi di dollari), Exxon-Mobil (350) e Conoco Phillips (251). Il totale dei loro fatturati 2010, pari a 797 miliardi di dollari, supera il PIB argentino dello stesso anno, pari a circa 600 miliardi di dollari. Si chiede Tietelbaum, ricordando le vertenze internazionali che queste società hanno con l’Ecuador e il Venezuela: sarà possibile una trattativa trasparente e alla pari?

Secondo Tieltelbaum i 7 passaggi necessari per   riacquistare la sovranità giuridica sono:

  •   1)Denunciar los Tratados
  •   2) Invocar la preeminencia de una norma   jerárquicamente superior
  •   3) Someter los tratados al control de   constitucionalidad 
  •   4) Recuperar la indeclinable competencia   territorial de los tribunales nacionales
  •   5) Detectar e invocar la existencia de   vicios insanables en la celebración y aprobación de un Tratado que acarrean   su nulidad
  •   6) Invocar la nulidad de un Tratado   celebrado por autoridades de un Estado que, al hacerlo, han excedido su   mandato
  •   7) Promover iniciativas populares   legislativas, referendos revocatorios o aprobatorios contra los tratados ya   vigentes o en trámite de negociación, contrarios a la soberanía y a los   intereses nacionales

(http://www.pvp.org.uy/alcateitelbaum.htm)

E conclude il lungo e documentato articolo così: <<In conclusione con questa legge di “esproprio”, il Governo sta ingannando doppiamente il popolo argentino: economicamente, condonando a Repsol i deficit finanziari e di investimento e trasferendo questi deficit alla finanza pubblica; ideologicamente, presentando l’”esproprio” come un atto di recupero della sovranità, quando in realtà è un nuovo atto di sottomissione al grande capitale.>>[6]

Petrolio per fare cosa?

Un altro economista di sinistra, Julio Gambina, affronta il problema con una prospettiva più interessante e più genuinamente di sinistra: <<[Repsol] E’ un’impresa redditizia e il problema che non è presente nel progetto e deplorevolmente neppure nell’opinione pubblica, è che questo è il momento di discutere ‘petrolio per fare cosa’. Il progetto dice che Argentina deve recuperare l’autosufficienza e l’opinione della maggioranza dice che questo è bene. Ora io mi chiedo, se questo accadesse, chi ne beneficerebbe? E’ necessario il parco automobilistico argentino? E’ necessario continuare a produrre auto e non ferrovie? Argentina deve continuare a utilizzare questa quantità di petrolio per la produzione agropecuaria orientata alla ‘soizzazione’ e alla monocoltura o deve recuperare un piano produttivo che dia fiato, fra le altre questioni, all’agricoltura familiare, al rispetto della produzione comunitaria, all’estensione di coltivazioni diversificate, privilegiando la sovranità alimentare e non il guadagno delle grandi transnazionali della biotecnologia e dell’alimentazione che è il risultato concreto della soizzazione? Argentina come piattaforma produttiva con salari bassi per l’esportazione? A che scopo vengono le fabbriche automobilistiche se l’industria non è finalizzata a fornire il mercato interno?  Più del 70% della produzione viene esportato, più del 60% degli acquisti nel nostro paese è costituito da auto importate. Parlo dell’industria automobilistica perché è la leader, paradigmatica del processo industriale argentino, siamo in un grande complesso industriale competitivo grazie ai bassi salari. Così viene consumata la maggior parte del petrolio. Questo dibattito non c’é e alcuni di noi stanno sostenendo che si deve pensare alla socializzazione di YPF. […] Mi pare che questo sia un dibattito da fare, che non è cosa da poco passare a una gestione di partecipazione popolare, comunitaria, sociale. Arriverei a dire che non siamo abituati a decidere su temi strategici, ciò che non vuol dire che non sia questo il camino. Si deve costruire un coinvolgimento della società. Sono preoccupato dal fatto che una volta espropriata la YPF, messo in marcia il processo, ci si limiti a aumentare la produzione. Per cosa? Quale è il destino? Se sono necessarie risorse economiche a chi ci rivolgiamo? A altre transnazionali? […] Non è il momento di pensare alla proposta fatta dal Venezuela: Petroamerica? Una politica condivisa dell’America Latina in cui le risorse naturali vengano usate in funzione di un progetto emancipatore di carattere produttivo?>>[7]

Ecco quindi alcuni elementi per riflettere consapevolmente sull’operazione in corso e seguirne gli sviluppi.

Punti sospesi

Evitiamo, per non complicare cose già complesse, di approfondire altri problemi pure non trascurabili, accennandoli semplicemente.

1 – Perché non è stata toccata la quota del 25% del Gruppo Petersen (Famiglia Eskenazi, chiacchierata di interessi con la famiglia Kirchner), quota che venne ceduta alla famiglia Eskenazi senza alcun apporto tecnico da parte di questa e da essa pagata con soldi presi a prestito sul mercato internazionale che vengono ripagati con gli utili ricavati dalla società stessa?

2 – Perché la parziale nazionalizzazione è stata decretata d’urgenza quando la situazione era ben nota da tempo? Forse si è voluto prevenire la vendita di parte delle azioni di Repsol a un gruppo estero (cinese) o nazionale (Bulgheroni), date le necessità finanziarie comunicate da Repsol al governo con una lettera dell’amministratore delegato Brufau, in cui si accennava a contatti in corso con nuovi possibili azionisti? (Vedi:  Héctor Giuliano YPF: ¿Utilidad pública, deuda o salvataje?, Argenpress del 25 aprile).

3 – Last but not least. I contatti con le citate multinazionali sono giustificati dalla loro disponibilità finanziaria e soprattutto dalle conoscenze tecnologiche relative al recupero di idrocarburi da “giacimenti non convenzionali”, previsti nel decreto, in particolare da idrofrattura di giacimenti di scisti bituminosi, talmente deleterei per l’ambiente che alcuni paesi come la Francia hanno vietato per legge questa tecnologia. I più grandi di questi giacimenti in Argentina sono quelli della “Vaca Muerta”, nella zona di  Neuquén (30.000 km2 di cui 12.000 in concessione a YPF) già disastrata dalle miniere a cielo aperto. Il loro sfruttamento richiede, secondo stime, un investimento annuo di 25 miliardi di dollari, che il governo argentino non può sostenere.

Note:

1)    Il CIADI è un’istituzione della Banca Mondiale il cui compito è quello di dirimere controversie fra governi a cui possono ricorrere anche società industriali, commerciali o finanziarie. L’Argentina ha avuto due sentenze sfavorevoli nel 2010 e ha altri giudizi pendenti.

2)   Luis Zamora, Ante una economía extranjerizada y concentrada como la Argentina la expropiación parcial de YPF – Repsol ¿marca una ruptura o tiende a sostenerla? (AUTODETERMINACIÓN Y LIBERTAD, especial para ARGENPRESS.info del 27.04.2012)

3)   Dos Economistas de Izquierda opinan sobre YPF: Claudio Katz: El vaciamiento que generó Repsol no tiene precedentes / Julio Gambina: Este es el momento Argenpress del 27 aprile 2012.

4)   Avvocato argentino, diplomato in Relazioni Economiche Internazionali a Parigi, rappresentante dell’Associazione Americana dei giuristi alle Nazioni Unite. Autore del libro El papel de las sociedades transnacionales en el mundo contemporáneo.

5)   Alejandro Teitelbaum, YPF: Cristina en el país de las maravillas (especial para ARGENPRESS.info) 27 aprile 2012.

6)   Secondo un editorialista de La Nación (28 aprile) il Governo “rispetterà gli accordi finanziari” e assumerà come propri i 9 miliardi di dollari di debito lasciati da Repsol oltre ai circa 2 miliardi di ‘debito flottante’ coi fornitori di pagamento a breve. Fra il 2008 e il 2011, il debito estero di YPF si è triplicato in coincidenza del periodo di maggior disinvestimento della compagnia. Uno svuotamento tipico per mezzo di autoprestiti autorizzati dal Governo. Ora lo Stato si fa carico di questi impegni fraudolenti.

7)   Dos Economistas de Izquierda opinan sobre YPF: Claudio Katz: El vaciamiento que generó Repsol no tiene precedentes / Julio Gambina: Este es el momento Argenpress del 27 aprile 2012.

 

Mininotiziario America Latina Dal Basso

n.14/2012 del 7.05.2012

Fonti
a cura di Aldo Zanchetta, in Mininotiziario America Latina Dal Basson.14/2012, pubblicato il 07-05-2012, ultimo accesso 08-05-2012.

 

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